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Tokyo 2020: la Top-10 (non sportiva)

Tokyo 2020 è stata una grande Olimpiade: 40 medaglie, le meraviglie dell’atletica e tanto altro. Ma qui vorrei raccontarvi il dietro le quinte dei Giochi Olimpici, con una Top-10 assolutamente non sportiva (con una piccola eccezione).

10. Un quaderno all’improvviso – Entrare in metropolitana a Tokyo è un’esperienza da vivere per varie ragioni. Sui treni vi sono solamente due tipi di persone: quelli che guardano il telefono ininterrottamente e quelli che dormono. Non esiste altro, mai. Tranne lei: la signora che scrive appunti a matita su un quaderno. La meravigliosa eccezione che conferma una bruttissima regola (non solo giapponese, purtroppo).

9. Family Mart – Se per 14 giorni è proibito girare per la città e, quindi, mangiare al ristorante, diventa fondamentale avere un piccolo market di fiducia. A Tokyo, ogni 27 metri, potete trovare un Family Mart. E il Family Mart salva la vita. Da una sorta di Lemon Soda giapponese sino ai pasti prontamente riscaldati al microonde, per passare a banane provenienti dalla Filippine e deliziose mandorle ricoperte di cioccolato fondente.

8. Il primo pasto – Il primo pasto vero non si scorda mai. Dopo 14 giorni di Uber Eats e Mini Market, arriva la prima sera di libertà. Carne giapponese, birra, ribs, patatine fritte e una sensazione di trasgressione pura che nemmeno Eyes Wide Shut…

7. Il gelo di Saitama – Non è certamente un punto positivo, ma è impossibile non inserire in classifica il freddo senza senso della Saitama Super Arena, dove si è svolto l’intero torneo olimpico di basket. L’aria condizionata, forse tarata per un palazzetto pieno di pubblico, ha portato le temperature interne a 6°. L’abbigliamento classico del giornalista in tribuna prevedeva: pantaloni lunghi, t-shirt, golf, giacca, cappuccio, cappello e foulard olimpico in funziona di sciarpa. 

6. Semi. Questo il nome giapponese delle cicale che allietano ogni camminata per Tokyo che preveda di passare accanto ad almeno un albero. La sera tardi qualcuna impazzisce e vola all’impazzata. Sono molto grandi, sono innocue, ma il riflesso di evitare stile ‘Matrix’ il loro folle movimento è istintivo e salvifico. D’altronde il collega Simone Di Stefano vuole scriverci un libro…

5. Il paradiso all’improvviso – Ultima notte a Tokyo, la prima realmente libera. L’amica Erika Tanaka, che parla perfettamente italiano, ci porta a mangiare a Kagurazaka Kuzuryu Soba, da noi ribattezzato ‘il paradiso’. Soba, spaghetti di grano saraceno fatti a mano (e a vista), con tempura di gamberi e verdura, una salsa di dubbia provenienza ma assoluta bontà. E poi il sashimi: calamaro, orata, tonno e soprattutto la ricciola. Quella ricciola non può arrivare dal Pianeta Terra, non è possibile. 

4. I cinque cerchi – È vero, la promessa era di non parlare di Olimpiade e di sport. Ma i cinque cerchi, quando appaiono in mezzo alla città o nei siti olimpici, mandano sempre il cuore in visibilio. 

3. Sul gradino più basso del podio sale… un gradino – All’Olympic Stadium, senza un motivo apparente, vi è un gradino diverso dagli altri nella scala che porta dall’inizio alla fine, verso il basso, della tribuna stampa. Fin qui, nulla di strano. Se non fosse che quasi tutti ormai (e qui torniamo al punto 10) scendono le scale guardando il telefono o, comunque, non facendo attenzione ai proprio passi. Morale della favola: il 93% inciampa e rischia di capere rovinosamente in terra; alcuni si salvano, altri no.

2. I giapponesi – Chiusi, riservati e diffidenti, quasi tutti incapaci di parlare inglese. Una descrizione che non farebbe mai pensare a un secondo posto in Top-10. E invece trattasi di apparenza. Appena gli dai un’unghia si prendono, in senso buono, la mano, il braccio ed entrambe le gambe. E così la ragazza addetta ai pullman ufficiali mi chiede di insegnarle qualche parola in inglese, un signore in hotel mi aiuta a fare la lavatrice cercando di spiegarmi il significato di pulsanti scritti in giapponese, un’altra ragazza, nell’hotel di Casa Italia, mi racconta delle cicale, di come vengono chiamate lì (lo avete scoperto nel punto 6) e mi chiede del mio lavoro nel dettaglio. E poi i tassisti, che provano a parlare tramite un apparecchio che traduce in tempo reale le sue parole, chi ci aiuta a trovare la giusta fermata della metropolitana e tanti tanti altri ancora.

1. Santuario di Yasukuni – Dopo la famosa cena del punto 5, Erika ci accompagna a fare una passeggiata notturna in alcune zone bellissime di Tokyo. Finiamo al Santuario di Yasukuni, fondato dall’imperatore Meiji nel 1869 per commemorare le anime di chi era morto durante la “Rivoluzione giapponese” a cui si aggiunsero successivamente tutte le anime di chi era morto nelle guerre che coinvolsero il Giappone fino al 1954. All’improvviso appare dinnanzi a noi un torii (portale d’accesso giapponese in acciaio) gigantesco, imponente, quasi surreale, che apre la strada al santuario. Una coppia di ragazzi arriva in moto, si ferma. Lei guarda silenziosamente e sommessamente. Lui si toglie il caso, unisce le mani in segno di preghiera, poi un piccolo inchino. Un luogo dall’atmosfera indescrivibile.

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