Svegliarsi per la terza volta senza un Mondiale, il capolavoro d’incapacità di una Federazione che ha ucciso il nostro talento. Se non ora, quando le dimissioni in blocco?
Torniamo alla serata di ieri. L’eliminazione subita ieri sera contro la Bosnia-Erzegovina segna il punto più basso della nostra storia sportiva, con il terzo Mondiale consecutivo visto da spettatori.
Non è più un caso, non è più sfortuna. Dopo la Svezia (2017) e la Macedonia del Nord (2022), la Bosnia diventa l’ultimo carnefice di una Nazionale che ha perso la sua identità. La sconfitta ai rigori a Zenica (5-2 dopo l’1-1 dei 120′) è solo l’epilogo di un percorso tormentato, iniziato con le difficoltà del girone contro la Norvegia e culminato in una serata di stanchezza e paura.
L’espulsione di Bastoni e l’incapacità di concretizzare le occasioni hanno fatto il resto. Per la prima volta, l’Italia mancherà a un Mondiale a 48 squadre: un paradosso che rende il fallimento ancora più pesante.
Il fallimento della spedizione mondiale non può essere derubricato a un semplice episodio sfortunato o a un rigore calciato male. È il risultato di un cortocircuito sistemico dove le colpe dei vertici e la crisi del talento si alimentano a vicenda. Per ricostruire, non servono pennellate di restauro, ma un abbattimento totale delle strutture logore. Il sistema calcio in Italia necessita di una ristrutturazione che vada oltre il semplice cambio di allenatore. Ecco i punti chiave su cui riflettere.
1. Responsabilità ai vertici
In molti chiedono le dimissioni della governance della FIGC. Dopo tre mondiali saltati, è evidente che non si tratta di un problema tecnico legato a un singolo CT, da Ventura a Gattuso, passando per Mancini e Spalletti, ma di una crisi strutturale. Serve un nuovo management che abbia il coraggio di riforme drastiche.
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Le norme sull’impiego dei giovani sono state finora palliativi facilmente aggirabili dai club. L’incapacità di sbloccare il dossier infrastrutture e stadi ha condannato le nostre società a ricavi da “terzo mondo calcistico”, limitando i fondi per i settori giovanili
2. Il problema dei vivai e delle “Seconde Squadre”
Nonostante l’ascesa di giovani talenti come Pio Esposito, Palestra e Pisilli, il passaggio tra il calcio giovanile e quello professionistico di alto livello è ancora troppo lento. È necessario obbligare o incentivare i club a dare spazio reale ai giovani italiani, seguendo i modello europei come quello spagnolo, inglese o tedesco.
3. Ritmi e intensità
Il campionato italiano viaggia a una velocità diversa rispetto al calcio internazionale. I nostri giocatori faticano quando incontrano squadre che giocano con intensità fisica e pressing alto. Bisogna ripensare la preparazione atletica e la mentalità tattica sin dalle scuole calcio.
4. La carenza di talenti di un vero Bomber
Dall’addio dei talentuosi 10 e dei grandi numeri 9, capaci di assicurarci una continuità nelle realizzazioni, l’Italia vive un’atavica sterilità offensiva. Servono formazione e investimenti specifici nella ricerca di gioani talenti e formazione degli attaccanti, recuperando quella capacità di vedere la porta che sembra essere svanita nel culto dell’estetica del palleggio.
Molti si chiedono quali possano essere i cambiamenti da apportare subito. Qualcuno è orientato verso una riforma dei campionati con la riduzione del numero di squadre professionistiche per alzare la qualità e la sostenibilità economica.
La creazione di nuove infrastrutture moderne e acquisizione degli stadi da parte delle società. Fin quando i ricavi restano bassi non si può investire nei settori giovanili. Un necessario nuovo ciclo che deve basarsi esclusivamente su chi può garantire freschezza e fame per i prossimi 4 anni.
La vittoria dell’Europeo 2021 è stata un’oasi nel deserto, che forse ha nascosto sotto il tappeto i problemi reali.
Oggi il tappeto è stato rimosso e la polvere è visibile a tutti.
Il campo
Se la testa non ha visione, le gambe non sanno dove correre. Ma il problema è che oggi mancano proprio le gambe o meglio, il talento puro. La sparizione del calcio di strada non è stata compensata da scuole calcio all’altezza, che spesso privilegiano la tattica esasperata a scapito della tecnica individuale e dell’estro.
L’ossessione del risultato. A tutti i livelli, la paura di sbagliare tarpa le ali ai giovani. In Italia, l’errore di un diciannovenne è una condanna alla panchina, mentre all’estero è considerato un investimento necessario. L’assenza di Top Player. La realtà è cruda. Oggi l’Italia non dispone di fuoriclasse capaci di spostare gli equilibri internazionali. Abbiamo ottimi gregari, ma mancano i campioni
E’ necessario un ricambio generazionale nei quadri dirigenziali, inserendo figure con esperienza manageriale e internazionale. Una riduzione della Serie A a 18 squadre per alzare il livello medio e liberare spazio nel calendario. Centri Formazione con l’obbligo per i club di reinvestire una quota fissa dei ricavi nella formazione tecnica dei ragazzi italiani.
Dove iniziare?
Dalle dimissioni in blocco di chi ha gestito questo declino e dalla nomina di figure carismatiche e competenti del calibro di Del Piero o Totti, che sappiano riportare al centro della chiesa non la politica, ma il pallone. Solo così potremo evitare che il 2030 diventi l’ennesimo appuntamento con la nostalgia.










