Giorgio Malan ha riportato, dopo l’argento di Massullo nell’88, il pentathlon italiano sulle vette più alte delle competizioni olimpiche. Fa collezione di ori da quando aveva nove anni: non li racconteremo tutti, ma nell’intervista che ci ha concesso ci soffermeremo anche sui prossimi traguardi, non solo sportivi.
Grazie Giorgio per essere oggi qui con noi, innanzitutto come stai?
“Ciao a tutti, grazie a voi intanto. Tutto bene, tutto bene. Siamo in allenamento costante, però tutto tutto bene. Questa è una parte più tranquilla della stagione, ma si costruiscono le basi per le gare importanti. Questo è un periodo meno stressante da un certo punto di vista, perché comunque non c’è la competizione, che è un mettersi alla prova continuamente. Però, dall’altro lato, la competizione è anche il motivo per il quale ci alleniamo e cerchiamo di spingerci oltre i nostri limiti. Quindi bisogna trovare l’equilibrio giusto, perché può diventare un periodo un po’ pesante, essendo lungo, senza gare, senza competizioni e senza il modo di vedere il risultato finito. Bisogna un po’ costruire le basi, “sporcarsi le mani”, tra virgolette, e fare quei lavori di costruzione che magari non ti danno il risultato subito, ma sono proprio quelli che ti permetteranno di avere un risultato solido quando serve. Quindi bisogna trovare il giusto equilibrio, come in tutte le cose“.
Quindi sei uno di quelli che pensa che la gara sia allenante, in un certo qual modo, se inserita in un’ottica più ampia?
“Sì, la gara è il miglior allenamento, secondo me. Detto questo, per arrivare performanti in gara c’è anche bisogno di periodi come questi in cui si va a costruire, in cui c’è più tempo per andare a lavorare su una macro-area che invece, tra una gara e l’altra, non avrebbe tanto senso toccare. Però sì, noi ci alleniamo per gareggiare, per confrontarci, per quell’adrenalina che ti dà la gara. Quindi un periodo lungo senza gare è un po’ complicato. Io, facendo pentathlon, alla fine ho cinque sport e posso spaziare anche tra una gara e l’altra in off-season. Infatti questo weekend ho fatto una garetta di nuoto, che era la prima volta per me, ed è un modo anche per tenersi attivi in competizione da quel punto di vista“.
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La scelta del pentathlon arriva per te a nove anni. Viene da pensare che già da ragazzo non ti piacesse fare sempre la stessa cosa.
“Sì, da piccolo mi piaceva sperimentare e fare diversi sport. Ovviamente da bambini, più che altro, si gioca e lo si fa per divertirsi. Cerco di farlo ancora adesso per divertirmi, ma da bambini era propriamente un gioco. Mi piaceva provare una cosa, poi l’altra, e spaziare in tutto il mondo dello sport. Poi ho incontrato il pentathlon, che ha cinque discipline così diverse l’una dall’altra, e mi sono innamorato. Non ho più smesso“.
Anche nella vita tendi a voler spaziare, magari rischiando di annoiarti presto delle cose e avendo bisogno sempre di nuovi stimoli?
“Sì, sì. In generale mi piace fare cose diverse e avere nuovi stimoli. Però diciamo che il pentathlon già mi dà quella dose di variabilità nella vita. Quindi, nel poco tempo libero che mi rimane, a quel punto preferisco fare delle cose più standard, tipo vedermi con gli amici, con la mia ragazza e stare un po’ più in relax. Il pentathlon mi dà tutta la variabilità di cui ho bisogno“.
Accennavi alle discipline del pentathlon, che praticamente cambiano ogni quadriennio o giù di lì. Ci sono state le polemiche dopo Tokyo per l’assegnazione casuale dei cavalli che poteva portare a delle sperequazioni. Adesso come va con la configurazione attuale?
“Sicuramente il motivo principale è quello di andare incontro a quelle che sono le esigenze del pubblico moderno e della TV: creare uno spettacolo più fruibile, anche con più adrenalina e magari più compatto. Una volta il pentathlon si sviluppava in cinque giorni diversi. Chiaramente era complicato da vedere per il pubblico e, per una TV, era praticamente impossibile. Ora sono stati fatti grandi cambiamenti, tra cui l’eliminazione del percorso a ostacoli a cavallo, ovvero dell’equitazione, dopo Parigi. Questo è stato un po’ un peccato per me, perché sono innamorato del pentathlon con questi cinque sport fin da piccolo e mi sono allenato molto e duramente per raggiungere il miglior livello possibile. Da un giorno all’altro ti cambiano uno sport e non è stato piacevole. Però, alla fine, mi piacciono le sfide. Questo è uno sport completamente diverso. Questa disciplina a ostacoli, che adesso ha sostituito l’equitazione, e iniziare a 24 anni uno sport da zero è complicato, però direi che è una bella sfida. Sto cercando di destreggiarmi al meglio“.
Oggi c’è l’Hyrox, c’è il Ninja Warrior. Credi che il pentathlon abbia da imparare qualcosa da questi fenomeni?
“Sì, c’è sempre da imparare, perché secondo me tutte queste nuove tendenze e questi nuovi sport vanno a coprire quelli che sono i maggiori interessi della maggioranza degli sportivi. Il pentathlon non è da meno, quindi riuscire a trovare la chiave giusta e il pacchetto giusto per formularlo sarà fondamentale. È giusto imparare anche da questi nuovi sport. Sento dire che adesso va un po’ di moda ‘l’atleta ibrido’ e dico: cavolo, se non è l’atleta ibrido il pentatleta, che fa praticamente tutto, chi lo è? Quindi sì, abbiamo da imparare, però piano piano secondo me arriveremo a quei livelli. Appunto, con l’inserimento di questa disciplina a ostacoli, che riprende un po’ il mondo della Spartan Race, spero che anche quel gruppo di atleti possa imparare a conoscere e ad apprezzare il pentathlon“.
Cosa ti piace di quei mondi? Il linguaggio più spettacolarizzato? La ricerca della prestazione estrema? Le tempistiche?
“Sì, tutte quelle caratteristiche secondo me fanno parte dello sport in generale e della competizione. Credo che questi nuovi fenomeni, a livello sportivo, siano riusciti a tirar fuori qualcosa di semplice, non banale e comunque fruibile dal grande pubblico. È così che una grande fetta di appassionati ha potuto iniziare a praticare questi sport, che sono anche divertenti, non essendo monodiscipline e richiedendo competenze diverse. Come dicevo, il pentathlon rientra in queste caratteristiche, bisogna solo cercare di veicolarlo nel modo giusto“.
Hai fatto equitazione praticamente per tutta la tua carriera da pentatleta, bronzo a Parigi… e a Los Angeles 2028 ci mettiamo la nuova corsa a ostacoli. Sono avvantaggiati quelli che hanno cominciato dopo?
“È stato un bello shock, anche perché io ho vinto la prova di equitazione a Parigi, quindi era un mio punto forte. Ora, tutti gli atleti più giovani che non hanno partecipato alle Olimpiadi di Parigi hanno avuto la possibilità di incominciare prima con questo nuovo sport e di conoscerlo meglio. Di conseguenza, hanno un vantaggio di due o tre anni rispetto a noi. Infatti c’è stato un grande cambio generazionale: tanti atleti più in là con l’età hanno deciso di smettere perché è un cambio complesso da affrontare. Quindi sì, ad ora i giovani sono ancora un po’ avvantaggiati, però io spero in questi due anni di riuscire a colmare questo gap. Nelle altre prove so come difendermi, quindi sono convinto che l’obiettivo sia arrivare al 100% e colmare quel gap per Los Angeles“.
Come sta andando, quindi, con la nuova corsa a ostacoli?
“Sta andando bene. È comunque uno sport completamente diverso che richiede anche una fisicità differente, per quanto riguarda per esempio l’articolazione delle spalle, poiché è molto traumatico. Io, non avendolo mai fatto, ho qualche complicazione e bisogna andare per gradi, però stiamo seguendo la giusta strada. Piano piano vedo grandi miglioramenti e non vedo l’ora di testarmi con l’inizio della stagione internazionale nel 2027 per vedere il mio effettivo livello“.
A proposito di Parigi, quand’è che ti sei reso conto che stavi per entrare nella storia, o che avevi almeno la possibilità di farlo?
“Allora, la verità è che non mi interessava molto della storia mentre la stavo vivendo. Con le Olimpiadi, io ho sempre sognato fin da bambino di andare a partecipare, un sogno condiviso da tantissimi atleti credo. Riuscire a viverlo per me era già un assoluto traguardo. Però un evento del genere, così grande e con questa risonanza, è facile che porti tanta pressione e che questa non te lo faccia vivere al meglio. Quindi sono andato a Parigi con l’obiettivo di vivere al 100% il sogno che avevo da bambino, senza farmi schiacciare dalla pressione. Purtroppo la gara non era neanche iniziata benissimo: con la scherma ero circa a metà classifica. Però ho continuato a dare il mio 100% e a divertirmi nel fare lo sport che amo. Piano piano sono riuscito a fare una grande rimonta fino al terzo posto con la prova finale del Laser Run. Nella realtà, ho realizzato tutto solo quando ho tagliato il traguardo, perché per me contava solo dare tutto quello che avevo e non avere rimpianti. Quando ho tagliato il traguardo ho capito che avevo preso una medaglia alle Olimpiadi“.
Quante vite sono passate da Parigi, oppure, dall’altro lato, ti sembra ieri?
“Tutte e due le cose, forse. Nel senso che se ci ripenso mi sembra ieri, quelle emozioni le sento ancora forti. D’altro canto è passato del tempo e ci sono stati, nella mia vita e nel mio sport, un sacco di cambiamenti. La vita va avanti e io voglio guardare al futuro. Non vedo l’ora di rivivere quelle sensazioni a Los Angeles, perché un evento come le Olimpiadi è qualcosa di speciale, ognuna a modo suo. Voglio mantenere queste emozioni ancora vive dentro di me per cercare di riviverle a Los Angeles“.
Prima parlavi di pressione, dicevi: ‘Non posso andare a Parigi con la pressione e non vivermela bene’. Immagino che ora, dopo aver conquistato una medaglia in Francia, forse ce ne sia un po’ di più in vista di Los Angeles. O almeno tu la possa sentire. Come la gestisci, nel caso?
“Sicuramente sentirò più pressione, nel senso che il background sarà diverso, non sarà la prima Olimpiade. Penso che i grandi campioni, però, riescano a fare proprio questo: quando sono sulla linea di partenza si comportano come se non avessero ancora fatto o vinto niente, con quella fame che ti permette di mantenere alto il livello in tutta la carriera. Il mio obiettivo è quello. Non ti so ancora dire se ci riuscirò, però l’obiettivo è proprio rivivermela così. Come ho detto, ogni Olimpiade è una storia a sé, quindi voglio viverla come la storia delle Olimpiadi di Los Angeles 2028, senza pensare al passato. Chiaramente sono consapevole di poter fare bene, ma lo ero anche per Parigi. Come dico sempre, l’importante è divertirsi, e divertendosi si riesce a dare il 100%. L’obiettivo sarà quello“.
Allora, prima di salutarci, una battuta su tre idoli: ti chiedo uno sportivo, uno musicale e uno cinematografico.
“Allora, come sportivo direi Michael Phelps. Parliamo di Olimpiadi e lui è proprio il massimo, ma non solo. Ovviamente mi piace molto lo sport, quindi è difficile scegliere, diciamo che Michael Phelps mette tutti d’accordo per la sua carriera e per quello che è riuscito a fare. Per quanto riguarda l’ambito cinematografico, faccio fatica a trovare un singolo attore perché me ne piacciono tanti, però penso a Tom Cruise, anche per il suo atteggiamento: non vuole stuntman e si butta sempre in prima persona a fare scene decisamente pericolose. E poi secondo me è veramente bravo, quindi lui sicuramente mi piace. Il terzo era musicale? Come musicale direi Michael Jackson. Penso che sia il cantante con la voce più riconoscibile e iconica. Penso che tutti siano d’accordo con me sul fatto che sia un po’ una divinità nel mondo della musica. Mi è sempre piaciuto fin da bambino e continuo ad ascoltare i suoi brani come se fosse la prima volta“.
A proposito di storia, all’università come sta andando?
“L’università è complicata per un pentatleta, perché il tempo che mi rimane per studiare è molto poco. Però, piano piano, sto cercando di dare i miei esami, perché la vita continua anche dopo la carriera da atleta. Sto studiando Economia e Management alla LUISS a Roma, che ha un ottimo progetto per studenti-atleti che riesce a venirmi incontro per le mie esigenze di gare, allenamenti e ritiri con la nazionale. Non è semplice, però non vedo l’ora di vedere come sarà la mia vita dopo aver fatto l’atleta, e sicuramente portarsi avanti studiando è la cosa giusta da fare“.
Hai una fidanzata che ha dovuto coniugare l’attività sportiva praticata a livelli alti con le altre attività. Come si fa quando entrambi nella coppia hanno lo sport in cima alla loro vita?
“Sicuramente tra sportivi si capiscono gli impegni e i sacrifici che si fanno per riuscire a far conciliare tutto. Lei è una judoka e ultimamente ha smesso per vari infortuni fisici, però comunque capisce bene le esigenze di un atleta, quindi è anche più facile venirsi incontro e capirsi. Lei adesso è già più nell’ambito lavorativo e vedo che affronta delle belle sfide ed emozioni che non vedo l’ora di vivere a mia volta. Però adesso voglio ancora concentrarmi sullo sport al cento per cento“.
Ok Giorgio, adesso davvero l’intervista è finita. Te la senti di salutarci con un “ci vediamo a Los Angeles su Sportface”?
“Sì, sono un po’ scaramantico, ma… ci vediamo a Los Angeles su Sportface“!












