Il ritorno del più grande romanzo popolare dello sport italiano: i giochi della gioventù e le sue emozioni
Piazza del Popolo invasa da seimila colori, il giuramento degli atleti, i sorrisi dei ragazzi e l’emozione di chi, quegli stessi campi, li ha solcati decenni fa. Con la sfilata coreografica nel cuore della Capitale e l’accensione ideale del braciere, sono ufficialmente partiti i Nuovi Giochi della Gioventù 2026.
Dal 26 al 29 maggio, Roma si trasforma in un immenso campus olimpico diffuso, dove 4.500 studenti-atleti provenienti da ogni regione d’Italia e 1.500 docenti e accompagnatori celebrano la fase finale di un percorso durato un intero anno scolastico.
Promossi dal Ministero dell’Istruzione e del Merito e dal Ministero per lo Sport e i Giovani, e realizzati da Sport e Salute, i Giochi non sono solo una competizione, sono il manifesto del diritto allo sport per le nuove generazioni.
La storia. Dal 1968 a oggi, un ponte tra generazioni
Per capire la bellezza dei Giochi della Gioventù bisogna fare un salto indietro nel tempo. Nati nel 1968 da un’intuizione formidabile di Giulio Onesti, allora presidente del CONI, i Giochi avevano un obiettivo chiaro: portare l’educazione fisica e la pratica sportiva nelle scuole italiane in modo strutturato, superando le barriere sociali.
Per trent’anni sono stati il più grande bacino di reclutamento del nostro sport , da qui sono passati campioni immensi come Pietro Mennea, Sara Simeoni e un giovanissimo Massimiliano Rosolino, ieri scatenato sul palco a Piazza del Popolo, prima di una lunga interruzione e di un faticoso percorso di ripresa. Il format 2026 non è però un’operazione nostalgia, è una vera e propria reinvenzione. Accanto a discipline storiche, oggi trovano spazio sport inclusivi e moderni, capaci di parlare la lingua delle nuove generazioni.
Il significato profondo. Oltre la medaglia, il diritto allo sport
Come sottolineato dai Ministri Andrea Abodi e Giuseppe Valditara durante l’inaugurazione, il fulcro dei Nuovi Giochi della Gioventù risiede in tre concetti chiave:
L’ Inclusione Reale con la presenza di discipline come il Baskin (basket inclusivo) e il Sitting Volley, unite alla partecipazione attiva dei docenti di sostegno, dimostra che lo sport scolastico non esclude nessuno. Tutti giocano nella stessa squadra.
Il Benessere e un sano stili di Vita. Nei villaggi sportivi allestiti all’Olimpico e al Foro Italico non si corre solo per il cronometro. Sono previsti laboratori interattivi su alimentazione corretta, prevenzione, primo soccorso e contrasto alla sedentarietà.
Lo Sport come Diritto Costituzionale, con il recente inserimento dello sport nell’Articolo 33 della Costituzione italiana trova in questi quattro giorni la sua applicazione più nobile.
L’obiettivo dichiarato dalle istituzioni è trasformare la pratica sportiva da “privilegio” o semplice attività extra-curriculare a diritto garantito e accessibile all’interno del percorso formativo di ogni studente.
Il Baskin. Dove la diversità diventa la tattica vincente
Chi pensa che il baskin, il basket inclusivo, sia una versione addolcita della pallacanestro si sbaglia di grosso. È uno sport vero, tattico, agonistico e, soprattutto, rivoluzionario.
Nato dall’idea di permettere a giovani con e senza disabilità, sia fisiche che mentali, di giocare insieme, di stare insieme sul parquet, di essere squadra. Il baskin non si limita ad accogliere, ma valorizza il ruolo di ciascuno attraverso un regolamento geniale con ruoli su misura, dove ogni giocatore ha un ruolo (da 1 a 5) assegnato in base alle proprie competenze motorie. Ha un forte valore inclusivo.
Canestri per tutti, in quanto oltre ai due canestri tradizionali, a metà campo ci sono due canestri laterali con altezze diverse, protetti da un’area di sicurezza e dove nessuno è un elemento passivo. Per vincere la partita, i ragazzi devono necessariamente collaborare tra loro e servire i compagni nei canestri laterali. Il successo della squadra dipende dall’inclusione dell’altro.
L’emozione che si respira è contagiosa, ne parlo a titolo personale nel vedere giocare questi atleti. Vedere la gioia incontenibile di un ragazzo che segna il suo primo canestro della vita, festeggiato dai compagni di classe come se avesse firmato una tripla sulla sirena come Curry in una Finals Nba, è la sintesi perfetta del valore educativo dello sport.
Sitting Volley. Abbattere le barriere stando seduti
Pochi metri più in là, la rete della pallavolo si abbassa e il pavimento diventa il terreno di gioco. Nel sitting volley, la disciplina paralimpica giocata stando seduti sul pavimento, si assiste a un totale azzeramento delle differenze.
La regola fondamentale è semplice ma d’impatto. Al momento di toccare la palla, il bacino del giocatore deve essere a contatto con il terreno. Questo livella completamente il campo da gioco, costringendo gli studenti a sviluppare una coordinazione e una complicità di squadra straordinarie. Le emozioni qui viaggiano veloci come i palloni.
C’è la foga della competizione, certo, ma c’è soprattutto la felicità di condividere un’esperienza che i ragazzi si porteranno dietro per sempre.
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Cosa resta
Il viaggio dei seimila ragazzi si concluderà venerdì mattina, 29 maggio, proprio sulla pista dello Stadio Olimpico per le premiazioni finali, dove verranno assegnati anche i premi speciali legati al Fair Play.
Ma la sensazione è che la vittoria più grande sia già stata assegnata, l’aver restituito alla scuola italiana la gioia di fare squadra, di viaggiare insieme e di riappropriarsi dei grandi spazi dello sport azzurro.
I campioni di domani, forse, nasceranno qui. I cittadini più sani e consapevoli del futuro, sicuramente sì.
La bellezza più pura di questi Nuovi Giochi della Gioventù non sta nei record battuti sulla pista dell’Olimpico, ma in un dettaglio che si nota solo osservando da vicino, a bordo campo.
Sta nelle mani che si stringono prima di una partita di Baskin, negli sguardi d’intesa tra ragazzi che la burocrazia definirebbe “diversi” e che lo sport, invece, rende semplicemente compagni di squadra.
Il vero trionfo di questa quattro giorni romana non è l’agonismo che divide, ma l’abbraccio che unisce. Quando l’ultimo pallone avrà smesso di rimbalzare sul cemento del Foro Italico, la vittoria più grande sarà l’aver dimostrato che su questi campi nessuno è rimasto in panchina.
Perché lo sport, quando è scuola di vita, o è di tutti o non è.









