Mondiali Russia 2018

Un calcio alla libertà: storie di Mondiali e dittature

Passarella, Coppa del Mondo 1978

Sono passati ottantotto anni dalla prima edizione dei Campionati del Mondo. Allora si chiamava Coppa Rimet (dal nome del suo ideatore), c’era molta difficoltà negli spostamenti (i viaggi in nave duravano intere settimane), i giornali erano l’unica fonte di informazione: insomma, altri tempi. C’è un filo conduttore, resistente come l’acciaio, che lega i quasi novant’anni di storia della manifestazione ed è rappresentato dalla facilità dello sport, del calcio in questo caso, nel fungere da strumento di aggregazione e, in più di qualche caso, di propaganda politica.

Basta fare un salto indietro nel tempo per accorgersi di come i principi ed i valori educativi del barone De Coubertin (fondatore dei moderni Giochi Olimpici e connazionale di Jules Rimet) siano stati troppe volte umiliati e sacrificati in nome delle esigenze dei regimi totalitari che hanno tristemente caratterizzato buona parte del ‘900. Minacce, corruzione, favoritismi, esaltazione populista all’ennesima potenza: c’è questo e tanto altro in alcune delle più discusse edizioni della Coppa del Mondo. Difficile emozionarsi per una prodezza balistica quando a poche centinaia di metri dagli stadi è vivo l’odore della polvere da sparo e le strade sono sporche di sangue. I Mondiali sono anche questo. Una manciata di giorni per provare a dimenticare, per scappare dalla realtà, per unirsi e credere in un sogno comune. Un sogno vero, non costruito a tavolino.

Nel 1934 la federazione decise di assegnare all’Italia l’organizzazione dei secondi Campionati Mondiali di calcio della storia, i primi in Europa, dopo quelli disputati in Uruguay. Un’edizione voluta ed ottenuta a tutti i costi dal regime. Vennero applicati sgravi fiscali per opere pubbliche, costruiti nuovi stadi e potenziati i trasporti. Come Hitler, che due anni più tardi si sarebbe servito delle Olimpiadi per celebrare (con pessimi risultati) la supremazia della razza tedesca, anche Benito Mussolini fece tutto l’(im)possibile affinché l’Italia si laureasse campione. Il Duce, in cambio di denaro, fece nazionalizzare numerosi giocatori argentini e anche grazie al boicottaggio da parte di numerose squadre sudamericane gli azzurri alzarono al cielo la loro prima Coppa Rimet. I giocatori, come premio partita in caso di vittoria, avrebbero potuto chiedere ogni cosa. In caso di sconfitta non occorre troppa fantasia per immaginarsi le conseguenze.

Un clima politico decisamente arroventato caratterizzò anche il Mondiale francese del 1938. La Seconda Guerra Mondiale era alle porte ed i primi fermenti già ribollivano nel cuore dell’Europa. Molti italiani si erano rifugiati al di là delle Alpi per motivi politici e non vedevano l’ora di farsi sentire. A Marsiglia, durante il match fra Italia e Francia, oltre diecimila antifascisti fischiarono spudoratamente gli azzurri. L’odio e la paura avevano vinto ancora.

Nemmeno il tempo per l’Europa di riprendersi dagli orrori e dalle macerie del secondo conflitto mondiale che il Sud America, lì dove il calcio è da sempre gioia e spensieratezza, divenne il terreno più fertile per il proliferare di numerosi regimi autoritari.

In Brasile, il 1 aprile 1964, un golpe militare mise fine al governo di “Jango” Goulart, instaurando una dittatura che durò oltre vent’anni, di certo meno conosciuta di quella cilena o argentina ma altrettanto traumatica per la storia del paese. Vennero concessi al presidente, il maresciallo Humberto, poteri straordinari simultaneamente alla sospensione delle garanzie costituzionali. E il calcio? Dopo le due affermazioni consecutive della Selecao nel 1958 e nel 1962 i verdeoro tornarono distrutti dall’edizione inglese del 1966. In Messico, nel 1970, ci fu la possibilità di assistere allo spettacolo più bello mai andato in scena su un campo da calcio. Felix, Carlos Alberto, Everaldo, Clodoaldo, Piazza, Brito, Jairzinho, Gerson, Tostao, Pelè, Rivelino: undici extraterresti che agli ordini di Mario Zagalo incantarono il mondo intero dimostrando, se ancora ce ne fosse bisogno, il significato del fùtbol all’ombra del Cristo di Rio. Dopo la vittoria l’allora presidente, il generale Emilio Garrastazu, fece si che il trionfo dei suoi si trasformasse in una vittoria del governo contro le follie dei comunisti. Una vittoria sul campo, pulita e spettacolare, piegata ancora una volta per nascondere i crimini del regime.

Infine, ma non per importanza, i Campionati del Mondo del 1978 in Argentina. Due anni prima dell’inizio della kermesse un colpo di stato rovesciò il governo di Isabel Martinez de Peron, salita alla guida del paese dopo la morte del marito Juan Domingo. Preso il potere, i generali attuarono il loro programma di riorganizzazione attraverso una terribile campagna di repressione contro la popolazione civile ed ogni tipo di dissidente. Nessuno doveva sapere. La giunta golpista, guidata da Jorge Rafael Videla, fece di tutto per nascondere le torture di cui si era resa protagonista e per mostrare al mondo intero l’immagine (più finta che mai) di un paese rinato e disciplinato. Il Mondiale era l’occasione migliore per ipnotizzare la gente. Dopo aver passato il primo turno come prima del girone la squadra di Menotti avrebbe dovuto battere il Perù con molti gol di scarto. Il match terminò con il punteggio di 6-0. Non serve aggiungere altro. In finale l’Albicelste si impose 3-1 sull’Olanda. La Patria era glorificata, ma a che prezzo?

Dopo le vivaci proteste della popolazione brasiliana per le enormi spese effettuate per organizzare l’ultimo Mondiale, siamo ormai vicini al suono del gong per l’inizio di Russia 2018. Migliaia di tifosi sono in viaggio in queste ore per seguire la propria nazione, gli stadi stanno per riempirsi all’inverosimile, le lucci sono pronte ad accendersi. La speranza è che un paese autoritario come la Russia, in cui da qualche anno le elezioni hanno l’aspetto triste di un rito formale senza alcun significato, abbia fatto propria la lezione che ci ricorda come lo sport e le sue imprese passino davvero alla storia solo quando non sono mortificate. Il timore, fondato più che mai, è che dalla storia non sempre si impara.

 

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