Finali Davis Cup 2019, diario da Madrid: day 2

Laver Cup, Nick Kyrgios - Foto Roberto Dell'Olivo

Oggi proverò a dare (anche) i numeri, cosa che dovrebbe riuscirmi bene nonostante qui a Madrid non abbia ancora ingerito una sola goccia di alcool, a differenza dei tifosi olandesi che ieri avevano già archiviato tre bicchieroni di birra a testa quando il loro beniamino – Robin Haase – non aveva ancora finito il primo set contro il filiforme e tatuato Bublik. Sullo spettacolo fornito attorno al campo 3 dai sostenitori orange e da quelli kazaki tornerò più avanti. Ora vorrei concentrarmi sullo sport che, soprattutto tra gli addetti ai lavori (e vi garantisco che qui ce ne sono davvero tanti), ha sostituito in queste prime due giornate il tennis: il tiro al piattello. I piattelli, naturalmente, prendono di volta in volta le sembianze di tutti coloro che hanno caldeggiato la rivoluzione e quindi stiamo parlando di Piquè, del presidente ITF Haggerty e più in generale dei “traditori” che nell’agosto del 2018 hanno votato a favore del nuovo, famigerato format.

Tra questi, anche Bernard Giudicelli, presidente della federazione di uno dei team favoriti per la conquista dell’insalatiera, ovvero la Francia. Paradossalmente, ieri il famoso “effetto Davis” (nonostante qui non dovrebbe avvertirsi, se è vero che dell’antenata non ha certo conservato il fascino e quindi la suggestione indotta in chi la gioca, almeno così dicono) ha rischiato di abbattersi proprio sui francesi, che hanno rischiato grosso contro il temerario Giappone orfano di Nishikori ma certo non del coraggio. Dopo la scontata vittoria di Tsonga su Uchiyama (che giusto un mese fa ebbe i suoi cinque minuti di notorietà in Italia perché ritardò di una settimana l’ingresso di Sinner nella Top-100 ATP) e la rovinosa sconfitta di Monfils con Nishioka, i maestri del doppio Herbert/Mahut hanno impiegato quasi tre ore per sbarazzarsi degli assai meno celebri colleghi Mclachlan/Uchiyama e portare alla Francia il primo soffertissimo punto. Sugli spalti, tanti giapponesi vestiti di rosso – tra cui cinque ragazze con tanto di berretti da Babbo Natale e uno dotato di mascherina antismog – e pochi, pochissimi tifosi francesi, con una distinta signora sosia di Lina Wertmuller, della quale replicava taglio di capelli e occhiali dalla vistosa nonché curiosa montatura. Così in conferenza stampa, squadra e capitano Grosjean hanno dovuto rispondere al fuoco incrociato di domande dei giornalisti, tutte che iniziavano pressappoco così: “L’anno scorso nella finale di Lille avete giocato davanti a 20.000 spettatori, che effetto vi hanno fatto oggi gli spalti semivuoti e con così pochi sostenitori francesi?”

Vi risparmierò le risposte, politicamente corrette, dei protagonisti ma lo spunto è buono sia per far notare che la prima giornata di incontri ha fatto registrare la presenza di 12.114 spettatori (non così pochi, visto che non era di scena la Spagna) e sia per domandarmi come si possa ragionevolmente paragonare una finale unica giocata – e quindi organizzata – in casa di una delle due contendenti in una porzione di uno stadio di calcio e in un week-end, con un match di girone disputato in un impianto da 3000 posti di lunedì in Spagna tra Francia e Giappone. Non credo sia da questi aspetti, pur importanti, che si debba iniziare a giudicare una competizione decisamente perfettibile che ha per ora il solo torto di aver ereditato un nome ingombrante. Nel senso: si fosse chiamata campionato del mondo a squadre e avesse premiato i vincitori con una zuppiera d’oro anziché un’insalatiera d’argento non ci sarebbero stati paragoni e verrebbe giudicata per quella che è.

E quello che è veramente lo si vive vagando tra i tre campi e verificando l’apprezzamento del pubblico che mediamente spende 47 euro per vedersi ogni sfida dei gruppi (ma anche solo 27 nel terzo anello del Santana, in cui si potrà vedere la finale con 63 euro) e cerca di godersi la festa trasformando ove possibile il sostegno in spettacolo. Così il capobanda kazako incita i suoi – e sberleffa i rivali – a suon di motivetti ora incitatori ora irridenti mentre dall’altra parte delle tribune il più sobrio degli olandesi, in elegante gessato rigorosamente arancione e scarpe da tennis, colloquia a distanza con il giudice di sedia Carlos Ramos, che dopo quello che ha passato con Serena a New York l’anno scorso tutto il resto gli sembrerà rose e fiori. Oppure i colombiani, che non smettono un attimo di incitare “Alejo” Gonzalez con la speranza – malriposta – di far perdere la pazienza al “bostoniano” Kyrgios. A proposito di Australia, ieri è stata la giornata dei primi due numeri uno (in singolare, perché in doppio ce ne sono diversi) presenti alla Caja: Lleyton Hewitt sulla panchina dei canguri e Rafa Nadal in campo per la Spagna. Quest’ultimo ha risollevato gli animi dei padroni di casa dopo il crollo di Bautista Agut nel tie-break decisivo con Rublev, poi Granollers e Feliciano hanno fatto il resto inaugurando il tortuoso sentiero dei calcoli, altra spada di Damocle di questa settimana madrilena.

Perché adesso, dando per scontato che oggi gli iberici batteranno la povera Croazia, i russi chiuderanno il gruppo B al secondo posto con 4 punti e diventeranno per gli altri team un riferimento quale miglior seconda. Tra queste anche l’Italia, impegnata oggi nello spareggio contro gli Stati Uniti che non è il classico dentro-fuori perché le storture della prima fase a gironi potrebbero rispedirle a casa entrambe. In pratica, sia Italia che USA puntano alla vittoria netta (3-0) in modo da chiudere a quota 4 e mettersi alla finestra in attesa dell’esito delle altre sfide, in una girandola di possibilità che probabilmente farà rivoltare nella tomba il buon Dwight Davis e confondere non poco chi è abituato al tennis tradizionale. Bisognava fare come il Canada, che gioca con l’uomo in più sugli spalti – ovvero un pubblico caldissimo e mai domo – e ieri si è qualificato per primo ai quarti di finale grazie a un Pospisil in gran spolvero (visto che non era tutta colpa di Fognini?) e al solito, spettacolare Shapovalov; poi Dancevic ha scelto di non schierare il doppio e giù critiche alla formula per il punto, i set e i giochi regalati agli americani. A noi non cambia nulla ma in prospettiva futura questo “biscottino” potrebbe agevolare gli USA se oggi dovessero batterci 3-0. È una delle falle del nuovo format, su cui tornerò nei prossimi giorni sempre che mi lascino scrivere ancora.

Per finire, oggi è il giorno degli altri due numeri 1 (Murray e Djokovic) e debuttano le ultime tre nazioni fin qui assenti (Serbia, Germania e Gran Bretagna). In Casa Italia non si fanno calcoli ma c’è la consapevolezza che sarà dura passare il turno. Staremo a vedere.