L’uscita di scena di Gabriele Gravina dalla guida della FIGC non coincide con una vera ritirata. Anzi, il finale del suo lungo ciclo federale sembra accompagnato dalla volontà di lasciare ancora un segno sul piano politico e strutturale.
L’ex presidente federale intende continuare a spingere su alcuni temi considerati centrali per il futuro del calcio italiano: il rilancio dei settori giovanili, gli incentivi fiscali, la riforma del sistema professionistico e lo sviluppo delle infrastrutture sportive. Un’agente che, però, negli ultimi anni è rimasta in larga parte incompiuta.
Le riforme rimaste a metà strada
Nel bilancio della gestione Gravina convivono risultati importanti e obiettivi rimasti solo abbozzati. Da un lato ci sono momenti simbolici come la ripartenza del calcio nel pieno dell’emergenza Covid e l’assegna di Euro 2032 all’Italia insieme alla Turchia.
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Dall’altro restano sul tavolo diverse riforme che non sono riuscite a trasformarsi in interventi concreti: dalla riduzione del numero delle squadre professionistiche fino alla revisione del sistema di sostegno economico al movimento. È proprio su questo dossier che Gravina vuole continuare a fare pressione sulla politica nelle settimane che porteranno alle prossime scadenze elettive.
Il messaggio al Governo: il calcio chiude risposte
Il senso del suo ultimo sfondo è piuttosto chiaro: il calcio italiano, per ripartire davvero, non può pensare di farcela da solo. Servono misure che aiutino i club a investire nei giovani, alleggeriscano il peso fiscale e consteranno di modernizzare impianti e strutture.
In questo quadro, la fase finale dell’era Gravina assume quasi i contorni di una pressione istituzionale rivolta al Governo, accusato implicitamente di non aver dato le risposte attese su più fronti. Si chiude così una presidenza lunga oltre sette anni, attraversata da emergenza, un solo successo (Euro 2020) e fallimenti, ma anche dalla costante convinzione che senza riforme profonde il sistema non possa reggere a lungo.










