Federer e Nadal, quando il rifiuto della sconfitta vince sulla carta d’identità

Roger Federer - foto Ray Giubilo Roger Federer - foto Ray Giubilo

Per spiegare quanto andato in scena sul Centre Court di Wimbledon tra Roger Federer e Rafael Nadal, in realtà, basterebbero gli ultimi due game. Il venti volte campione Slam è avanti 5-3, è in risposta per chiudere la semifinale ed evitare un tribolato turno di servizio con il rivale di sempre, ormai spalle al muro e senza nulla da perdere. Un primo match point sfuma ancor prima di essere guadagnato sul campo, con un falco chiesto troppo frettolosamente: fa parte della sceneggiatura anche questo. Gli altri due nel game, invece, li cancella lo spagnolo con altrettanti servizi vincenti e va di corsa a sedersi sotto per 4-5. Federer fino a questo punto ha ceduto appena cinque 15 alla risposta di Rafa, un fattore che pare non contare nulla in un decimo gioco da antologia: un back ingestibile cestina una palla del 5-5 a Nadal che, dall’altro lato, si esalta con recuperi ai limiti dell’umano per annullare altri due match point. Il quinto, però, è quello che pone la parola fine a una partita che, banalmente, uno dei due avrebbe dovuto vincere ma che rinverdirà il catalogo dei “Fedal” più belli della storia.

Eguagliare il livello straordinario della finale del 2008 per quantità di spettacolo, pathos, colpi di scena era francamente impossibile. Sono passati undici anni da quell’incontro leggendario capace di ribaltare le gerarchie a Wimbledon e nel ranking dopo un dominio infinito di Federer. La carta d’identità, seppur in modo diverso per ogni altro essere umano, conta anche per loro. Lo sa benissimo lo svizzero, che a quasi 38 anni ha deciso di far scivolare via un secondo set in poco più di 20 minuti: a costo di incassare un 6-1 pesantissimo per non pregiudicare le possibilità nel prosieguo del match.

Nemmeno a dirlo, ha avuto ragione lui. Nel terzo e nel quarto parziale Roger si è ritrovato aggiudicandosi durissimi bracci di ferro da fondo, vincendo anche nel campo dell’avversario con una prova di forza epica. I due protagonisti in campo così diversi nel modo d’intendere il tennis, però, posseggono la stessa capacità di rifiutare la sconfitta. Se da un lato Federer ha deciso di giocare a ping pong sulle diaboliche uncinate dell’avversario di una vita quasi come fosse controllato da un joypad, dall’altro solamente uno come Nadal avrebbe potuto regalare al pubblico una partita degna di tale nome. Nervoso, a tratti con lo sguardo spaventato verso il suo box al gran completo e con le spalle al suo rivale, ma mai uscito da una semifinale che per un soffio non è riuscito a riacciuffare per i capelli.

Il pubblico del Centre Court non ha potuto far altro che tributare una standing ovation all’uscita dal campo dei due fenomeni, nella mente di tutti di certo il pensiero è stato più o meno lo stesso: cento di questi giorni. Nel frattempo, però, Federer ne ha messe in fila 101 a Wimbledon. Ma c’è anche una “brutta” notizia per lui: ancora nulla è compiuto per il 2019, domenica è atteso da un altro esame da ventuno crediti contro un certo Novak Djokovic.

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Classe 1992, studente di Giurisprudenza e diplomato al Conservatorio con il sogno del giornalismo. Amo lo sport a 360°, anche perché il mio paesino da 17.000 abitanti ha cresciuto un calciatore di Serie A e della nazionale come Legrottaglie, una medaglia olimpica di volley come Mastrangelo, e l'ormai certezza della marcia Palmisano. E poi ci sono io, mancato numero 1 Atp, cui rimedio sproloquiando come redattore anche su Tennis World Italia