La vittoria di Sebastian Korda contro Medvedev e quel salto tra i grandi che ora sembra un passo

Sebastian Korda Sebastian Korda - Foto Ray Giubilo

Gli Stati Uniti sono alla ricerca del campione da vent’anni. Era il 2003 quando Andy Roddick alzò al cielo l’ultimo titolo Slam a stelle e strisce, trionfando proprio in casa: un titolo allo US Open che arrivò dopo che, a gennaio, Andre Agassi aveva vinto in Australia. Nessuno avrebbe mai immaginato, guardando alla storia del tennis, che quello sarebbe stato l’ultimo successo di uno statunitense in uno Slam. Sì, è vero, le sorelle Williams hanno continuato a portare a casa argenteria di pregio, ma nessuno nel continente nordamericano ha mai fatto mistero della voglia di rivedere un campione anche tra gli uomini. Oggi, con una squadra nazionale fresca di trionfo nella prima edizione della United Cup, gli Stati Uniti guardano al tabellone maschile dell’Australian Open con la speranza che uno tra i tanti giovani promettenti ancora in corsa possa portare in patria il trofeo dello Slam down under.

Il candidato numero uno sembrava essere Taylor Fritz, giocatore di punta e in rampa di lancio, arrivato in Australia da top-10. Tuttavia, il numero uno americano si è inaspettatamente arreso ad Alexei Popyrin al secondo turno, migliorando di poco la terribile performance dell’ultimo Slam disputato: fuori al primo turno allo US Open. Il numero due, Frances Tiafoe, ha raggiunto il terzo turno, ma ha avuto la peggio contro il russo Karen Kachanov. Un ennesimo capitolo del libro Russia contro Stati Uniti, la sfida eterna che vede intrecciarsi storia e sport. Tuttavia, una pagina di quel libro ha arriso ad un altro giovane americano: Sebastian Korda, che ha battuto il numero uno russo Daniil Medvedev, finalista nelle ultime due edizioni dello Slam australiano, con un sonoro 7-6(7) 6-3 7-6(4). Questo risultato, ovviamente, ha fatto di nuovo correre l’immaginazione dei tifosi americani: che sia lui il predestinato?

Un trionfo tanto sorprendente quanto pronosticabile

Sebastian Korda è un classe 2000 che non ha ancora ricevuto tutte le attenzioni che merita. Il giovane americano gioca un tennis pulito, elegante e, a tratti, spettacolare. La vittoria contro Daniil Medvedev è la sua prima vittoria contro un top-10 in uno Slam, il successo più importante ottenuto finora in carriera. Una partita di carattere e di livello assoluto, in cui il catalogo dei colpi messo in mostra è stato vario: dritto e rovescio giocati con disinvoltura, gioco a rete sicuro e una grande padronanza dei colpi al volo. Medvedev continua a non brillare nei major, e continua a latitare quella che sembrava fosse la sua arma in più: quella freddezza glaciale che gli aveva consentito di impedire a Nole di ottenere il Grande Slam nel 2021. L’ultimo successo in un torneo, per ora, rimane Vienna ad ottobre 2022, troppo poco per i livelli a cui ha abituato un giocatore che oggi, dopo più di tre anni, esce dalla top-10.

Korda, invece, arrivava a questo Australian Open dopo un ottimo torneo ad Adelaide, dove ha beneficiato dell’infortunio di Jannik Sinner ai quarti e di quello di Nishioka in semifinale, ma aveva già battuto Bautista Agut e, soprattutto, Andy Murray al primo turno. In finale la battaglia con Djokovic è stata durissima, e Korda ha costretto il serbo a salvare un match point nel secondo set. Il viaggio in terra australiana del giovane statunitense è stato il primo, poi, con il nuovo coach Radek Stepanek, che ha allenato lo stesso Djokovic ed è stato allenato, a sua volta, da Petr Korda, padre di Sebastian. Una catena che sembra intrecciarsi in maniera perfetta, soprattutto se guardiamo alla carriera di Petr, che trent’anni fa batté, proprio all’Australian Open e proprio al terzo turno, Andrei Medvedev, tennista ucraino che fu anche numero 4 al mondo (che però condivide solo il cognome con Daniil). Quell’anno Petr non vinse il torneo, ma si fermò ai quarti contro Courier. Il successo in Australia arrivò nel 1998, e Sebastian ha già dichiarato che il suo obiettivo per la carriera è vincere almeno due Slam, per riequilibrare le gerarchie familiari. È ancora presto, ma i presupposti ci sono tutti, e gli Stati Uniti sperano di aver trovato, finalmente, il loro nuovo campione.

A cura di Giacomo Fantozzi