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Finali Coppa Davis 2019, presentazione: la storia e il passaggio al nuovo format

Può succedere, alla non trascurabile età di 119 anni, che si avverta la necessità di dare una svolta alla propria esistenza. Soprattutto se quest’ultima – minacciata dagli inevitabili acciacchi causati dalla fretta dei tempi moderni – sta scivolando, o è già scivolata, verso un’agonia pre-mortale. Perché nel frattempo il tuo valore più significativo, ovvero la storia e la tradizione, rischia seriamente di essere soverchiato dalla brama di novità e da antichi conflitti mai del tutto sopiti.

L’ANALISI DEL GIRONE A: CONVOCATI E PRECEDENTI

Così, appunto 119 anni dopo la prima edizione, la Coppa Davis si è rifatta pesantemente il trucco allo scopo di nascondere le rughe pesanti – che tuttavia per molti avevano un fascino insostituibile – e ripresentarsi in società con rinnovato appeal. Nata da un’idea di Dwight Filley Davis, studente universitario di Harvard e finalista diciannovenne agli US Championships del 1898, la più importante competizione tennistica a squadre maschile fu inizialmente una sfida in lingua anglosassone tra Stati Uniti e Gran Bretagna. Si giocò al Longwood Cricket Club di Boston tra i padroni di casa e il team delle Isole Britanniche e finì non senza sorpresa 3-0 per Davis e compagni. Ben presto però il challenge (fino alla morte dell’ideatore, infatti, la competizione era denominata International Lawn Tennis Challenge Trophy e il trofeo in questione era la celebre insalatiera d’argento che lo stesso Davis a proprie spese fece progettare da William Durgin e realizzare nel New England da Rowland Rhodes), la sfida venne allargata ad altre nazioni e già nel 1914, alla vigilia della prima delle due interruzioni per i conflitti mondiali, la formula era più complessa con sei squadre (Germania, Australasia, Canada, Belgio, Francia e Gran Bretagna) che si batterono per il diritto di affrontare i campioni in carica statunitensi nel Challenge Round finale.

L’ANALISI DEL GIRONE B: CONVOCATI E PRECEDENTI

Nel 1923, alla sua edizione numero 18, il sempre crescente numero di nazioni affiliate suggerì alla Federazione Internazionale – che nel frattempo aveva preso in carico il torneo – di dividere le squadre in due zone geografiche: America e Europa (anche se di questa seconda facevano parte pure India e Argentina). Nei decenni successivi la struttura divenne sempre più articolata e alla ripresa dopo la sosta per la Seconda Guerra Mondiale il trofeo venne intitolato a Dwight Davis, morto 66enne nel 1945 dopo una carriera politica che lo portò a ricoprire ruoli importanti come Segretario della Guerra e Governatore Generale delle Filippine.

L’ANALISI DEL GIRONE C: CONVOCATI E PRECEDENTI

Nel 1968, anno primo dell’Era Open, le partecipanti alla Davis furono ben 49, tutte tranne una costrette dal regolamento a battagliare tra loro per sfidare nell’ormai anacronistico Challenge Round la detentrice del titolo peraltro in trasferta. Insomma, come avrete capito non partivano tutte ad armi pari. La fine di ogni privilegio per i vincitori dell’edizione precedente terminarono nel 1972 quando i 55 team ai nastri di partenza vennero divisi in tre zone (America, Europa e Oriente) e sei sottozone dalle quali uscirono le quattro squadre che vennero allineate nel mini-tabellone ad eliminazione diretta che decretò la vittoria degli Stati Uniti nell’infuocata finale di Bucarest. Per mettere le grinfie sulla loro quinta insalatiera consecutiva, gli americani dovettero sottostare alla nuova regola dell’alternanza (giocava in casa chi, nel confronto diretto precedente, aveva giocato fuori e se in passato non c’erano stati head-to-head la sede veniva sorteggiata) e nell’inferno del Club Sportiv Progresul l’eroe fu Stan Smith, l’unico tennista ad aver vinto la finale su quattro superfici diverse.

L’ANALISI DEL GIRONE D: CONVOCATI E PRECEDENTI

Le cinquantadue squadre iscritte all’edizione del 1980 non giocarono solo per aggiudicarsi l’insalatiera – che per la cronaca finì nella bacheca della Cecoslovacchia dopo la discussa finale di Praga contro l’Italia – ma anche per entrare tra le 16 elette che l’anno successivo avrebbero fatto parte del World Group nell’ambito della nuova riforma a cui venne sottoposta la competizione. Insieme al gruppo mondiale – in cui come detto erano allineate le sedici squadre in un tabellone a eliminazione diretta – vennero introdotti anche i play-off, inizialmente giocati tra loro dalle otto sconfitte al primo turno con le vincenti che rimanevano nel World Group e le perdenti relegate alla “serie B”, ovvero i raggruppamenti zonali dai quali salivano le vincitrici di ogni raggruppamento.

L’ANALISI DEL GIRONE E: CONVOCATI E PRECEDENTI

Com’è dunque facile intuire, la Coppa Davis non è mai stata un monolite e cambiamenti, più o meno vistosi, ce ne sono stati e non pochi. Tuttavia, molti di questi si sono legati alla continua espansione della competizione, come quando – nel 1989 – si decise che le otto eliminate al primo turno del WG avrebbero affrontato nei play-off le otto squadre promosse dai gruppi delle zone, che avevano così l’opportunità di salire a loro volta in “serie A”. Del resto, già nel 1993 le nazioni iscritte tagliarono il prestigioso traguardo di 100 per raggiungere la cifra record di 139 nel 2001, quando le ramificazioni della coppa arrivarono a comprendere ben dodici gruppi oltre a quello mondiale, due dei quali a loro volta divisi in sotto-gruppi.

L’ANALISI DEL GIRONE F: CONVOCATI E PRECEDENTI

Insomma, sotto il profilo della promozione del tennis in ogni parte del globo la Coppa Davis ha adempiuto più che decorosamente alla sua missione pur in un contesto generale non facile, prima tra tutte la complicata collocazione dei diversi turni all’interno del fitto calendario ATP. Quando iniziarono ad avvertirsi i primi scricchiolii della crisi, provocata in buona parte dalla latitanza dei migliori giocatori del circuito che – soprattutto dopo averla conquistata e quindi aver colmato il vuoto nelle rispettive bacheche personali – non intendevano inserire tre potenziali week-end di pausa nei loro già intensi calendari, l’ITF provò a correre ai ripari prevedendo l’assegnazione di punti validi per il ranking ATP. Tuttavia, dopo sette anni, nel 2016 la regola decadde – anche perché i punti assegnati erano pochi e certo non potevano ingolosire i migliori, abituati a “pensare” ben più in grande – e il 16 agosto 2018 a Orlando la Federazione Internazionale ha approvato il nuovo formato, proposto e ideato dalla società Kosmos di cui fanno parte il calciatore del Barcellona Gerard Piquè e Hiroshi Mikitani (CEO della Rakuten, colosso dell’elettronica giapponese).

L’approvazione della riforma, fin da subito assai discussa, è arrivata grazie al voto favorevole del 71,34% degli aventi diritto (144 le federazioni nazionali interessate) e ad accelerarne la messa in pratica hanno contribuito la creazione di due eventi a squadre quali la Laver Cup e l’ATP Cup, avvertiti non del tutto a torto come rivali da emulare, se non proprio da combattere. Ecco allora che, dalla stagione 2019, la “vecchietta” si è affidata a un istituto di bellezza con lo speranza che le modifiche siano state in grado di conferirle un aspetto più adeguato ai tempi senza tuttavia toglierle quel fascino a volte ineguagliabile che proprio il tempo che passa ha contribuito ad accrescere.

E allora vediamolo questo nuovo format, di cui le Finals che andranno in scena alla Caja Magica di Madrid dal 18 al 24 novembre rappresentano la vetta. L’edizione 2019 è iniziata di fatto il primo week-end di febbraio con la disputa dei dodici incontri di qualificazione alle Finals. A differenza del passato, pur conservando la formula dei quattro (potenziali) singolari e un doppio, gli incontri sono stati ridotti alla distanza dei due set su tre con tie-break per ciascun parziale e le giornate di gara sono state ridotte da tre a due – quindi solo sabato e domenica – con il doppio in apertura di seconda giornata. Le dodici nazionali vincenti (Belgio, Serbia, Australia, Italia, Germania, Russia, Kazakistan, Olanda, Colombia, Cile, Canada e Giappone) hanno staccato il biglietto per Madrid insieme alle quattro squadre già qualificate di diritto (le semifinaliste dell’anno precedente, ovvero Croazia, Francia, Spagna e Stati Uniti) e due wild-card, assegnate nell’occasione a Gran Bretagna e Argentina, rispettivamente vincitrici nel 2015 e 2016.

Alla Caja Magica le diciotto nazionali sono state suddivise in sei gruppi da tre (che analizzeremo più nel dettaglio nei prossimi giorni) e si affronteranno tra loro in sfide che prevedono due singolari – stabiliti dalla posizione di classifica – e un doppio. Ogni singolo incontro assegnerà un punto (quindi ogni sfida terminerà 2-1 o 3-0) e questo avrà una sostanziale importanza sia nel mantenere vivo fino all’ultimo (o quasi) l’interesse di ciascuna sfida e sia perché accederanno ai quarti ad eliminazione diretta le prime di ogni gruppo insieme alle due migliori seconde, queste ultime determinate dalle vittorie prima che dai quozienti relativi ai punti e ai set.

Le quattro semifinaliste accederanno di diritto alle Finals 2020 (che si terranno nuovamente a Madrid) mentre le restanti dovranno sostenere le qualificazioni dove troveranno le nazionali uscite dagli spareggi del G1 (Brasile, Ecuador, Uruguay, Uzbekistan, Corea del Sud, Repubblica Ceca, Svezia, Austria, Ungheria, Slovacchia e Bielorussia più la vincente di India-Pakistan in programma a fine novembre) eccezion fatta per le wild-card, che verranno assegnate proprio a due di queste ventisei nazioni. La superficie scelta per i tre campi della Caja Magica su cui si giocheranno le Finals è il duro e sarà suggestivo vedere l’impianto madrileno cambiare aspetto per la terza volta dopo la terra rossa e quella blu, limitata all’edizione 2012, in vigore per il Masters 1000.

Per finire, un paio di considerazioni.

La prima riguarda, inevitabilmente, la qualità assoluta della competizione, data dal valore dei suoi protagonisti. Non mancheranno gli assenti illustri, alcuni dei quali avrebbero probabilmente avuto l’opportunità di esserci se non avessero disertato le qualificazioni (Federer, Wawrinka e Thiem) mentre altri lo saranno forzatamente o in quanto rappresentanti di nazioni di seconda o terza fascia (Tsitsipas e Dimitrov) o in quanto infortunati (Cilic, Nishikori e Isner) o per scelta personale (Zverev). Ci saranno invece molti dei migliori doppisti in circolazione, tra cui tutti quelli (tranne Mike Bryan) che hanno vinto gli ultimi sette slam. E il doppio, in un format come questo, avrà certamente la sua rilevanza.

La seconda invece vuole spezzare una lancia a favore di questa nuova formula, anche in considerazione del crescente successo di popolarità e consensi riscossi di qua e di là dall’Oceano dalla Laver Cup. Senza addentrarci in paragoni fuorvianti con il presente (perché tre edizioni di una esibizione nata senza crismi di ufficialità ad immagine e somiglianza della golfistica Ryder Cup non potrebbero mai reggere il confronto con la secolare Coppa Davis, semmai tra qualche decennio…) e con il futuro (perché è ovvio che l’ATP Cup australiana non potrà che essere un successo avendo beneficiato di una collocazione temporale perfetta per agevolare la presenza di tutti i migliori in vista del primo slam stagionale) e senza scomodare l’unico altro esempio nella storia del gioco che viene dal passato (quel World Team Cup che si è disputato per 36 anni al Rochusclub di Dusseldorf e si è spento nel 2012 dopo una lunga agonia provocata dalla diserzione sistematica dei migliori), prima di giudicare il grado di appeal e di emozioni che l’avvenimento riuscirà a dispensare sarà bene attenderne lo svolgimento. Gli ingredienti per una buona riuscita non mancano: la funzionalità dell’impianto è eccellente e non avrà l’handicap dei pessimi giochi di luci e ombre provocati dal sole e dai tetti aperti sui tre campi (dato che si giocherà indoor); l’apporto del pubblico, previsto numeroso e tradizionalmente caloroso come da prassi delle competizioni a squadre, amplificherà le gesta dei protagonisti; infine l’organizzazione, che farà di tutto per non sfigurare e legherà all’evento numerose iniziative collaterali.

Insomma, che lo vogliate o meno, a Madrid andranno in scena i primi mondiali di tennis della storia e vedrete che, alla fine, saranno i migliori a prevalere.

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