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INTERVISTA – Marco Olmo, il re delle ultra maratone: “Corro 230 km nel deserto perché mi fa star bene”

Marco Olmo

Robilante è un paese di 2.500 anime incastonato nel cuore della comunità montana delle Alpi del Mare, in provincia di Cuneo. Qui vive da sempre e ritorna dopo ogni gara Marco Olmo, 69 anni da compiere il prossimo 8 ottobre, non un podista qualunque ma un vero e proprio fuoriclasse dell’ultra-running.

Olmo vanta risultati di prestigio in molte delle gare più massacranti del mondo. Il suo palmares toglie il fiato: tre vittorie alla Desert Mathaton in Libia, tre alla Desert Cup in Giordania, due vittorie consecutive all’Ultra Trail du Mont Blanc (nel 2006 e 2007 all’età di quasi 60 anni), cinque successi al Gran Raid du Cro-Magnon e poi ancora vittorie, podi e piazzamenti in ogni parte del globo, dalla Spagna al Messico, dalla Repubblica Domenicana all’Islanda.

Da ultimo, impossibile non citarne la partecipazione ininterrotta dal 1996 a tutte le edizioni della Marathon des Sables in Marocc, 230km in autosufficienza nel deserto. Proprio poche settimane dopo il ritorno dal Marocco, dove ha concluso l’edizione 2017 al 49° posto assoluto e 1° di categoria, il campione cuneese accetta, con la consueta cortesia, di rispondere a qualche domanda nell’intervista esclusiva concessa a Sportface.it.

Marco, troppo facile iniziare subito parlando dei successi. Apriamo l’album dei ricordi: la tua infanzia, fatta di sacrifici, sembra uscita direttamente da uno dei racconti del tuo conterraneo Beppe Fenoglio. Difficile pensare di diventare un corridore a quei tempi.
“È vero. Sono nato ad Alba nel 1948 e la vita da queste parti, negli anni del dopoguerra, non era per nulla facile: tanta povertà e la necessità di darsi da fare fin da piccoli per aiutare la famiglia. Alla corsa, intesa come sport, non pensavo proprio, anche perché dovevo già correre dietro gli animali al pascolo: molto spesso, però, i soldi per le scarpe non c’erano, per cui si portavano gli zoccoli e il gesto tecnico non era per nulla facile (ride,ndr)”.

La tua prima “gara” a 26 anni, in paese per scommessa. È proprio vera la storia del 6° posto su 7 concorrenti al via?
“Verissima. Partimmo in 7 ed io arrivai 6° solo perché uno dei concorrenti sbagliò strada. Vinse un 40enne e a me sembrava impossibile che uno così più vecchio di me avesse potuto battermi. Da lì sono partito ed ho cominciato ad allenarmi, anche se a far sul serio si può dire che ho iniziato dopo i 33 anni”.

Il primo risultato importante alla Marathon des Sables del 1996, dove sei arrivato terzo
“Alt! Forse questo è vero al livello internazionale, ma in realtà ci tengo a dire che la prima gara di un certo livello che ho vinto risale al 1985, la “3 Rifugi” a Certosa di Pesio. Ci tengo anche perché si trattava di una gara a coppie ed io la corsi con Dario Viale, un mio carissimo amico di Limone Piemonte”.

Raccontaci qualcosa della prima Marathon des Sables. Come si corrono più 230km in autosufficienza nel deserto?
“Fu un’esperienza traumatica, fin dalla sua preparazione. Venni selezionato dal team Invicta un mese e mezzo prima della partenza: allora avevo anche impegni di lavoro, per cui in poco tempo dovetti prepararmi sia dal punto di vista fisico che organizzativo; fino ad allora non avevo praticamente mai corso con uno zaino in spalla”.

E la gara vera e propria?
“Massacrante. Dopo essere tornato a casa, per mesi, continuai ad avere gli incubi, mi sembrava di essere un reduce del Vietnam. Fu un’esperienza psicologicamente pesante: ricordo che, appena tagliato il traguardo, dissi a me stesso che non ci sarei mai più tornato: proposito mantenuto, visto che ho corso tutte le edizioni successive! (ride, ndr)”.

Se ti chiedo quale sia stata la vittoria più bella, il pensiero va alla doppietta all’Utra Trail du Mont Blanc?
“Certamente sono stati momenti indimenticabili, soprattutto la prima vittoria nel 2006. Gli ultimi km sono stati esaltanti, è strano perché dopo oltre 20 ore di corsa, si vorrebbero prolungare gli ultimi metri per godere più a lungo della gioia. Però…”.

C’è anche un però?
“Sì. Le vittorie non sono tutto: una vittoria, a mio avviso, dice soltanto che in quel preciso giorno tu sei andato più veloce di un certo numero di persone, oppure che hai saputo gestire meglio la gara. Il piacere della vittoria in sé è effimero, dura poco. Conta la sfida con se stessi. Ad esempio nel ‘Mont Blanc’ del 2006, non dico che fossi sicuro di vincere, tutt’altro, però l’anno prima ero arrivato 3° per cui sapevo che, se mi fossi gestito bene, avrei potuto battere i miei avversari: infatti quella fu una gara in cui corsi controllato, senza mai ‘tirare’ fino in fondo. A volte anche i piazzamenti o le cosiddette vittorie in gare minori danno grande gioia: ad esempio io sono molto affezionato alla prima vittoria in assoluto, una ‘marcia partigiana’ in valle Maira, che vinsi correndo in spinta dall’inizio alla fine”.

La vittoria come gioia effimera. È per questo che ami alzare le mani quando tagli il traguardo per primo?
“Ho vinto delle corse, non ho salvato l’umanità o fatto scoperte rivoluzionarie. Corro perché mi fa star bene: non a caso ho coniato il detto ‘vivo per correre, lavoro per vivere’. A volte mi è capitato di baciare la terra dopo aver vinto certe gare particolarmente dure, quasi come gesto liberatorio nei confronti della fatica, però, ripeto, la cosa bella è la corsa in sé”.

Ti sei mai ritirato in una gara?
“Certo. Torno al concetto appena espresso: l’importante è correre. La testa, nelle gare di resistenza, gioca un ruolo fondamentale quando subentra la stanchezza nei muscoli, ma deve che saper essere vigile e capire quando il fisico non è in grado di continuare. Ho visto corridori arrivare alla fine di ultra trail in condizioni pietose, quasi senza essere più in grado di camminare. Ecco questo è il vero errore da non fare, a tutti i livelli. Se non siamo in grado di andare avanti, fermiamoci. Non compromettiamo la possibilità di praticare la nostra passione”.

A proposito di pratica. Descrivici la tua giornata-tipo.
“Molto semplice: sveglia presto, verso le 6.15 – 6.30. Piccola colazione e poi fuori a correre: di solito corro un’ora e mezza tutti i giorni. Al ritorno, seconda colazione e poi mi dedico alla casa. Prima o dopo pranzo, faccio ancora una passeggiata. Se sono in prossimità di una gara, ogni 8-10 giorni faccio un ‘lungo’ da 50km nel parco fluviale fino a Cuneo. Non ho mai avuto un allenatore, corro a sensazione, prevalentemente su percorsi sterrati”.

Hai mai corso una classica maratona di 42,195 Km su strada?
“No e avrei anche paura a prepararla”.

Come prego? Una 42km è certamente un banco di prova importante per un runner “normale”, ma per uno che corre 250km nel deserto, non dovrebbe essere come “bere un bicchier d’acqua”?
“Sono due prove completamente diverse, anche dal punto di vista mentale. Come Ti ho detto, io corro a sensazione, senza grande attenzione al cronometro: non ho mai fatto in vita mia uno di quelli che chiamano ‘allenamenti di qualità’, con le ripetute e cose del genere. La maratona su strada è un altro mondo: devi prepararti con allenamento specifici, ripetute, fartlek e stare con l’occhio sul cronometro per tenere il ritmo costante. Tutte cose che non ho mai fatto e per cui anche psicologicamente non mi sento preparato”.

Che ruolo avuto tua moglie Renata nei tuoi successi?
“È stata fondamentale e continua ad esserlo. Sembra scontato dirlo, ma senza di Lei avrei fatto ben poco. Posso solo dirle grazie per la pazienza e per i sacrifici che ha dovuto fare per consentirmi di praticare questa mia passione: la preparazione dei materiali per le gare, l’assistenza logistica lungo i percorsi, le vacanze programmate nei periodi senza gare e comunque sempre con le scarpe da corsa al seguito, la sopportazione degli allenamenti quotidiani anche nei giorni delle feste più importanti. Questo e tanto altro. La vera fuoriclasse della famiglia è Lei”.

Prima di terminare la nostra chiacchierata con uno sguardo ai prossimi impegni, vorrei chiederti qualcosa sul tuo regime alimentare. Sei diventato vegetariano dopo i 37 anni, cioè in concomitanza con l’inizio dei tuoi successi. Tu ne dai anche una sorta di spiegazione “tecnica” giusto?
“Prima di tutto, per me, essere vegetariano è una scelta etica. Non giudico gli altri, ma per me è così. Detto ciò torniamo all’inizio del nostro discorso: una volta, nel dopo guerra, la carne la si mangiava nei giorni di festa, anzi nemmeno sempre. Eppure le persone non erano muscolarmente meno forti di adesso, anzi era il contrario. Io non ho la contro-prova, non posso dire cosa e quanto avrei vinto se non fossi diventato vegetariano, però posso dire di essere la prova vivente che essere vegetariano non limita le prestazioni fisiche”.

Quali sono i tuoi prossimi impegni agonistici?
“Ho diversi inviti, il 7 Maggio ad esempio sarò a Raccagno per il Lago Maggiore Trail. Ci tengo però a segnalare l’evento di Robilante del prossimo 11 Giugno: si tratta di una gara FIDAL di 15.3 Km, con 830 metri di dislivello, che sarà corribile senza limiti di tempo. Il percorso non è aspro per cui tutti possono cimentarsi, anche se una cosa sulla ‘durezza’ dei percorsi vorrei dirla”.

Prego.
“Molto ultra-runner cercano le gare ‘dure’ in base alla lunghezza o al dislivello. E’ un concetto riduttivo. Chiedete ad uno che corre i 400mt in pista quanto sia duro l’ultimo rettilineo: sono solo 100 metri senza dislivello, eppure si arriva stremati. Per questo dico, volete una corsa dura? Venite a Robilante e ‘tirate’ al massimo i 15km di gara, troverete la durezza che fa per voi (ride, ndr)“.

Un’ultima curiosità: cosa vuol fare Marco Olmo da grande?
“Continuerò a gareggiare e quando non potrò più gareggiare, correrò nelle mie valli. Se un giorno sarò troppo vecchio per correre, camminerò”.

A questo proposito, nel tuo ultimo libro, Il Miglior Tempo, edito da Mondadori, lanci un messaggio forte: non è mai troppo tardi per iniziare!
“Non solo, non è mai troppo tardi ma neanche mai troppo presto. Quotidianamente ricevo attestati di persone sedentarie, ultras sessantenni come me, che hanno iniziato a muoversi, camminare e ne trovano beneficio fisico e mentale. Lo stesso dovrebbero fare anche i giovani, troppo spesso legati alla comodità della vita moderna”.

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