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Esclusiva SportFace. Elia Viviani: “Lavoro, dettagli e multidisciplinarietà: così si cresce”

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Dietro ogni volata vincente, dietro ogni frazione di secondo in cui le braccia si alzano al cielo, ci sono migliaia di chilometri in solitudine, cadute, rinascite e una fame che il tempo non è riuscito a scalfire. Incontriamo Elia Viviani: un fuoriclasse eterno che ha saputo vincere tutto, ma che ha fatto della resilienza il suo vero marchio di fabbrica. Una vita vissuta a trecento battiti al minuto, divisa tra la polvere della strada e il legno magnetico della pista. Questa non è solo la storia dei suoi successi, ma il racconto dell’uomo che balla con il vento e sfida il limite, ogni giorno da capo.

Elia, l’aria dei Campionati Italiani Assoluti su pista ha sempre un profumo speciale per te. Come ci si sente a vivere questi tricolori a San Francesco al Campo interamente dall’altra parte della transenna, nel tuo nuovo ruolo tecnico?

«Spesso vorrei essere in pista. È bellissimo vedere i giovani, le loro speranze, le aspirazioni, il talento e la grande voglia di mettersi alla prova. Ovviamente, da amante di questo sport e da tecnico, è fondamentale e molto interessante analizzare le performance. Sono ragazzi che fino a ieri vedevo in maglia azzurra come compagni di squadra e che adesso, invece, si sfidano da avversari. È bella la tensione, la sana rivalità e quell’ambizione che ti spinge a dare il massimo. Certo, la pista resta il mio grande amore e a volte c’è un po’ di nostalgia, però voglio sfruttare tutta la mia esperienza per lavorare con un occhio attento rivolto al futuro.

In questi primi giorni di gare a Torino stiamo vedendo una grandissima crescita dei giovani, con titoli importanti finiti a ragazzi emergenti. C’è qualche talento in particolare che ti sta impressionando in ottica futura?

«Direi Alessio Magagnotti, sia per i risultati ottenuti, sia per la capacità di conquistare vittorie pur senza aver fatto tantissima pista in passato. Ha uno sprint superbo, una grande determinazione e caratteristiche davvero importanti. Al momento il suo è il nome che mi sento di fare.»


  1. A proposito del tuo nuovo percorso, in questo 2026 ti stai dividendo tra il ruolo di team manager nell’ambiente azzurro e l’esperienza in ammiraglia come direttore sportivo con la Ineos. Come si conciliano queste due vesti?

«Sono due percorsi professionali molto diversi, ma che ti mettono totalmente alla prova e ti permettono di fare un’esperienza a 360 gradi. In ammiraglia la tensione e le emozioni ti investono quasi come quando correvo: sei vicino agli atleti, li ascolti, ne capisci i momenti. Il ruolo di team manager, invece, richiede una proiezione mentale focalizzata su programmazione e organizzazione. Hai a che fare con scadenze, budget, gestione della parte sportiva ma anche tanta direzione strategica. Il ruolo in ammiraglia ti tiene più vicino al corridore ma, a ben pensarci, dalle decisioni prese dietro la scrivania dipende direttamente la carriera del corridore stesso. È davvero un bel mix.Proprio ieri, il 27 luglio, ricorreva il decennale esatto della cerimonia d’apertura di Rio 2016, l’Olimpiade del tuo leggendario oro nell’Omnium. Guardando l’Elia di oggi e ripensando a quel trionfo di dieci anni fa, cosa è rimasto di quel ragazzo?

«Quella dell’oro è una di quelle giornate di cui ricordo perfettamente ogni singola cosa. Mi ha sempre stupito la lucidità con cui ho conservato, attimo dopo attimo, la costruzione di quella vittoria. È bellissimo aver cristallizzato in modo così esatto il momento più alto della mia carriera. Quella medaglia mi ha sbloccato, mi ha dato una serenità e una consapevolezza nuove che mi hanno permesso di guardare a grandi traguardi futuri con fiducia. Questo è stato il regalo più grande di quell’Olimpiade, che mi ha lasciato anche tantissimi amici. Uno su tutti Gregorio Paltrinieri, che proprio a Rio ha coronato il suo sogno sportivo.»

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Hai chiuso la tua carriera agonistica nell’ottobre scorso a Santiago con una sceneggiatura da film: l’oro mondiale nell’Eliminazione all’ultima gara della tua vita. Hai mai avuto un ripensamento in questi mesi?

«Sinceramente no. Ho chiuso esattamente come volevo, come sognavo, ed è un privilegio che non tocca a tutti. L’anno precedente avevo rischiato di abbandonare il professionismo senza la vittoria che desideravo, e questa consapevolezza rende il mio addio semplicemente perfetto. Certo, per la pista un briciolo di nostalgia rimane sempre… mentre quando guardo le grandi salite delle corse a tappe non sono per niente nostalgico! Però va bene così: ho lavorato tanto, ma ho avuto esattamente il finale che volevo.»

Nel ciclismo moderno la multidisciplinarietà che tu hai incarnato per quindici anni è diventata la normalità. Jonathan Milan ha appena vinto il tricolore su strada e Filippo Ganna brilla ovunque. Senti di essere il pioniere di questo manifesto tecnico Azzurro?

Sì, sono fiero di aver tracciato questa strada, che oggi è la normalità per molti miei bravissimo ex colleghi… La multidisciplinarietà non è più un’eccezione, ma il pilastro del ciclismo moderno. Questo approccio fluido e duttile si riflette chiaramente nei risultati dei Campionati Italiani, dove emerge anche lo straordinario momento del movimento femminile, in costante crescita ed evoluzione.

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Ultima domanda, Elia. Qual è il consiglio principale che stai dando in questi giorni ai ragazzi che si laureano campioni italiani qui a Torino prima di rimettere la maglia azzurra?

«Il ciclismo è cambiato molto negli anni, si è evoluto sotto tantissimi aspetti. Vorrei però che negli anni giovanili – quelli in cui si respira davvero l’amore puro per questo sport e lo si vive come un divertimento, pur con la dovuta serietà – i ragazzi si godessero tutta la bellezza e la spensieratezza che questa disciplina sa regalare. È una ricarica di energia che tornerà fondamentale in futuro, se e quando decideranno che il ciclismo potrà diventare una vera professione. Quel passaggio deve avvenire in modo consapevole, sereno ma deciso. Inoltre, ci tengo che per i ragazzi e per le loro squadre sia ben chiaro il valore immenso della maglia azzurra per un atleta. Nella programmazione di una stagione, la convocazione in Nazionale deve occupare un ruolo centrale: quando arriva, deve rappresentare un grandissimo onore e un traguardo stupendo, un momento in cui alzare ulteriormente l’asticella, e non un semplice elemento complementare rispetto agli altri appuntamenti in calendario.»

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