Sono cresciuto all’ombra di un uomo e della sua bicicletta. Mio padre Ugo, classe 1932, non mi ha trasmesso solo una passione, ma una vera e propria eredità sentimentale fatta di strade e fatica.
Nella nostra casa risuonavano i nomi mitici di Coppi e Bartali, le imprese del Cannibale e l’eleganza di Gimondi, fino ai duelli tra Saronni e Moser e il volo di Pantani.
Eppure, tra il Giro e la Grande Boucle, la Vuelta e la Milano Sanremo, il Giro delle friande o la Liegi-Bastogne-Liegi, c’era una corsa che lo teneva incollato al vetro della televisione con un silenzio quasi religioso: l’Enfer du Nord. Per lui, la Parigi-Roubaix non era solo la Regina delle Classiche ma era lo specchio della sua giovinezza.
La Roubaix è quella gara che ha mantenuto l’aspetto più antico e selvaggio del ciclismo. Vincere la Regina significa dominare il caos, proprio come facevano i pionieri del 1932.
Rivedeva in quel fango e in quelle pietre le strade inesistenti che aveva sfidato da ragazzo, prima che una caduta terribile spezzasse il suo sogno professionistico. Si spaccò letteralmente la testa, un urto così violento da segnarlo per sempre con una deviazione dell’occhio, cicatrice visibile di un destino che lo avrebbe voluto protagonista tra i grandi.
Ma quel colpo non scalfì mai il suo amore. Papà ha continuato a pedalare fino all’ultimo traguardo terreno, e mi piace pensare che oggi stia correndo ancora, su circuiti altissimi, finalmente libero tra le nuvole
Ma torniamo ll’Inferno del Nord, soprannome che deriva dalle condizioni estreme della Parigi Roubaix, un percorso fatto di pavé, ciottoli scivolosi e taglienti, spesso infangati e dal meteo inesorabilmente inclemente.
Tutte le corse che si misurano in chilometri, salite e cronometro e corse che si misurano in battiti del cuore, pietre scheggiate e ferite. La Parigi-Roubaix appartiene a questa seconda categoria.
Non è solo una gara ciclistica è un pellegrinaggio laico, un rito di passaggio per i ciclisti che, ogni primavera, trasforma il nord della Francia nel palcoscenico di un dramma epico, sospeso tra il romanticismo del passato con la crudeltà del presente e del suo incredibile percorso.
Domenica 12 aprile, il mondo del ciclismo si fermerà per la 123ª edizione della terza Classica Monumento della stagione.
Il Canto delle Pietre. Il Pavé come Essenza
Il cuore pulsante di questa corsa è il pavé. Non sono semplici pietre, ma l’anima stessa della Roubaix. Lungo i 258,3 chilometri che separano la partenza di Compiegne dal traguardo, il gruppo dovrà affrontare ben trenta settori di pietre antiche, sconnesse e spietate.
Dopo i primi 95,8 chilometri di illusoria tranquillità sull’asfalto, la vera battaglia inizierà a Troisvilles, la porta d’ingresso verso l’ignoto. Da lì, saranno 54,8 i chilometri totali trascorsi a sobbalzare, a stringere il manubrio fino a farsi sanguinare le mani, cercando una linea invisibile tra la polvere o il fango.
I Santuari dell’Inferno. Stelle e Leggende
Ogni settore ha una storia, ma alcuni sono avvolti dal mito. Gli organizzatori della ASO hanno confermato la gerarchia del dolore, assegnando le fatidiche cinque stelle di difficoltà ai tre tratti che hanno deciso carriere e spezzato sogni:
La Foresta di Arenberg (km 163): È il primo spartiacque. Un rettilineo infinito immerso nel bosco dove la luce filtra a stento. Qui non si vince la corsa, ma la si può perdere in un istante. Entrare ad Arenberg è come entrare in una cattedrale del ciclismo: il rumore delle catene che sbattono e il respiro affannato dei corridori è l’unico inno ammesso.
Mons-en-Pévèle (km 209,7): Esigente, lungo, tecnico. Arriva quando le gambe iniziano a urlare vendetta e la lucidità viene meno.
Carrefour de l’Arbre (km 241,2): L’ultimo atto del dramma. Situato a pochi chilometri dall’arrivo, è spesso il luogo dove il destino sceglie il suo vincitore. Chi esce per primo dalle sue pietre sconnesse vede già le luci del Velodromo.
Ma la Roubaix è traditrice anche nei tratti meno celebrati, come i quattro stelle di Auchy-lez-Orchies à Bersée o Camphin-en-Pévèle, dove un guasto meccanico o una scivolata possono cancellare mesi di preparazione.
L’Ultimo Abbraccio. Il Velodromo André-Pétrieux
Se il pavé è l’inferno, l’arrivo nel leggendario Velodromo di Roubaix è il paradiso. Compiere quei due giri di pista, con la polvere che copre i volti rendendoli simili a maschere di argilla, è il sogno di ogni bambino che sale su una bici.
Lì, tra le docce storiche in pietra che conservano i nomi dei vincitori del passato – da Coppi a Merckx, da Moser a Boonen – la fatica si trasforma in mito. Chi vince la Parigi-Roubaix non conquista solo una corsa; conquista l’immortalità sportiva, portando a casa un pesante cubo di pavé, il trofeo più umile e allo stesso tempo più prezioso del mondo.
Domenica 12 aprile, il fango tornerà a farsi gloria. E noi saremo lì, a guardare quegli uomini che, per un giorno, scelgono di sfidare le pietre per entrare nella leggenda. Benvenuti all’inferno









