Wimbledon, Anderson: “Non sono sorpreso da Djokovic. All’inizio ero nervoso”

Kevin Anderson - foto Adelchi Fioriti

“Speravo di partire bene sfruttando l’esperienza della mia finale agli Us Open e del successo su Federer di qualche giorno fa ma non ho sentito il mio corpo al meglio“. Sono queste le prime parole di Kevin Anderson dopo la sconfitta in finale di Wimbledon 2018 contro Novak Djokovic. “Ero nervoso all’inizio, mi sono sentito molto meglio nel terzo e ho avuto anche alcuni set point ma lui ha colpito le righe. Mi sarebbe piaciuto giocare un altro set. Forse lui era un po’ teso alla fine ma giocatori come lui sanno come affrontare partite come queste”.

La prestazione di Anderson è stata in parte compromessa dalle 6 ore e 35 minuti della semifinale contro Isner: “Il recupero non è stato semplice, a dire il vero. In particolare sabato: avevo tanti pensieri nella mia testa, mi chiedevo se sarei stato capace di giocare un altro match 3 su 5 con uno come Djokovic. Avrò colpito solo per 10-15 minuti. Venerdì sera ho dormito a stento, oggi un po’ meglio: tutto sommato il mio corpo ha reagito bene. Spero tuttavia di poter giocare il mio tennis sin dall’inizio, la prossima volta”.

Il sudafricano è comunque orgoglioso dei propri progressi: “Credo di avere il tennis necessario per vincere questi tornei. Se me lo avessi chiesto un anno fa, non avrei pensato di sedermi su questa sedia. Sono top-5, quindici mesi fa ero intorno agli 80″.

Anderson non risparmia complimenti per il suo avversario: “Non sono sorpreso dal ritorno di Djokovic. Guardando all’anno prima del suo infortunio è stato uno dei giocatori più dominanti”.

Inevitabile, infine, un nuovo riferimento al tie-break nel quinto set: “Spero ci sia un dialogo. Gli Slam sono separati dal resto del Tour. Sullo shot clock agli Us Open non siamo stati realmente consultati, così come sulle voci delle sedici teste di serie. La gente di sicuro apprezza partite lunghe, quella tra me e John sarà ricordata a lungo. Ma anche un tie-break sarebbe eccitante. Quando si arriva 6-6 al quinto vuol dire che si è già stati tanto tempo in campo e un break non ha così tanto valore. Nell’evoluzione del tennis, credo che i match lunghi abbiano ormai avuto spazio”.

 

 

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Classe 1992, studente di Giurisprudenza e diplomato al Conservatorio con il sogno del giornalismo. Amo lo sport a 360°, anche perché il mio paesino da 17.000 abitanti ha cresciuto un calciatore di Serie A e della nazionale come Legrottaglie, una medaglia olimpica di volley come Mastrangelo, e l'ormai certezza della marcia Palmisano. E poi ci sono io, mancato numero 1 Atp, cui rimedio sproloquiando come redattore anche su Tennis World Italia