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Running, Stefano Velatta: “Dalla vittoria alla 100km delle Alpi al sogno della maglia azzurra”

Stefano Velatta
Stefano Velatta

Oltre 5400 km di corsa in dodici mesi, conditi tra l’altro da tre ultramaratone da 100km (con tanto di vittoria alla 100 km Torino-St. Vincent), quattro ultramaratone da “6 ore” (tutte vinte), tre ultramaratone da “50km”, dieci Maratone e sette Mezze Maratone. Questi i numeri impressionanti del 2016 podistico di Stefano Velatta, Ultrarunner 41enne nato a Gattinara ma trapiantato a Biella, che ha accettato volentieri di rispondere a qualche domanda sulla sua attività agonistica. Attività che è cominciata alla grande anche nel 2017 vista la vittoria, venerdì sei gennaio, Velatta ha vinto la maratona di Crevalcore.

Allora Stefano, iniziamo con una curiosità: da dove deriva il soprannome “Puma”?

“E’ un soprannome che mi hanno attribuito gli amici dopo le prime gare: diciamo che rappresenta la combinazione tra la struttura fisica piuttosto esile (170 cm per 58kg, ndr) e la progressione nei finali di gara, che mi ha spesso consentito di vincere le corse in volata”.

Quando ti sei avvicinato al mondo del podismo?

“Ho iniziato a praticare sport da bambino e per molti anni mi sono dedicato al ciclismo; ho approcciato il podismo relativamente tardi, per l’esattezza nel Luglio 2010, quando ormai avevo superato la trentina”.

Come mai ti ricordi con tanta precisione la data in cui hai iniziato con le prime corse?

“Beh, nel 2010 ancora correvo in bici, ma fu un anno sfortunato in cui caddi per 4 volte, rischiando di farmi male seriamente, l’ultima volta proprio all’inizio dell’estate di quell’anno, durante una gran fondo. A quel punto, di comune accordo con la mia famiglia, decisi che era meglio smettere e dedicarmi ad altro. La corsa è arrivata così per caso: ho iniziato e non ho più smesso. Ricordo ancora che feci la prima gara (la Biella-Oropa, una gara molto impegnativa, ndr) pochi giorni dopo aver cominciato: non avevo nemmeno le scarpe adatte e corsi con quelle da tennis (ride, ndr)”.

Da allora non ti sei più fermato.

“Vero. Non ho più smesso, anche perché mi sono accorto subito che il mio fisico rispondeva bene alle nuove sollecitazioni”.

Come si diventa ultrarunner?

“Nel mio caso è stato tutto abbastanza naturale: come ciclista correvo nel mito della Milano-Sanremo, una corsa di quasi 300 km: diciamo che le lunghe distanze ed il fascino di compiere l’impresa erano comunque presenti nel mio DNA. Come ho detto prima, il mio fisico si è adattato subito bene: in pochi mesi sono passato dalle piccole gare di paese, 5-10km, ad allenamenti e corse sui 25-30km e via dicendo, fino alle distanze percorse oggi”.

Come riesci a conciliare lavoro e corsa?

“E’ certamente impegnativo. Mi alleno tutti i giorni, a volte anche doppia seduta e prima o dopo l’allenamento faccio i turni in fabbrica. Quando ho il turno al mattino, mi capita di alzarmi all’alba per il primo allenamento, andare al lavoro e poi, al termine del turn,o dopo un breve riposo per il pranzo, mi alleno nuovamente”.

Ecco, l’alimentazione.

“E’ un aspetto fondamentale, da curare nei minimi dettagli. Seguo una dieta ferrea: prima dell’allenamento per avere le energie e dopo per facilitare il recupero”. 

Visti i risultati del 2016, almeno nel periodo festivo  Ti sarai concesso qualche “strappo alle regola”, o no?

“Guarda, sono in un periodo di preparazione per una stagione che considero cruciale per cui la mia allenatrice (Clelia Zola, ndr) mi ha passato un “menù” di allenamento non proprio in linea con i bagordi natalizi (ride,ndr)”.

Veramente? Facci qualche esempio.

“Il giorno 24 Dicembre ho fatto un “lungo” da 75km: si è trattato di un collinare nella zona di Biella con un paio di salite toste, che mi hanno messo a dura prova. Il 1° Gennaio, invece, verso mezzogiorno mentre le “persone normali” finivano gli avanzi del cenone, ho fatto un “lavoro di qualità” così suddiviso:

–          10.000 mt di riscaldamento a 3.50/km di media

–          4×4.000 mt a 3.20/km di media con recupero 1 km a 4.00/km

–          2.000mt finali, in leggera salita, a 3.30/km

Si, però non mi dire che non hai mangiato nemmeno una fetta di panettone!

“Si quella l’ho mangiata il 31 dicembre sera, però senza bere alcolici”.

Veniamo al 2016 appena concluso: un’annata importate per te. Quale la soddisfazione più grande?

“Ovviamente la 100km delle Alpi (la Torino Saint-Vincent) che ho vinto con un tempo di circa 7h50’, ma anche le cosiddette “6 Ore”, in particolare quella di Firenze e quella del Lavello in Basilicata, dove in 6 ore ho percorso circa 80km, battendo il precedente record della manifestazione, stabilito da Alberico Di Cecco nel 2014”. 

Come si imposta una 100 km, a livello mentale?

“Io cerco di darmi degli obiettivi lungo il percorso: ad esempio nei primi 50km corro concentrato ma tranquillo, senza forzare e studio gli avversari. A metà gara, se sto bene, inizio ad aumentare il ritmo e cerco di fare la selezione. Il momento più brutto di solito arriva al 70° km, che in una ultramaratona, corrisponde al famoso “muro” dei 30km che si incontra nella maratona. Se riesco a scavallare bene quel momento, per me la corsa è “in discesa”. Certo, la testa è una componente fondamentale, al pari delle gambe”. 

Principali obiettivi per il 2017?

“Per il momento sono concentrato sulla prima parte della stagione. A fine Marzo è in programma la 100km di Seregno: un percorso piatto e da tempo. L’obiettivo è quello di fare una prestazione di rilievo con un tempo inferiore a 7h 30’, in modo da potermi finalmente guadagnare la convocazione in Nazionale. A seguire, mi concentrerò sulla gara a cui sono più affezionato: la 100km del Passatore. Per vari motivi, le mie 2 partecipazioni precedenti non hanno soddisfatto le aspettative. Quest’anno punto ad un piazzamento di prestigio”.

Per finire, che consiglio Ti senti di dare alle tante persone che ultimamente si avvicinano al mondo del podismo?

“Non seguire le mode, ma ascoltare con attenzione il proprio fisico. Bisogna fare le cose con calma e crescere gradualmente, senza fretta: mi è capitato vedere tanti podisti al via di una 100km, che dopo neanche un terzo di gara già erano in crisi e camminavano. E’ un errore da evitare assolutamente. La corsa è uno sport troppo bello: non tutti possono fare il primato del mondo, ma tutti possono correre sfidando se stessi, trovando i propri limiti e, con i dovuti tempi, superandoli”.

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