Adriano Panatta non le manda a dire e questa volta prende di mira un’etichetta che, nel mondo del tennis, si attacca facilmente: quella del “robot”. Parlando di Jannik Sinner a Citofonare Rai 2, l’ex campione romano ha sottolineato quanto sia riduttivo e persino offensivo descrivere un ragazzo di 24 anni come una macchina da gioco, capace di gestire tutto senza emozioni.
Per Panatta, dietro ogni servizio potente e ogni risposta fulminea c’è un giovane che prova emozioni, che inciampa e che, a volte, sbaglia o si distrae, proprio come chi guarda le sue partite dal divano di casa.
Panatta e l’umanità di Sinner
Il riferimento più concreto arriva dagli episodi recenti al Roland Garros. Sinner, spesso ammirato per la freddezza e la precisione, ha mostrato un lato umano che è sfuggito a molti commentatori.
Panatta ricorda quell’immagine del tennista che gira per Parigi sul suo Vespino, un gesto piccolo, quasi banale, ma capace di rendere il campione più vicino a chi lo segue. Il pubblico italiano, e non solo, lo percepisce ora non solo come un atleta esemplare, ma come una persona con nervi, dubbi e momenti di leggerezza.
Dietro ogni punto c’è un ragazzo
Panatta scherza sulla popolarità di Sinner, ammettendo di non saper mai cosa rispondere ai fan che lo fermano per chiedere informazioni sul ragazzo di San Candido, ma evidenzia un fatto chiaro: definire qualcuno un robot non solo banalizza il talento, ma lo svuota della dimensione umana che lo rende interessante.









