Addio ad un volto noto del motorsport: se n’è andato durante una gara a causa di un malore improvviso
Il motore acceso, il tratto da affrontare, una gara come tante. Poi si ferma tutto. Stefano Torrini è morto così, durante una prova del Campionato italiano di regolarità. Aveva 68 anni, correva ancora. Non per nostalgia, ma perché quella era la sua dimensione. In sella a moto d’epoca, quelle degli anni Settanta, dentro un mondo che conosceva bene e che non aveva mai davvero lasciato.
È successo a Terrasini, in Sicilia. Prima prova stagionale del Gruppo 5, categoria dedicata proprio alle moto storiche. Torrini stava affrontando il cross test, uno dei tratti più tecnici. È lì che si è sentito male. Un malore improvviso, senza segnali evidenti prima. I soccorsi sono arrivati subito, il trasporto in ospedale anche. Ma non è bastato.
Chi era presente racconta di momenti confusi. Non tanto per l’organizzazione — quella ormai è rodata — ma per quello che stava succedendo davvero. Perché quando un pilota si ferma così, senza una caduta, senza un contatto, cambia tutto il senso della scena.
Nel giro dell’enduro, soprattutto quello legato alle moto d’epoca, Torrini non era uno sconosciuto. Tesserato con il Moto Club RS77, presenza costante nelle gare, uno di quelli che si vedono sempre alla partenza. E spesso anche alla fine. Non era lì per caso. Non era uno che partecipava ogni tanto. Era parte del circuito, nel modo più concreto possibile.
Chi lo conosceva lo descrive senza troppi giri di parole: corretto, disponibile, uno che non faceva rumore ma lasciava il segno. Non è una frase fatta, in questi ambienti si riconosce subito chi è così. E poi c’è un dettaglio che pesa più degli altri. Continuava a correre a 68 anni. Non è un numero qualunque, soprattutto in uno sport che richiede lucidità, riflessi, resistenza. Vuol dire che quella passione era rimasta intatta.
Addio a Stefano Torrini: motorsport in lacrime
Il motorsport è anche questo: campionati minori, categorie storiche, circuiti dove ci si conosce quasi tutti. E quando succede qualcosa del genere, l’impatto è diverso. Più diretto, più personale. Nel paddock dell’enduro epoca non si parla di “evento”. Si parla di una persona che non c’è più. Di uno che fino a poco prima era lì, pronto a partire. E la cosa che resta addosso è proprio questa distanza minima tra normalità e tragedia.
Un attimo prima sei dentro la gara, quello dopo sei fuori da tutto. Il motorsport convive con il rischio, è vero. Ma è un rischio che si immagina legato alla velocità, agli incidenti. Qui invece no. Nessuna caduta decisiva, nessun errore fatale. Solo il corpo che si ferma. E questo manda in cortocircuito anche chi è abituato a vedere di tutto.
Il Moto Club RS77 lo ha scritto in modo semplice: era molto più di un compagno di gare. Era un amico. Uno che si faceva voler bene senza bisogno di alzare la voce. E probabilmente è questa la parte che pesa di più adesso. Non tanto il pilota, ma la presenza. Le gare andranno avanti, come sempre. I calendari non si fermano. Ma in certe situazioni cambia il modo di stare lì. Anche solo per un po’. Perché chi frequenta quei percorsi, quei paddock, quelle partenze, sa che non si perde solo uno che correva. Si perde uno che c’era. Sempre.










