Olympic Face

Luigi Beccali, l’uomo sulla curva

Luigi Beccali
Luigi Beccali - Foto Archivio Fotografico CONI

Nella tarda serata del 4 agosto 1932, mezzanotte passata, anzi quasi l’una, il direttore della Gazzetta dello Sport Emilio Colombo si trova a cena con alcuni redattori a un tavolo del Savini, uno dei salotti buonissimi della borghesia illuminata milanese, in piena Galleria Vittorio Emanuele, a due passi dal Duomo. Sarebbe bello mettere le mani sul menu di un ristorante milanese degli anni Trenta, sicuramente più spartano e casereccio rispetto alle tante degustazioni e varie “experience” che si possono fare oggi. Ad ogni modo, non è di questo che vogliamo parlarvi: perché il loro giovedì sera viene felicemente interrotto da un cablogramma che riferisce di una notizia stupenda in arrivo da di là dal mare, addirittura dalla California, che fissa per sempre quella notte d’estate come uno dei punti più alti della storia dello sport italiano.

Nell’estate del 1932 Luigi Beccali ha 24 anni e in America c’è andato con un carico di grandi speranze come migliaia di suoi connazionali, ma per fortuna in condizioni di viaggio un po’ più confortevoli. Si è imbarcato da Napoli sullo sfarzoso Conte Biancamano, il transatlantico che da sette anni collega l’Italia e l’America; dopo essere sbarcato a New York, insieme agli altri atleti italiani è salito su un treno che in cinque giorni e quattro notti di treno è arrivato a Los Angeles. La Los Angeles della “golden age”, l’epoca d’oro del cinema americano che ha appena svoltato passando dal muto al sonoro, dove dalla strada si possono leggere, ancora nella versione originale, le lettere che compongono la parola HOLLYWOODLAND. Da lì, un mese dopo, il 16 settembre 1932, l’attrice Peg Entwistle si getterà nel vuoto saltando dalla cima della lettera H – un gesto fin troppo simbolico, nella city of stars. La traversata dell’Atlantico ha messo a dura prova il tono muscolare dei nostri atleti che, senza lo straccio di una palestra, si tengono in movimento facendo avanti e indietro sul ponte della nave come animali in gabbia. Una volta sbarcato nella Grande Mela, Beccali ha saggiamente dribblato il party organizzato al consolato italiano per allenarsi su una pista vera, e nell’ultimo spezzone di viaggio si è arrangiato all’italiana trasformando il bagno del treno in una specie di sauna finlandese, espediente buono per perdere ancora qualche etto e arrivare alle Olimpiadi tiratissimo. Non ha ancora sciolto le riserve su quali gare disputerà: sarebbe competitivo sia sugli 800 che sui 1500, ma una volta a Los Angeles decide di seguire il consiglio del suo allenatore: “Metti tutte le uova in un solo paniere: concentrati sui 1500”.

Luigi Beccali - Foto Archivio Fotografico CONI
Luigi Beccali – Foto Archivio Fotografico CONI

Nel 1932 l’Italia ancora aspetta la prima medaglia d’oro nell’atletica leggera, e non c’è dubbio che la cosa farebbe parecchia gola al Duce, che da anni ha deciso di usare i successi dello sport come arma di propaganda. Mussolini ha caricato gli atleti di ulteriore pressione ricevendoli in pompa magna al Palazzo Podestarile di Forlì, suggerendo loro che sarebbe cosa buona e giusta, in caso di vittoria, festeggiare con il saluto romano. Beccali, in particolare, ha tutti gli occhi puntati addosso: nei 1500 detiene la miglior prestazione stagionale, stabilita a maggio nella sua Milano, e oltretutto ai Giochi mancherà il primatista del mondo, il francese Jules Ladoumègue, squalificato dalla sua Federazione perché ha infranto il tabù del professionismo, ricevendo compensi per alcune gare disputate nel nord della Francia. Beccali non corre questo rischio: nonostante la preparazione atletica e tattica sia ormai all’altezza del professionista più rigoroso, di mestiere continua a fare il geometra presso il Comune di Milano – anzi a essere precisi sorvegliante dei lavori stradali, un compito piuttosto blando di cui approfitta per andare ad allenare la resistenza al Campo della Simonetta, dietro il Cimitero Monumentale. Nel pomeriggio seconda seduta al Campo Giuriati, dove invece perfeziona la velocità con ripetuti allunghi sui 300-400 metri. Ha scoperto l’atletica relativamente tardi, a 15 anni, dopo un’attrazione non molto corrisposta per il ciclismo – anche perché sua madre Emma, spaventata dalle cadute, ha cercato di dirottarlo sulla pista. Per tutti è “Nini”, un milanese doc nato in via Carlo de Cristoforis, quartiere di Porta Nuova. Ha un fisico gentile, muscoli sottili lungo il metro e settanta d’altezza: corre in modo molto elegante, a testa alta, e ha la buona abitudine di stroncare la concorrenza con ultimi giri micidiali. La sua tecnica di gara è stata affinata da Dino Nai – quello del paniere – un allenatore un po’ improvvisato un po’ autodidatta che teoricamente sarebbe un veterinario, ma avendo studiato alla Columbia University ha imparato l’arte in America. “Io non sono un vero allenatore”, gli ha detto un giorno, “me ne intendo più di cavalli: ma ho visto come si allenano i mezzofondisti laggiù, e se vuoi posso insegnartelo”. E Beccali lo segue alla lettera, introducendo nel mezzofondo italiano pratiche del tutto sconosciute come la doppia seduta giornaliera, abitudine che sarà motivo di conflitto con i tecnici della Nazionale italiana.

Los Angeles 1932 è già la sua seconda Olimpiade. La prima, Amsterdam 1928, è stata un mezzo disastro, iniziata con grandi aspettative dopo che a Parigi era diventato il primo italiano a scendere sotto i quattro minuti nei 1500. Invece ad Amsterdam si era presentato clamorosamente fuori forma a causa dei metodi discutibili del tecnico ungherese Heno Gaspar, che nel raduno pre-olimpico a Monghidoro, vicino Bologna, gli aveva assurdamente imposto un riposo assoluto, avendolo visto “troppo in forma”. Così, ingrassato e infiacchito, si era fatto incartare in batteria, tradito non solo dalle gambe ma anche dalla testa, non ancora maturo abbastanza per padroneggiare la strategia di una batteria olimpica, quarto, eliminato.

Il 3 agosto, invece, Beccali la batteria la vince, senza soffrire, con il suo terzo tempo di sempre, e diventa così il primo italiano a disputare una finale olimpica dei 1500, in programma il giorno dopo davanti a 65mila spettatori, nello splendido e nuovissimo Coliseum. Anche se manca Ladoumègue, la concorrenza è agguerrita, e gli esperti locali non lo degnano di grande attenzione. C’è il campione uscente, in finlandese Larva, che anche Beccali ritiene l’uomo da battere. Poi un altro finlandese bronzo ad Amsterdam, Eino Purje. Poi c’è l’americano Glenn Cunningham, che vorrà di sicuro esaltarsi davanti al suo pubblico. Quindi il canadese Phil Edwards bronzo due giorni prima negli 800, il neozelandese Jack Lovelock, il britannico Jerry Cornes, lo svedese Eric Ny. Beccali è talmente carico che fa… falsa partenza, probabilmente un unicum nella storia delle finali olimpiche dei 1500 metri. Anche se in realtà decide di stare coperto per i primi due giri, marcando stretto Larva, mentre Cunningham cerca di accendere il pubblico. All’inizio del terzo giro Edwards rompe gli indugi e decide per l’allungo: l’unico a seguirlo è il generosissimo Cunningham. I due arrivano alla campana dell’ultimo giro con venti metri di vantaggio sul gruppone, e a 300 metri dall’arrivo Edwards scatta ancora per andare a prendersi l’oro in solitaria. Forse… perché tutti stanno sottovalutando il rush finale di Beccali, che ora corre con il nodo alla gola di essersi risparmiato troppo a lungo. Vede Cornes lanciarsi da solo all’inseguimento dei battistrada e decide di mettersi in scia: e la scia è quella giusta, perché insieme arrivano alle calcagna di Cunningham all’inizio dell’ultima curva, lo passano e poi vedono Edwards che si sta spegnendo lentamente. E adesso Beccali è il più veloce di tutti: stacca Cornes e va a prendere anche il canadese, a meno di 100 metri dal traguardo, sul rettilineo, e chiude a braccia alzate in 3’51”2, persino rialzandosi un po’ nel finale. Ha corso gli ultimi 300 metri in 41 secondi e 7 decimi, tempo di tutto rispetto ancora oggi, un secolo dopo. Quell’ultimo giro lui, lungo tutto il successivo mezzo secolo, l’ha sempre raccontato così:Addio Nini, mi son detto, cerca almeno di prendere il bronzo. Così ho accelerato e con me è venuto Cornes, tira tira e sull’ultima curva vedo che l’americano è lì, ormai cotto, e allora io volo, sono un canguro, un’antilope, lo prendo, agguanto anche Edwards, mi lancio sul traguardo, sono campione olimpico”.

Luigi Beccali - Foto Archivio Fotografico CONI
Luigi Beccali – Foto Archivio Fotografico CONI

Il trionfo di Beccali è qualcosa di enorme anche facendo la tara alla retorica di regime: la popolarità di Nini raggiunge il livello di un suo illustre concittadino, Giuseppe Pepìn Meazza, e del ciclista varesotto Alfredo Binda. Nel 1933 completa l’opera dimostrando che l’oro del Coliseum non è piovuto dal cielo, e scrive il proprio nome su ciò che ancora gli manca, il record del mondo strappato a Ledoumègue alle Universiadi di Torino, un 3’49”2 ulteriormente abbassato otto giorni dopo a 3’49”0, in un meeting a Milano tra atleti italiani e inglesi. Passano altri tre anni e ovviamente lo ritroviamo a Berlino 1936, dove però ancora una volta cade vittima delle strane alchimie federali. Il responsabile stavolta si chiama Boyd Comstock, tecnico di importazione americana che viene messo a capo anche dei mezzofondisti, settore che conosce poco, visto che fraintende del tutto le condizioni atletiche di Beccali e, a una settimana dalla finale olimpica, gli ordina completo riposo. E Beccali arriva terzo, bronzo alle spalle di Lovelock e Cunningham, senza dubbio una delusione, con pietosa bugia fabbricata – dai suoi superiori per scaricare il barile: una scarpata subita in partenza che lo avrebbe danneggiato in gara, versione sempre smentita da Beccali.

Saranno le sue ultime Olimpiadi, e in verità lo saranno per un sacco di gente. Nel 1939 si trasferisce a New York e inizia a gareggiare nelle gare indoor: con lo scoppio della guerra decide di rimanervi, lo vogliono naturalizzare ma lui si rifiuta per il timore di essere arruolato e “dover sparare a degli italiani”. All’inizio vive un po’ da clandestino, riesce a sistemarsi anche economicamente come impiegato in un night club; ma un giorno becca uno che ruba, e quello si vendica denunciandolo come cittadino di un Paese nemico. Lo mettono al fresco, ma dopo due settimane arriva Dan Ferris, segretario della federatletica statunitense, a garantire per lui. Dopo la guerra tenta invano di rientrare nello sport italiano, sogna un incarico dirigenziale ma tutto quel che riesce a ottenere è un posticino in un ufficio per le Olimpiadi Invernali di Cortina 1956. Come non detto, nessuno è profeta in patria: allora torna in America, sposa l’italo-americana Aida e inizia un lavoro di importazione e commercio di vini. Con l’atletica nel cuore, restando punto di riferimento di almeno tre generazioni di atleti che, quando passano da quelle parti, vanno regolarmente a rendergli omaggio. E nel 1984, quando le Olimpiadi torneranno a Los Angeles e l’atletica tornerà sulla pista del Coliseum non più polverosa ma di un color tartan sfavillante, lui non potrà mancare l’appuntamento. La FIDAL continua a snobbarlo? E allora lui riesce a ottenere un biglietto all’altezza del curvone prima del rettilineo finale, lo stesso curvone in cui lui 52 anni prima aveva cambiato passo volando verso l’oro. E sarà lì, proprio lì che Alberto Cova, come obbedendo a un ordine superiore, staccherà il finlandese Vainio e andrà a prendersi l’oro nei 10mila. E il vecchio Nini Beccali stringerà i pugni ed esulterà in silenzio, unico italiano in mezzo a centinaia di spettatori stranieri che non immaginano nemmeno cosa sta provando, quell’uomo di 77 anni con le lacrime agli occhi.

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