Non ho visto Maradona. Ed è il rimpianto più grande

Diego Armando Maradona Diego Armando Maradona - Foto Gianmichele Laino

Non ho visto Maradona. Ed è il rimpianto più grande.

C’è una generazione, la nostra, quella di chi ha 30 anni in questo nuovo decennio iniziato malissimo, che non ha mai visto giocare Maradona dal vivo. È una di quelle cose che invidieremo per sempre a chi ci ha preceduto. Lo stigma che dovremo portarci dietro, il nostro tampone positivo che caratterizzerà per sempre la forma mentis dei millennials e della Gen Z.

Maradona non aveva nulla a che fare con questo mondo di oggi. Corpo estraneo al pianeta, dal 2000 in poi. Le istantanee di Instagram ritraggono corpi scolpiti, atleti marmorei, a metà strada tra le statue ateniesi e i cyborg. Nell’epoca in cui il talento è sprecato – diciamoci la verità- era sprecato anche Maradona.

Cosa ha a che fare un tweet, un hashtag, questo calcio virtuale (senza pubblico sugli spalti, tra l’altro), con la prosa contorta del flusso di coscienza che Diego metteva sul campo? Cosa ha a che fare con il gomitolo di gambe, con la danza argentina, con la lambada di Maradona, questo nuovo calcio da trapper, dove quello che conta è portarsi a casa la rima anche a costo di farla brutta e volgare?

Non ho visto Maradona ed è una cosa che non mi perdonerò mai. Essere nato dopo di lui è una colpa che mi rimprovererò per sempre. Mancare l’appuntamento con la bellezza per un capriccio anagrafico è una beffa che adesso mi fa piangere.

Ma sono quasi sollevato del fatto che nemmeno Maradona ci vedrà più, immersi in un mondo senza socialismo e senza fantasisti, dove non esistono più numeri 10, dove persino Dio – figuriamoci un Diez – farebbe fatica a trovare il suo posto. Dove le giocate che contano si disperdono nelle ricerche di Google, vengono tagliate e filtrate, riempite di effetti. Dove le espressioni del volto più sono vere e più diventano meme.

Questo mondo, in cui il gol della mano de Dios sarebbe stato annullato dal Var, lo ha lasciato andare.

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Giornalista professionista, classe ‘89. Ricorda ancora la pioggia e il vento del 27 luglio ‘98, quando Marco Pantani ingoiò il Galibier come una fetta di torta. I suoi amici sognavano di fare i calciatori, lui di fare le telecronache delle loro partite