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Tennis, la rinascita di Kaia Kanepi: dal morbo di Epstein-Barr ai quarti Us Open

Kaia Kanepi - foto Ray Giubilo

“Papà, papà, papà… Posso giocare anche io con voi?”. Chissà per quanto tempo Kaia Kanepi ha osservato le gesta dei genitori e della sorella maggiore, sperando prima o poi di poterli emulare. D’altronde lei era ancora piccola e quella forte in famiglia era Kadri: lei, grazie alle sue doti tennistiche, era riuscita a vincere una borsa di studio con la quale era volata in America, a San Francisco, lontano dal freddo dell’Estonia. A un certo punto Jaak e Anne, padre e madre, si sono però resi conto che forse puntare su due cavalli poteva essere più conveniente. In realtà nella loro famiglia c’era di mezzo anche una terza sorella, Karin (perché la “K” ci deve essere sempre!), la quale però preferiva i cavalli, quelli veri. Inconsapevoli del futuro e probabilmente nemmeno troppo convinti delle loro azioni, a 8 anni misero in mano a Kaia la prima racchetta: inizia così la storia della più grande tennista estone di ogni epoca. E che storia…

Dopo poco tempo ha già vinto tutti i principali tornei nazionali e a 15 anni è già numero 1 del mondo ITF nella categoria Junior. Nel 2000 tutti sono convinti che sia pronta per il grande passo: diventare professionista. In patria, i giornali sportivi, iniziano a farla conoscere, appellandola come il futuro del tennis mondiale. Nel 2004 rappresenta la propria nazione ai giochi olimpici di Atene. Nel 2006 raggiunge per la prima volta le WTA Tour final. Quello è solo l’inizio: nel 2008 raggiunge per la prima volta i quarti di finale al Roland Garros. Memorabile (e se chiedete, a Tallinn, ancora se la ricordano) è la partita giocata nel 2010 contro Petra Kvitova nei quarti di finale di Wimbledon. Il picco in carriera è nel 2012 quando raggiunge la posizione numero 15 del ranking WTA.

E poi? E poi qualche anno di decadenza, nessun risultato di rilievo e troppo tempo passato in giro per tornei di seconda fascia. Tutto sommato la carriera non era stata cattiva e la Kanepi era soddisfatta della situazione. Nel 2016 però arriva un evento devastante che rischia di farle abbandonare tutto: viene colpita dal morbo di Epstein-Barr. Una rara forma di virus del DNA. In un primo momento la decisione presa è di continuare a giocare ma successivamente, quando nel maggio di quello stesso anno arrivano altri infortuni, Kaia è costretta a fermarsi. È una data cardine della sua vita quella: a 31 anni c’è bisogno di prendere decisioni di un certo tipo in prospettiva futuro.

E allora cosa fare? Dopo tutto, nel mondo dello sport il suo lo aveva fatto e rimettersi a lavorare per un eventuale ritorno nel circuito non le sembrava la cosa migliore. “Il tennis non mi interessa più, devo cambiare, fare qualcosa di estremo. Vivere al meglio la vita”: questi erano gli intenti con i quali si approcciava a quello che sembrava un inizio di post-carriera. Su una cosa è facile essere tutti d’accordo: le scelte prese dalla Kanepi su cosa fare sono state indubbiamente estreme. Ad esempio dice di essere diventata una fervida appassionata di Wife Carrying (campionato mondiale di trasporto mogli), insieme ad una accolita di 33 marpioni a due zampe ha imparato a guidare sul ghiaccio della Finlandia (ma perché?!), si è data al relax riempiendo i social di foto con il suo amato cane, ed infine, stanca del rigido clima del nord, si è trasferita alle Hawaii. In quest’ultima vacanza nell’arcipelago tropicale, tra un bagno a mare e una serata in discoteca, ha potuto incontrare un uomo, rivelatosi determinante per il suo ritorno in campo. Il tale risponde al nome di Gerad Kanter, ex olimpionico nella disciplina lanci del disco. Di ritorno in patria infatti Kaia sente sempre più la voglia di riavvicinarsi al mondo del tennis. Prima prova diventando la direttrice di un torneo ITF nel suo paese, ma ben presto si rende conto che le sue ambizioni sono molto diverse. Con Gerad si mette a lavorare sull’aspetto fisico. Con Alina Jidkova, ex tennista, ha rimesso in piedi la parte tecnica del suo gioco. Cosi è partita la sua rinascita tennistica.

Kaia è nata per giocare a tennis. Troppo adatta per movenze e capacità di coordinazione. Non vederla mai più impugnare una racchetta sarebbe stato molto triste. Ma adesso, vederla essere tornata a competere ad alti livelli, dopo tutto quello che ha passato, è meraviglioso. Ha superato le qualificazioni degli Us Open lottando a denti stretti, durante il primo turno è stata sotto 0-6 contro la nostra Francesca Schiavone e poi, per sua fortuna, la partita è stata interrotta per pioggia. Un po’ come se anche il destino, che con lei proprio clemente non è stato, volesse ridarle qualcosa indietro. Adesso affronterà in quarti di finale la giocatrice di casa Madison Keys, ma il pubblico verosimilmente starà dalla sua parte. Perché proprio non ci si riesce a non volere bene a una come lei. Perché, in fondo, è la dimostrazione vivente che bisogna sempre concedersi una seconda opportunità: lottare sempre per ciò che ci fa star bene.

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