Il rombo del motore dell’ammiraglia che taglia il vento, il silenzio teso della vigilia, il peso specifico di una maglia che non è solo tessuto, ma storia, orgoglio, responsabilità. Guidare la Nazionale Elite di ciclismo significa camminare sul filo sottile che separa il trionfo dall’oblio, dove ogni scelta strategica è un battito di ciglia e ogni decisione può valere una medaglia d’oro o un rimpianto eterno.
Roberto Amadio quel peso lo conosce bene. Lo porta sulle spalle ogni giorno con la dignità di chi ha fatto del ciclismo la propria ragione di vita, prima sui pedali e poi dietro i cristalli di un’ammiraglia, traghettando il movimento azzurro attraverso generazioni di campioni, sfide impossibili e ricambi generazionali. Nei suoi occhi c’è la lucidità del tattico e la passione viscerale del tifoso; nelle sue parole, l’eco di corse leggendarie e la visione lucida di un futuro ancora tutto da scrivere.
In questa intervista esclusiva, il Commissario Tecnico si racconta: dalle notti insonni passate a disegnare la strategia perfetta, al rapporto diretto con i suoi atleti, fino al sogno iridato che brucia dentro come il primo giorno.
Salite in ammiraglia con noi: parla Roberto Amadio.
Roberto, la tua nomina a CT della Nazionale maschile Élite ha segnato una svolta. Guardando al tuo passato da corridore prima e da storico team manager di grandissimo livello poi, quanto conta quell’esperienza di gestione umana quando ci si siede sull’ammiraglia più importante d’Italia?
Voglio ringraziare la Federazione per la fiducia: questo è un ruolo di grande responsabilità, ma anche di enorme ispirazione per chi ha fatto della passione per il ciclismo la propria vita. In questo mestiere l’esperienza conta, ma la vera chiave è fare squadra. Per me è fondamentale valorizzare e sostenere ogni atleta, rispettando le diverse caratteristiche tecniche, l’età e i differenti percorsi di crescita. Il feeling con il gruppo è ottimo, a partire dai giovani talenti come Piganzoli e Pellizzari, fino ai senatori più esperti come Trentin.
Se potessi rubare un segreto o un approccio metodologico ai grandi CT del passato azzurro – penso ad Alfredo Martini o Franco Ballerini – quale sceglieresti da applicare al ciclismo ultra-tecnologico di oggi?
Premessa d’obbligo: loro rimangono ineguagliabili, in tutto. Da Alfredo Martini prenderei la saggezza e la straordinaria capacità di leggere lo sport e gli atleti con assoluta chiarezza ed equilibrio. Di Franco Ballerini, invece, vorrei sicuramente l’intuito: è stato un tecnico lungimirante e brillante, capace di scovare non solo il talento puro, ma anche il percorso di crescita ideale per ogni singolo corridore.
Il ciclismo moderno brucia le tappe: oggi si vince il Tour o le Classiche a vent’anni. In ottica futura, come si muove la tua Nazionale per scovare e proteggere i talenti italiani, evitando che vengano schiacciati dalle aspettative o da un professionismo precoce?
Nelle categorie giovanili come Allievi ed Esordienti, ritengo che il divertimento e la passione pura debbano avere la priorità assoluta. Assimilare il ciclismo attraverso l’entusiasmo è il presupposto fondamentale per reggere l’impatto con quello che, in futuro, diventerà un percorso agonistico di alto livello, tanto affascinante quanto esigente. Il clima ideale è quello delle famiglie che condividono il giorno della gara, dove il successo non deve mai diventare un’ossessione.
Il discorso cambia con gli Juniores, dove la selezione naturale della disciplina impone metodologie rigorose e standard altamente professionali. Oggi assistiamo a una maturazione precoce dei corridori; una realtà evidente nei tempi, nelle medie e nei dati biologici, oltre che nei budget stanziati dai team. Gestire questa transizione richiede competenza assoluta e zero spazio per l’improvvisazione. Il confronto costante con i massimi esperti del settore conferma che il vivaio italiano è considerato il più pregiato d’Europa. Un patrimonio che deve renderci fieri e guidare la nostra programmazione futura
Lavori in stretta sinergia con una struttura tecnica rinnovata, che vede figure come Elia Viviani nel ruolo di Team Manager. Qual è la visione comune per il futuro del ciclismo italiano da qui ai prossimi grandi appuntamenti internazionali?
C’è massima sintonia e stima reciproca con Elia, un campione straordinario ma soprattutto una persona dallo spessore umano altissimo. È un professionista che ragionava da manager già quando correva, curando maniacalmente ogni minimo dettaglio. Siamo costantemente in contatto con i team di appartenenza dei ragazzi, che ci tengono aggiornati su programmi, progressi e cambi di rotta. Nello sport gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo e, a volte, sanno aprire scenari inaspettati e molto interessanti.
Da atleta in bicicletta a manager di team importanti, fino al ruolo di CT della Nazionale: hai vissuto il ciclismo da ogni prospettiva possibile. Quale di questi abiti senti che ti vesta meglio e in quale credi di aver lasciato l’impatto più profondo?”
Da atleta lo sforzo fisico era notevole, fatto di rinunce e sacrifici, ma non conoscevo minimamente il significato della parola stress. È un concetto che ho compreso a fondo solo nella carriera da manager, dove devi pensare davvero a tutto. Lì si ribaltano le prospettive e le priorità: tutto diventa urgente, non c’è più nessuno a fare da filtro e devi risolvere ogni problema in prima persona.
Da CT che dire? Stiamo preparando con grande perizia i prossimi appuntamenti internazionali, ma c’è ancora tempo per lavorare; mi sento motivato e sereno. Ad agosto, con i Giochi del Mediterraneo, avremo il nostro primo vero banco di prova, poi tra settembre e ottobre la tensione salirà inevitabilmente. Abbiamo obiettivi importanti, siamo ambiziosi e non ci nascondiamo. La pressione aumenterà… ed è giusto che sia così!
Molti ciclisti parlano del ‘momento perfetto’, quello stato di grazia in cui condizione fisica, mezzo meccanico, strategia e istinto si allineano e ti fanno sentire invincibile. Quali sono stati i momenti perfetti della tua carriera, sia in sella sia sull’ammiraglia?”
Da corridore, certamente i Mondiali su Pista del 1985. L’inseguimento a squadra è una gara dove contano i dettagli, i millesimi, un momento corale dove tutto deve andare alla perfezione. Una vittoria straordinaria, resa ancor più speciale perche venivano dalla delusione bruciante delle Olimpiadi di Los Angeles dove eravamo tra i favoriti e finimmo ai piedi del podio. Da Manager e da Direttore Sportivo, che belle le vittorie con Basso, Di Luca, la Vuelta di Nibali e le imprese di Peter Sagan.Parliamo di giovani e di grandi palcoscenici: il Giro della Valle d’Aosta è storicamente una delle corse a tappe Under 23 più dure, prestigiose e indicative del mondo. Quanto conta per te, come CT, questa corsa per capire chi ha davvero il motore e la testa per il ciclismo del futuro?
È un Giro storico e altamente impegnativo, che rappresenta sicuramente una grande scuola per i futuri professionisti. La storia parla chiaro: chi ha brillato sulle strade eroiche della Valle d’Aosta è poi diventato un ciclista di grande calibro. Per questo motivo, io in primis, il mio team e soprattutto l’ottimo Marino Amadori osserveremo con estrema attenzione i giovani talenti impegnati in questa corsa, che consideriamo un test fondamentale per il futuro del nostro ciclismo.
Spesso sulle strade della Valle d’Aosta i talenti stranieri dettano legge. Pensa sia troppo severo il giudizio di una certa stampa, secondo la quale ai ciclisti italiani sembra mancare per dominare su pendenze così importanti? Come giudica il livello espresso dai ragazzi italiani nell’ultima edizione della corsa?
C’è da dire che al Giro della Valle d’Aosta, negli ultimi anni, hanno preso parte molte squadre straniere forti e ben strutturate, che hanno visto brillare i loro migliori talenti.
Io penso che in Italia si stia lavorando bene fin dalle basi, grazie a team e staff tecnici di grande rilievo. I risultati a livello Internazionale Under23 lo confermano. Certo, al momento manca il grande campione a livello professionistico, il fuoriclasse assoluto; ma di quelli ne nascono pochi, dovremmo saperlo. Il nostro movimento deve semplicemente pensare con lungimiranza, continuando a investire e a far crescere i giovani con attenzione.
Un plauso particolare mi sento di farlo a Davide Piganzoli, che ha ben figurato in tutti gli ultimi impegni, e a Lorenzo Mark Finn, dominatore del Giro d’Italia Next Gen. Sono convinto che i prossimi appuntamenti internazionali ci vedranno protagonisti, perché ho massima fiducia sia nel talento dei nostri corridori, sia nella qualità del lavoro svolto.










