Reduce da uno splendido argento ai Mondiali di Baku, Assunta “Susy” Scutto si conferma ancora una volta tra i volti di riferimento del judo italiano. Un risultato che arricchisce ulteriormente il percorso di una delle atlete più talentose e combattive del movimento azzurro, capace di imporsi stabilmente ai vertici internazionali.
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In esclusiva ai microfoni di Sportface.it, Scutto si è raccontata, tornando alle emozioni vissute in Azerbaigian, sul significato di una medaglia mondiale e sulle ambizioni verso Los Angeles 2028 che continuano ad accompagnarla nel suo percorso.
Scutto a SF: “È stato un Mondiale particolare. Alla me del futuro dico…”
Complimenti per l’ennesimo traguardo importante della tua carriera. Dacci a caldo le tue sensazioni dopo il ritorno a casa…
“Come ogni mondiale ci son sempre tante emozioni, perché ogni Mondiale è diverso, preparazione diversa, infortuni diversi. Quest’anno poi ho subito anche un’operazione, un infortunio, quindi è stato un Mondiale un po’ particolare. Partivo anche da campionessa in carica, dovevo difendere il titolo, però sono soddisfatta di aver portato un argento all’Italia, perché è il mio quinto podio consecutivo, prima in Italia e al mondo a fare questo risultato al mondo”.
Ci fai vedere la medaglia?
“Si (ride e mostra in camera l’argento vinto a Baku, ndr)”.
Che soddisfazione c’è nel tornare a casa comunque con un argento?
“Quando disputi una finale per il primo e secondo posto e torni a casa con un argento hai sempre quell’amaro in bocca che è diverso dal bronzo. Ma in questo caso è stato diverso perché non sapevo cosa mi aspettasse una volta arrivata lì. Ho avuto un infortunio due settimane prima del Mondiale, quindi non sono riuscita a divertirmi in allenamento, quindi ho messo anche in dubbio la mia partecipazione. Arrivare in finale è stato un sospiro di sollievo perché ho superato un mio limite”.
Chi ti è stata più vicina in questo momento di difficoltà?
“Sono molto credente, quindi affido il mio piano a Dio. Io penso che ogni cosa sia sempre secondo i suoi piani, e ieri avrebbe provveduto per me. Ti mette davanti delle prove che ti formano caratterialmente, perché in queste settimane non mi sono allenata al top ma sentivo che stavo migliorando mentalmente, perché allenarsi sul dolore, la sofferenza, affrontare un combattimento da infortunata…anche se non lo noti stai facendo una crescita interiore. Quindi al primo posto è stata la mia fede. Però ci sono stati anche il mio allenatore che mi ha rassicurata, i miei amici, il mental coach. Tutti mi hanno ricordato quanto valgo e quanto quel giorno è differente dagli allenamenti, perché spesso facciamo l’errore di valutarci in base a come vanno questi. Fortunatamente io non lo faccio (ride, ndr), perché prima di ogni Mondiale gli allenamenti vanno sempre malissimo, e ci sta, perché sei sotto pressione con un volume di lavoro differente. Però comunque non bisogna valutarsi dagli allenamenti”.
C’è qualcosa che cambieresti di questo Mondiale?
“Proprio nella finale, non solo perché ho perso ma perché mi sono sentita come se non mi fossi espressa al meglio. Non so se è stato anche il carico di tutta la giornata che è stata molto stressante, ho fatto cinque incontri, un sorteggio difficile. Mentalmente energie nervose le ho perse, quindi non so se sono arrivata un po’ scarica mentalmente. Volevo giocarmela di più”.
Sei stata una delle protagoniste del programma Netflix “Physical – da 100 a 1”: c0sa ti ha lasciato quest’esperienza?
“Sono andata a Physical in un periodo di off, un mese dopo che ho vinto il Mondiale. Quindi ho pensato che fosse un’occasione di visibilità e di gioco, non pensavo di tornare a casa con qualcosa. Invece mi sono scoperta molto, perché mi sono sempre limitata, nel senso che io so di sapere judo, e bene, però mi sottovaluto in altri aspetti. Penso di essere portata a fare solo una cosa. Invece lì ho avuto l’occasione di confrontarmi con altre persone, altri sport, e quindi ho visto che in realtà non è la mia tecnica a farmi vincere, ma il mio carattere. Anche vedendo gli altri, in alcune sfide che ritenevo scontate, si sono dimostrate tutt’altra cosa. Quindi lì ho capito che non conta realmente il fisico, ma quanta voglia, spirito e cuore ci metti”.
Alla fine il programma l’ha vinto proprio un judoka
“Sono contenta perché noi judoka siamo andati bene. Il nostro è uno sport sottovalutato. È bello vedere quanta grinta abbiamo, e spero che anche grazie alla vittoria di Emanuele Bruno possiamo portare più visibilità perché è uno sport che merita”.
Se dovessi descrivere il judo con 3 aggettivi, parole o verbi per avvicinare un giovane ragazzo, quale utilizzeresti?
“Rispetto, sacrifico e cuore. Questo sport ha tantissimo rispetto e sacrifici, e per quanti ne facciamo merita più visibilità”.
Cosa bisogna migliorare nella comunicazione per dare il giusto risalto al judo?
“Essendo la nostra una generazione molto social, io vedo che interessa molto vedere la preparazione, cosa c’è dietro una preparazione mondiale, una gara. Per far vedere i sacrifici che una persona fa. Ci stiamo muovendo bene con la Federazione, dato che ha fatto una squadra che si occupa di questo. Molte più persone ci seguono, perché vedono gli allenamenti, il riscaldamento, riescono a sentire le sensazioni. Manca portare il pubblico nello sport, portandolo all’interno della vita di un’atleta”.
Quali sono gli obiettivi futuri?
“L’obiettivo finale è andare a Los Angeles e vincere, quello maggiore che ti dà la motivazione nei periodi down. Gli obiettivi a breve termine sono invece i master, a fine gennaio, che è come un Mondiale ma un po’ più difficile secondo il mio parere, perché partecipano solo i primi 36 al mondo. Mentre al Mondiale possono andare solo due persone per nazione per categoria, lì invece se ci sono 4 giapponesi, possono andare tutti e 4. Il livello è veramente alto e non puoi trovare incontri semplici. Non puoi trovare una nazione poco quotata”.
Lasciami un messaggio alla Susy del futuro che andrà a Los Angeles
“Voglio che ti diverta, che arrivi lì consapevole di tutto il lavoro fatto fino ad adesso. Sei la più forte e meriti quella medaglia, anche d’oro”.











