A pochi giorni dal via dell’edizione 2026 da Barcellona, viaggio nella storia dei sette campioni italiani capaci di conquistare la maglia gialla: dieci trionfi azzurri, da Ottavio Bottecchia a Vincenzo Nibali.
Sette corridori, dieci vittorie complessive e un’attesa che dura dal 2014. A pochi giorni dalla partenza del Tour de France 2026, in programma sabato 4 luglio da Barcellona, l’Italia del ciclismo guarda alla Grande Boucle con il peso di una storia enorme alle spalle.
La maglia gialla ha parlato italiano in epoche diverse, attraversando quasi un secolo di sport: dai pionieri degli anni Venti alle imprese del dopoguerra, dalla rivalità tra Gino Bartali e Fausto Coppi fino alle ultime grandi fiammate firmate Marco Pantani e Vincenzo Nibali.
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Ottavio Bottecchia, il primo italiano re del Tour
Il primo nome azzurro nell’albo d’oro del Tour de France è quello di Ottavio Bottecchia. Ex carrettiere e muratore friulano, reduce dalla Prima Guerra Mondiale, trovò nella bicicletta una via di riscatto e diventò il primo italiano capace di conquistare la Grande Boucle.
Nel 1924 firmò un’impresa rimasta nella leggenda: prese la maglia gialla nella prima tappa e la portò fino a Parigi, indossandola per tutte le 15 frazioni della corsa. Un dominio assoluto, dal primo all’ultimo giorno.
Bottecchia si ripeté anche nel 1925, confermandosi padrone delle strade francesi grazie a una resistenza fuori dal comune. La sua parabola, però, si interruppe troppo presto: nel 1927 fu trovato agonizzante sul ciglio di una strada a Peonis, in circostanze mai chiarite del tutto.
Bartali e Coppi, la rivalità che divise l’Italia
Dopo Bottecchia, la storia italiana al Tour entrò nella sua stagione più epica con Gino Bartali e Fausto Coppi, due campioni destinati a rappresentare mondi diversi e a dividere il Paese tra tifosi, bar, piazze e famiglie.
Bartali vinse il Tour una prima volta nel 1938, ma fu il successo del 1948 a superare i confini dello sport. Durante quella edizione, mentre in Italia cresceva la tensione dopo l’attentato a Palmiro Togliatti, arrivò la celebre telefonata di Alcide De Gasperi: una vittoria di Bartali avrebbe aiutato a rasserenare il Paese.
Il giorno dopo, sulle Alpi, Bartali firmò una grande impresa, ribaltò il Tour e conquistò poi Parigi dieci anni dopo il primo trionfo. Un successo diventato parte della memoria collettiva italiana.
Subito dopo arrivò l’era di Fausto Coppi, il Campionissimo. Nel 1949 Coppi riuscì in una doppietta mai realizzata prima: vincere Giro d’Italia e Tour de France nello stesso anno. Nel 1952 dominò ancora la corsa francese, in modo talmente netto da costringere gli organizzatori a raddoppiare i premi per il secondo classificato, nel tentativo di tenere vivo l’interesse della gara.
Di quell’edizione resta anche una delle immagini simbolo del ciclismo: il passaggio della borraccia sul Galibier tra Coppi e Bartali, immortalato da Carlo Martini.
Nencini e Gimondi, due modi diversi di conquistare la Francia
Gli anni Sessanta portarono altri due trionfi italiani, firmati da corridori molto diversi tra loro: Gastone Nencini e Felice Gimondi.
Nel 1960 fu Nencini, il “Leone del Mugello”, a vincere il Tour. Corridore ruvido, coraggioso e spettacolare, costruì il suo successo soprattutto in discesa. In un ciclismo ancora segnato da strade difficili e pochi margini di sicurezza, Nencini era capace di lanciarsi dai passi alpini e pirenaici con una sicurezza che intimoriva gli avversari.
Celebre la frase attribuita a Jacques Anquetil: l’unico uomo al mondo capace di fargli davvero paura in discesa era proprio Gastone Nencini.
Cinque anni più tardi, nel 1965, toccò a Felice Gimondi. Il bergamasco si presentò al Tour da esordiente, a soli 22 anni, convocato quasi all’ultimo momento dalla Salvarani. In Francia, però, mostrò subito classe, lucidità e maturità tattica.
Gimondi vinse il duello con Raymond Poulidor, resistette sulle montagne e conquistò la maglia gialla alla prima partecipazione. Quel successo lo proiettò tra i grandi del ciclismo mondiale e aprì una carriera che lo avrebbe portato a vincere tutti e tre i Grandi Giri.
Pantani, l’ultimo miracolo dello scalatore puro
Per rivedere un italiano in giallo a Parigi bisognò attendere il 1998, l’anno di Marco Pantani. Il Pirata arrivò al Tour dopo aver già vinto il Giro d’Italia e trovò sulla sua strada il tedesco Jan Ullrich, favorito e grande specialista delle prove contro il tempo.
La svolta arrivò il 27 luglio, nella tappa da Grenoble a Les Deux Alpes. Pioggia, freddo, nebbia e una giornata da ciclismo antico fecero da scenario all’attacco di Pantani sul Galibier. Il romagnolo si tolse la bandana, scattò sui pedali e volò via.
Ullrich andò in crisi e perse quasi nove minuti. Pantani conquistò il Tour e firmò l’ultima doppietta Giro-Tour del ciclismo moderno, lasciando una delle immagini più potenti della storia recente della Grande Boucle.

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Como, Italy, October 07, 2023, Street Cycling race
2023 Giro di Lombardia
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Vincenzo Nibali
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Nibali, lo Squalo che riportò l’Italia sul trono
L’ultimo italiano a vincere il Tour de France è stato Vincenzo Nibali nel 2014. Lo Squalo dello Stretto disputò una corsa da dominatore, prendendo il comando e difendendolo con autorità fino a Parigi.
Nibali mise subito un segno sul Tour nella seconda tappa a Sheffield, poi confermò la sua superiorità anche sul pavé della Parigi-Roubaix e sulle grandi salite dei Pirenei e delle Alpi. Indossò la maglia gialla per 19 tappe su 21 e vinse quattro frazioni.
Con quel successo entrò nel ristretto gruppo di corridori capaci di vincere Giro d’Italia, Tour de France e Vuelta, completando una carriera da campione totale.
L’eredità dei sette re italiani del Tour
Da Bottecchia a Nibali, passando per Bartali, Coppi, Nencini, Gimondi e Pantani, la storia italiana al Tour de France è fatta di fatica, coraggio, rivalità e imprese rimaste nella memoria.
Oggi il ciclismo è cambiato: alimentazione, dati, preparazione scientifica e tattiche sempre più precise hanno trasformato il modo di correre. Ma il Tour resta il Tour, e sulle sue strade la memoria pesa ancora.
L’Italia aspetta da dodici anni un nuovo trionfo a Parigi. Ritrovare un uomo capace di lottare per la classifica generale contro i grandi colossi del ciclismo internazionale non è semplice, ma la leggenda della maglia gialla conserva ancora una forte impronta azzurra.
A chi partirà da Barcellona nel Tour 2026 toccherà raccogliere almeno una parte di questa eredità: onorare la strada, cercare l’occasione e ricordare che la Grande Boucle, nella sua storia più profonda, ha parlato spesso anche italiano.










