Il motociclismo ha perso Jacques Cornu, morto a 72 anni dopo una lunga malattia. Per chi ha vissuto il Motomondiale degli anni Ottanta, il suo nome non era uno di contorno: era quello di un pilota svizzero solido, elegante, capace di stare davanti in una 250 che allora era una classe durissima.
Cornu non è stato campione del mondo, ed è giusto dirlo senza trasformare tutto in leggenda facile. Ma ha corso 116 Gran Premi tra 250 e 350, ha vinto tre gare, è salito 21 volte sul podio e ha firmato tre pole position. Numeri veri, pesanti, arrivati in un’epoca in cui sbagliare voleva dire pagare subito, spesso caro.
Il signore svizzero della 250: addio a Cornu
Il suo momento più alto arrivò nel 1988, quando con la Honda vinse in Austria e in Francia e chiuse terzo nel Mondiale 250. L’anno dopo ripeté il terzo posto iridato e conquistò anche il Gran Premio del Belgio, a Spa. Quella rimase la sua ultima grande firma nel Motomondiale.
Prima ancora, nel 1982, aveva vinto il Mondiale Endurance insieme a Jean-Claude Chemarin, dettaglio che racconta bene il tipo di pilota: non solo velocità secca, ma resistenza, mestiere, testa.
Cornu, la vita dopo il ritiro
Dopo il ritiro, alla fine del 1990, Cornu rimase vicino alle moto attraverso l’insegnamento e la formazione dei motociclisti. È forse lì che la sua storia diventa più concreta: uno che aveva conosciuto la velocità vera e poi ha scelto di trasmettere controllo, rispetto, misura. Non fa rumore come una vittoria, ma resta.
Ci sono piloti che entrano nella memoria per i titoli. Altri per il modo in cui hanno attraversato il loro tempo. Cornu apparteneva a questa seconda famiglia, quella meno appariscente e, forse, più difficile da raccontare.









