Amarcord

L’angolo del ricordo: Madrid 2012, il rosso dipinto di blu

“Penso che un sogno così non ritorni mai più”, cantava Domenico Modugno nel 1958, quando un teenager Ion Tiriac non aveva ancora deciso di fare del tennis la sua occupazione principale. Sotto quei baffoni divenuti celebri con il tempo, l’ex giocatore romeno – ancora oggi uno dei più importanti uomini d’affari del proprio Paese – ha fatto suo il Mutua Madrid Open, un torneo dalla storia particolare quasi quanto dell’istrionico Ion. Partito da Stoccolma, passato in Germania negli anni ’90 (Essen per un anno e poi Stoccarda) sino alla capitale spagnola, che ha visto anche il cambio di superficie dal cemento indoor alla terra battuta, cambiando di conseguenza anche data nel calendario a scapito del declassato Amburgo, trasformato da ‘1000’ a un ‘500’ estivo.

Nella mente di Tiriac la sua creatura aveva bisogno di rinnovarsi, di stare al passo con i tempi. Le trovate del magnate romeno hanno riguardato anche alcuni aspetti collaterali, come il ruolo dei raccattapalle affidato a delle bellissime modelle con tanto di sponsor in bella vista. Ma quello che ha suscitato più clamore riguarda senza dubbio il cambio di colore della terra battuta dal tradizionale rosso al blu. Una scelta ovviamente dettata dal marketing e da una migliore fruibilità visiva del giallo della pallina: un obiettivo raggiunto sia a livello televisivo che dal vivo ma l’esperimento è stato bocciato dall’Atp e non è stato più riproposto.

In uno sport così legato alla tradizione come il tennis la terra blu non avrebbe avuto vita facile a priori. Di sicuro il mantra “Bene o male, purché se ne parli”, valido per ogni prodotto commerciale al fine di canalizzare l’attenzione pubblica, è stato messo in pratica. Tra opinioni di appassionati, tecnici, allenatori e le tantissime domande rivolte ai giocatori durante le conferenze stampa di quella settimana gli spunti non sono mancati. Eppure, per quanto futuristico potesse essere il pensiero del proprietario del torneo, se i primi due giocatori al mondo minacciano di boicottare l’edizione successiva a meno di un dietrofront, beh, forse è meglio tornare sui propri passi.

Fu un torneo strano quello di Madrid nel 2012. Rafael Nadal perse per la prima volta in carriera contro Fernando Verdasco dopo tredici vittorie su tredici, Novak Djokovic si arrese ai quarti al connazionale Tipsarevic, battuto per quattro volte su cinque nei precedenti. “Dovrei chiedere consigli a Chuck Norris per restare in piedi, avrò tirato sì e no cinque palle mentre il resto del tempo cercavo di non cadere per terra”, le parole di Nole dopo la sofferta vittoria contro Gimeno-Traver. “Questa non è terra battuta, Madrid è un grande torneo che mi serve in preparazione al Roland Garros. E’ come se Cincinnati, che precede gli Us Open, si giocasse sull’erba”, l’affondo di Rafa.

Il sogno di Tiriac con quel rosso dipinto di blu non ha potuto prendere quota. Il verbo ‘volare’ era infatti preceduto dal prefisso sci-. Oggettivamente difficile mantenere l’equilibrio nonostante la premessa di assicurare ai giocatori la solita superficie il cui unico cambiamento doveva riguardare il colore. Colpa dell’umidità, fu costretto a confessare Ion chiedendo, senza successo, fiducia all’Atp. Non è bastato lo sponsor di una vittoria di Roger Federer, l’unico dei tre tenori a restare in piedi – letteralmente – e a superare in finale Tomas Berdych per 7-5 al terzo: la scivolosità, per un giocatore che ha vinto otto volte Wimbledon, non poteva essere un problema insuperabile. Dal 2013 la Caja Magica rispolverò così il caro vecchio rosso. Con buona pace di Federer, unico tennista imbattuto sul blu. Per ora.

SportFace