Dalla gavetta nei campi polverosi di Rosario all’impresa mondiale con l’Ecuador. Ritratto del tecnico che ha battuto la Germania senza aver mai giocato un minuto tra i professionisti
C’è una foto che racconta Sebastián Beccacece meglio di qualsiasi dato Opta. È il minuto 96′ di Germania-Ecuador al New York New Jersey Stadium. La Tri ha appena ribaltato i quattro volte campioni del mondo. In panchina, un uomo con la tuta oversize e i capelli lunghi al vento rompe la linea invisibile dell’area tecnica, salta i tabelloni pubblicitari con la foga di un ultras e si arrampica sulle tribune per andare a perdersi nell’abbraccio della moglie e dei figli. In quel preciso istante, il calcio mondiale ha capito che l’espansione a 48 squadre non ha diluito il romanticismo del torneo, ha semplicemente allargato i confini delle storie possibili. E quella di Beccacece è, per distacco, la più cinematografica di tutte.
La dittatura dei piedi quadrati
La vulgata giornalistica ama i reduci del campo, i santoni che spiegano la tattica esibendo i trofei vinti da centravanti o difensori centrali. Beccacece, nato a Rosario nel 1980, in quell’albo d’oro non esiste. Ha provato a fare il terzino destro nei dilettanti del Lavalle e del Juan XXIII, scontrandosi quasi subito con la dura realtà, i piedi non seguivano i tempi della testa.
A 21 anni, un’età in cui i colleghi firmano i primi contratti veri, lui appendeva gli scarpini al chiodo. Finita la carriera, è iniziata l’ossessione. Ha cominciato ad allenare i bambini dai 4 ai 12 anni nelle giovanili del Newell’s Old Boys. Campi senza erba, rimborsi spese minimi, fango e passione pura. Una gavetta vecchio stampo che ha plasmato l’uomo prima del professionista.
L’ombra e la luce, il binomio con Sampaoli
La svolta arriva nei primi anni Duemila, quando incrocia Jorge Sampaoli. Tra i due scatta una scintilla basata sulla comune e maniacale venerazione per il calcio di Marcelo Bielsa, pressione alta, transizioni feroci, verticalizzazioni immediate. Beccacece diventa il vice storico di Sampaoli per oltre un decennio. È lui la mente geometrica dietro i trionfi dell’Universidad de Chile e, soprattutto, dietro la storica Copa América vinta dal Cile nel 2015.
Un sodalizio interrottosi solo dopo la complessa e tormentata spedizione dell’Argentina a Russia 2018. Lì, Sebastián ha capito che era tempo di smettere di essere un’ombra e di diventare luce.
Il miracolo “Defensa” e la terra di mezzo
La consacrazione in proprio arriva sulla panchina del Defensa y Justicia, un piccolo club della provincia di Buenos Aires che Beccacece trasforma in una macchina da guerra, fino a conquistare la Recopa Sudamericana nel 2021 ai danni del Palmeiras. È lì che il mondo scopre il suo manifesto programmatico, riassunto in una frase pronunciata pochi giorni fa in conferenza stampa:
“Siamo venuti al mondo per sentire, per emozionarci. Se togliamo il sentimento al calcio, resta solo un’industria vuota”.
È un motivatore viscerale, un tecnico che vive i 90 minuti in uno stato di trance agonistica perenne, ma guai a considerarlo solo cuore e grinta. Beccacece è un esteta dello spazio.
La metamorfosi della Tri
Quando nell’ottobre 2024 ha ereditato l’Ecuador da Félix Sánchez, l’ambiente era depresso. C’era talento, ma mancava il coraggio. Beccacece ha fatto una cosa apparentemente contraddittoria: ha blindato la fase difensiva nelle qualificazioni sudamericane, ma ha dato totale libertà anarchica agli esterni, rigenerando giocatori come Nilson Angulo, autore del pareggio dopo pochi minuti dal vantaggio tedesco, e lo stesso Plata con un gol di rapina sul disattento Neuer.
Al Mondiale era arrivato tra i sussurri e le critiche dopo lo scivolone con la Costa d’Avorio e il pari contratto contro Curaçao. Ieri, sotto dopo pochi minuti contro la Germania per il gol di Sané, un qualsiasi tecnico da manuale avrebbe badato a non tracollare. Lui ha alzato il baricentro, ha chiesto ai suoi di andare a prendere Neuer sul rinvio e ha ribaltato la storia.
Domani a Quito sarà festa nazionale. Il Paese si fermerà per decreto presidenziale. Sebastián Beccacece, il terzino mancato che non sapeva giocare a calcio, ha spiegato al mondo che per scrivere la storia non servono i piedi buoni.
Serve il coraggio di saltare oltre la barriera.










