Il Mondiale del Destino. Messi nel nome di Diego, la Spagna del nuovo “Tiki-Taka” e le vecchie ferite coloniali
C’è un filo invisibile che unisce la storia, la geopolitica e il campo da calcio in questo Mondiale che si avvia al suo atto finale.
Un torneo che ha regalato verdetti scritti col sangue e con la memoria.
Da un lato, la finalissima per la gloria eterna parlerà interamente spagnolo: Argentina contro Spagna. Una sfida totale, intessuta di incroci infiniti, di giocatori passati o cresciuti nella Liga, e di una filosofia comune.
Quella Spagna che oggi gioca un tiki-taka in salsa moderna, verticale e letale, che non può non ricordare la dinastia d’oro del Barcellona.
Dall’altro lato, la finale per il terzo posto metterà di fronte le due anime della colonizzazione e della liberazione del Nord America, l’Inghilterra e la Francia.
Un derby storico, geopolitico e coloniale, tra chi quel pezzo di mondo lo ha conquistato e chi ha aiutato a liberarlo dalla corona britannica. Oggi, nobili decadute di questo torneo, si giocano una medaglia di bronzo che sa di orgoglio ferito.
Nel segno di Diego. L’epopea argentina e il miracolo di Messi
Ma la vera epica si è consumata nella semifinale tra Argentina e Inghilterra. Una partita che, inevitabilmente, riporta la mente a quarant’anni fa. A quel 1986, alla Mano de Dios e al Gol del Secolo firmati da Diego Armando Maradona. Ieri, sul prato verde, aleggiava prepotente la figura del Diez.
Tutto sembrava svanire al 55° minuto, quando l’inaspettato sigillo di Gordon – mentre tutti attendevano Harry Kane – aveva gelato l’Albiceleste. Fino all’85° l’Argentina era fuori, con un piede sull’aereo di ritorno.
Poi, l’improvvisa metamorfosi. Lionel Messi, il nuovo Diez, quasi posseduto dallo spirito del suo mentore e predecessore, ha preso per mano, ancora una volta, la sua nazionale e la nazione.
Dopo un cammino folle – le vittorie ai supplementari con Capo Verde e Svizzera, la mostruosa rimonta contro l’Egitto da 0-2 a dieci minuti dalla fine – l’Argentina ha ripetuto il miracolo.
Cinque minuti di pura estasi. Messi inventa, Enzo Fernandez e Lautaro Martinez finalizzano. In cinque minuti l’inferno si trasforma in finale.
Per Messi è l’occasione della vita, vincere il suo secondo Mondiale, coronando cinque anni di trionfi assoluti con la Selección e superando, nel computo dei trofei iridati, lo stesso Maradona. Un passaggio di consegne definitivo guidato, lassù, dai fili invisibili mossi da Diego.
La macchina perfetta. la Spagna del muro e del palleggio
A sfidare l’estro e il fato argentino ci sarà la Spagna. Se l’Argentina è cuore, dramma e destino, la Roja è una macchina implacabile. Una squadra che ha fatto del possesso palla un dogma e della difesa una fortezza invalicabile, un solo gol subito in tutto il Mondiale.
Il percorso degli uomini di de la Fuente è un manifesto di superiorità tattica e tecnica, fatto si di singoli ma inseriti in un contesto di gioco di squadra incredibile, fatto di gol allo scadere di Merino, dalle giocate di Yamal, dalle geometrie di Ruiz e Dani Olmo, dalle coperture di Cuccurella, dagli inserimenti di Porro e dal prolifico Oyarzabal. Hanno disinnescato, una dopo l’altra, le grandi potenze del calcio mondiale. Il Portogallo di Cristiano Ronaldo, il Belgio di De Bruyne e Lukaku, e infine la Francia delle stelle Mbappé e Dembélé.
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Una finale da ricordare
La finalissima sarà lo scontro definitivo tra due filosofie sorelle ma diverse. La perfezione del fraseggio collettivo e della solidità spagnola contro l’estro, lo spunto individuale e la mistica argentina.
Sarà il manifesto di un calcio spettacolare che riconcilia il mondo con la bellezza di questo sport. Il Mondiale più sorprendente degli ultimi anni non poteva chiedere un epilogo migliore.











