La Confederazione Europea di Scherma ha dedicato un focus a Luigi Mazzone nella rubrica “Beyond the competitions“, scegliendo un titolo programmatico: la scherma che trasforma la vita. L’intervista, riportata da Federscherma ma pubblicata su Eurofencing, usa l’esperienza italiana come esempio di un’idea precisa: la scherma può restare sport d’élite senza rinunciare alla sua funzione educativa e sociale.
Nella visione del presidente federale, prestazione e inclusione non son due binari paralleli ma un unico percorso, dove la qualità dell’ambiente conta quanto il risultato finale.
Dalla pedana alla responsabilità
Mazzone parte dal proprio vissuto: prima atleta, poi medico, oggi presidente. Il filo conduttore è l’idea di meritocrazia come lavoro quotidiano e capacità di adattamento, maturate negli anni in cui doveva conciliare allenamenti e studi universitari. Da qui nasce una concezione della leadership molto concreta: guidare non significa solo “chiedere”, ma creare condizioni.
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Per Mazzone, la governance moderna deve andare oltre classifiche e medaglie: la responsabilità include sicurezza, supporto e ascolto, perché un atleta rende davvero quando si sente protetto e compreso. In questa prospettiva, la federazione non è soltanto un’istituzione sportiva, ma un soggetto che deve garantire percorso sostenibili, evitando che la pressione del risultati schiacci il benessere degli atleti.
Scherma e neurosviluppo: inclusione come “progetto tecnico”
Il cuore del focus è il legame tra sport e neuropsichiatria infantile: Mazzone spiega perché la scherma possa essere particolarmente adatta anche a bambini con disturbi del neurosviluppo, incluso l’autismo. La chiave è la prevedibilità: regole chiare, distanza controllata, interazione sociale presente ma strutturata. In pedana, interpretare l’avversario e anticiparne i movimenti diventa un allenamento cognitivo che può sostenere attenzione, regolazione emotiva e flessibilità.
Ma l’inclusione, sottolinea il presidente federale, non si ottiene chiedendo al bambino di adattarsi: è l’ambiente che deve essere preparato e gli allenatori formati. Il messaggio finale è netto: vincere non basta se lo sport non crea opportunità. La vera eredità della scherma, conclude, sta nelle possibilità che apre “per tutti”, non solo nei podi.










