Ci sono strade che non dimentichi, non importa quante volte tu abbia poi respirato la gloria di Parigi, i boati della Vuelta o il calore rosa del Giro d’Italia. Per un corridore istintivo, sanguigno e fiero come Fabio Aru, il ciclismo non è mai stato una questione di watt o freddi calcoli. È stato un corpo a corpo con la fatica, una smorfia di dolore impressa sul volto diventata icona, e quel modo unico di scattare in piedi sui pedali, come a voler azzannare la montagna.
Ciclismo, Aru: “Avevo preparato tutto per quel campionato, ma non sempre corpo e mente vanno di pari passo…”
Oggi, mentre il Giro della Valle d’Aosta riaccende i motori per una nuova, durissima edizione tra i giganti delle Alpi, il pensiero vola inevitabilmente a un giovane ragazzo sardo che arrivò quassù dalla sua Villacidro, passando per la Palazzago, con una fame che consumava l’asfalto.
Tra quelle vette, nel 2011 e nel 2012, il “Cavaliere dei Quattro Mori” ha forgiato il metallo del suo talento, firmando una doppietta storica che lo ha lanciato nell’Olimpo del ciclismo mondiale. Lo abbiamo intervistato per riavvolgere il nastro della sua carriera, partendo proprio da dove tutto è cominciato: le pendenze feroci della Valle d’Aosta.
Nel 2011 e nel 2012 hai firmato una storica doppietta al Giro della Valle d’Aosta: quanto ha pesato quel successo nel darti la consapevolezza di poter diventare un professionista da Grandi Giri?
“Il Giro della Valle d’Aosta ha rappresentato la vera svolta della mia carriera tra gli Under 23. L’ho sempre vissuto come un’occasione straordinaria in cui dare tutto me stesso. È una corsa caratterizzata da percorsi magnifici, salite durissime e avversari di altissimo livello. Vincerlo, e poi riuscire a ripetersi, è stato fondamentale per la mia crescita e per il mio passaggio al professionismo“.
Oggi il “Petit Tour” continua a essere una fucina di campioni: secondo te, cosa rende questa corsa così selettiva e fondamentale per la crescita di uno scalatore rispetto ad altre gare Under 23?
“Il Giro è strutturato in modo impeccabile, sia per offrire spettacolo al pubblico, sia per risultare altamente provante per i corridori. I tracciati sono esigenti, le salite lunghe e selettive, e la qualità dei partenti è sempre elevatissima. Insieme al Tour de l’Avenir, considero questa corsa una tappa d’obbligo e fondamentale nel percorso di crescita di un Under 23“.
Hai vissuto momenti indimenticabili, come la vittoria della Vuelta nel 2015, la maglia tricolore, le ottime prestazioni al Tour de France. Se dovessi scegliere un singolo giorno in cui ti sei sentito “invincibile” sulla bici, quale sarebbe?
“Per quel Campionato Italiano avevo studiato il percorso nei minimi dettagli: avevo individuato il punto esatto in cui attaccare, provato la strategia e ripensato a ogni singola sfumatura. Nello sport non sempre mente e corpo rispondono allo stesso modo, l’imprevisto è sempre dietro l’angolo, ma quel giorno tutto ha funzionato alla perfezione. Chi si confronta quotidianamente con le difficoltà del ciclismo sa bene quanto sia raro questo equilibrio, e conosce la profonda soddisfazione che si prova quando il lavoro di mesi si concretizza in modo impeccabile“.
La tua carriera è stata caratterizzata da grandi imprese ma anche da momenti difficili e infortuni complessi. Quale insegnamento, che oggi trasmetti ai più giovani, hai tratto dai periodi più bui della tua vita da atleta?
“Nella mia carriera da professionista ho vissuto quattro anni straordinari, alternati ad altri decisamente più complicati. Sono stato frenato da infortuni importanti che hanno rallentato l’atleta, ma che sono convinto abbiano fortificato l’uomo. Certamente ne avrei fatto a meno, ma le difficoltà ti portano a maturare una consapevolezza diversa e una lettura più serena dello sport; impari ad ascoltarti e a soppesare ogni decisione. Ho smesso forse presto, ma con il cuore ancora pieno d’amore per questo sport meraviglioso. Certo, quando le cose vanno bene hai tantissimi tifosi e persone pronte a sostenerti, mentre nei momenti bui i ranghi si stringono. Anche questo, però, fa parte del gioco e serve a temprarsi“.
Il ciclismo moderno è cambiato radicalmente rispetto a quando sei passato professionista tu, con ritmi più serrati e ragazzi che vincono i Grandi Giri a vent’anni. Cosa ne pensi?
“Se guardo indietro, mi sarebbe piaciuto avere a disposizione il livello di informazioni e di preparazione che c’è oggi, soprattutto nei miei primissimi anni. A 15 anni il mio allenamento era molto standard, privo del supporto tecnologico e scientifico attuale. Oggi i giovani atleti beneficiano di tabelle personalizzate e piani nutrizionali ben pianificati: strumenti che non solo migliorano le prestazioni, ma rendono i ragazzi più pronti, consapevoli e calati nella dimensione di uno sport che richiede enorme fatica e spirito di sacrificio. Questa attenzione ai dettagli è cresciuta esponenzialmente anche tra i professionisti. Le biciclette hanno raggiunto plus meccanici e tecnologici unici, con un lavoro pazzesco sull’aerodinamica e sulla gestione dello sforzo dell’atleta in gara“.
Da grande scalatore puro, come vedi l’evoluzione delle corse a tappe odierne, dove la tecnologia e i dati pianificano quasi ogni watt espresso in salita? C’è ancora spazio per l’istinto e la fantasia?
“Nonostante i dati, ci sarà sempre spazio per la fantasia e per l’estro sportivo. Lo vediamo chiaramente oggi con Tadej Pogačar e con gli altri giganti del ciclismo moderno: quando decidono di attaccare, non fanno troppi calcoli scientifici. Credo che la tecnologia e la scienza, se messe a disposizione dello sport in modo consapevole e senza estremismi, siano alleati preziosi anche per la salute e la sicurezza dei corridori. Ma non potranno mai cancellare la magia e l’imprevedibilità di questo sport, che resta unico al mondo“.
Dopo il ritiro dal professionismo non hai mai abbandonato il mondo delle due ruote, dedicandoti al ciclocross, ai giovani e a progetti di promozione del territorio. Qual è la tua missione principale in questa tua “seconda vita” sportiva?
“Sarò sempre grato al ciclismo per tutto ciò che mi ha donato: le emozioni, le opportunità e le sfumature di vita che mi ha permesso di cogliere. Aver terminato la carriera da professionista relativamente giovane, ma in totale serenità, mi ha dato la possibilità di pianificare un presente e un futuro dedicati alla promozione di questo sport nella mia terra, la Sardegna, e non solo. Mi sarebbe dispiaciuto scendere di sella più avanti con gli anni ma con i nervi a pezzi, magari arrivando a rifiutare la bicicletta. Oggi, invece, il mio rapporto con la bici è intatto: è un amore che è semplicemente cambiato e, forse, cresciuto ancora“.
Se potessi dare un solo consiglio di testa, prima ancora che di gambe, a un ragazzo Under 23 che in questo momento sta affrontando le dure salite del Giro della Valle d’Aosta sognando di ripercorrere i tuoi passi, quale sarebbe?
“Il consiglio più grande che posso dare ai giovani è quello di ascoltarsi. Come dicevo, i ragazzi oggi hanno accesso a una quantità di informazioni impensabile fino a dieci anni fa. Devono sfruttare questo enorme vantaggio, ma senza mai perdere la connessione con se stessi e con ciò che sentono di poter dare. Il ciclismo è uno sport in cui sono i dettagli a fare la differenza, e non bisogna mai farsi travolgere dalla foga di dover dimostrare qualcosa a tutti i costi“.
A cura di
Federica Falciani









