Atene 1896: La storia della I Olimpiade moderna

Panathinaiko Atene 1896

Tu chiamale se vuoi… emozioni”. L’esperienza dei Giochi Olimpici è senza dubbio incomparabile, un’avventura entusiasmante che ogni atleta sogna di vivere almeno una volta. Non esiste evento in grado di appassionare, tenere col fiato sospeso e regalare emozioni come un’Olimpiade, non c’è manifestazione che celebri meglio lo sport e i suoi protagonisti. In poco più di due settimane si condensa un’attesa lunga quattro anni, dove si fondono gioie e dolori, paure e speranze, e si raccoglie ciò che resta del senso epico dell’esistenza. Ed è proprio questo, forse, che spinge milioni di persone ad appassionarsi alle gesta di campioni spesso sconosciuti e a seguire le più svariate discipline, anche solo per un breve periodo. Come gi eroi dell’Antica Grecia, forti, leali e coraggiosi, tanto belli quanto virtuosi, i partecipanti ai Giochi di ieri e di oggi incarnano quell’ideale di perfezione cui tutti (o quasi) tendono per vivere in modo sereno. Lo diceva anche Voltaire: per essere felici occorrono l’anima di un saggio e un corpo d’atleta.

Giochi PanelleniciDal mito di Olimpia a De Coubertin. Il viaggio olimpico è lungo quasi ventotto secoli. La sua idea nasce, cresce, muore e risorge in Grecia, culla della civiltà occidentale. Olimpiade era il termine usato anticamente per designare il periodo di quattro anni che intercorreva tra una celebrazione e l’altra dei Giochi Olimpici dedicati a Zeus, organizzati nella città di Olimpia dal 776 a.C., all’interno del ciclo dei cosiddetti Giochi Panellenici (che includevano anche i Giochi Pitici, Nemei e Istmici). Erano competizioni riservate a cittadini maschi liberi, adulti e di stirpe greca e comprendevano gare di stadion (i moderni 200 metri piani, l’unica disciplina praticata per circa mezzo secolo), diaulos (400 metri), dolichos (4440 metri), corsa nei carri, lotta libera, pugilato, pancrazio, pentathlon (lotta, stadion, salto in lungo, tiro del giavellotto e lancio del disco) e corsa con le armi. Prima di questa data, però, potrebbero esserci stati altri agoni, le cui origini sono misteriose e si nascondono nelle pieghe di racconti leggendari, come quelli narrati dal grande poeta Pindaro negli Epinici.

A porre fine a questa tradizione millenaria (dopo ben 292 edizioni) fu l’Imperatore romano Teodosio I, nel 393 d.C., influenzato dall’allora vescovo di Milano Ambrogio, che considerava i Giochi come una festa pagana. Il loro declino, in realtà, era già cominciato da tempo e si deve collegare ai tanti avvenimenti che hanno caratterizzato la storia ellenica per più di un millennio, al tramonto delle tradizioni classiche greche e allo svilimento della figura dell’atleta. I Giochi, così, cessarono di raccontare le loro meravigliose storie per quasi 1500 anni, fino a quando alcuni scavi riportarono alla luce i resti di Olimpia, sotterrata probabilmente da un devastante terremoto (o da un violento tsunami) nel VI secolo. L’antico stadio, tracce dell’ippodromo e il ginnasio furono ritrovati nel 1881 da una spedizione comandata da Ernst Curtius, docente di filologia e archeologia all’Università di Berlino, ma già nel secolo precedente si era riacceso l’interesse, grazie anche alla diffusione in Europa della corrente artistica e letteraria del neoclassicismo. La “moda” di riproporre le tradizioni dell’antichità contribuì anche alla rinascita del mito di Olimpia: in diverse zone del Vecchio Continente (e anche in Canada) s’istituirono competizioni ispirate al Giochi di un tempo. Le più importanti ebbero luogo proprio in Grecia, volute dal mecenate romeno Evangelis Zappas, che mise a disposizione un’ingente somma di denaro per ripristinare i giochi olimpici. Con l’aiuto di re Ottone I, nel 1859 Zappas riuscì a creare il primo Concorso olimpico, che si disputò nelle vie e nelle piazze di Atene. L’idea, per quanto apprezzabile, mostrava diverse falle organizzative (accanto ad alcune discipline ”classiche” vi erano competizioni folcloristiche come la corsa nei sacchi o la scalata all’albero della cuccagna) e la sua risonanza fu minima, limitata ai confini greci. Il mecenate morì qualche anno dopo, lasciando una cospicua eredità che servì per la ricostruzione dello stadio Panathinaiko, dove si tennero i successivi Concorsi e, come vedremo, i Giochi della I Olimpiade moderna.

Pierre De CoubertinLa svolta decisiva fu attuata solo qualche anno più tardi, grazie all’opera infaticabile del pedagogista francese Pierre de Fredi, Barone de Coubertin. Influenzato dai viaggi in Inghilterra, dall’amicizia con William Penny Brookes e dalla “rivoluzione pedagogica” promossa dal pastore anglicano Thomas Arnold, De Coubertin cominciò a considerare l’educazione sportiva come uno strumento fondamentale al servizio della crescita dei giovani. Mosso da un grande spirito propositivo e da una visione utopistica della società, in cui tutti dovrebbero rispettarsi e comportarsi lealmente, senza alcuna distinzione, il barone fu il primo a intravedere nello sport e nella filosofia dell’olimpismo delle potenzialità mai riconosciute prima. Per favorire la diffusione di questo messaggio, sarebbe stato necessario soltanto fornire alla gioventù di tutto il mondo un’occasione per incontrarsi e vivere insieme un’autentica festa di sport. Il 25 novembre 1892, durante le celebrazioni per il quinto anniversario di fondazione dell’USFSA (Unione delle Società Francesi degli Sport Atletici), De Coubertin illustrò la sua idea di far rinascere i Giochi Olimpici in chiave moderna. La proposta, però, fu accolta inizialmente con poco entusiasmo, perché si scontrava con la “nobiltà” di alcune discipline e con i soliti nazionalismi difficili da abbattere. Ma l’aristocratico francese – discendente del celebre spadaccino Cyrano de Bergerac – non si lasciò prendere dallo sconforto, sfruttando con grande arguzia ogni minima occasione. In particolare, De Coubertin si inserì nel dibattito sulla distinzione tra dilettantismo e professionismo, che stava catalizzando l’attenzione di tutte le società sportive (non solo francesi) alla fine dell’Ottocento; Il tema fu trattato ufficialmente nel Congresso Internazionale del 16 giugno 1894, aperto nell’anfiteatro della Sorbona sulle note dell’inno di Apollo, rinvenuto nel 1883 tra le rovine di Delfi e composto da Gabriel Fauré. È il primo, storico Congresso Olimpico, al quale parteciparono quasi tutte le personalità più in vista dell’epoca: oltre a stabilire i principi del dilettantismo, sancì anche la rinascita definitiva dei Giochi Olimpici. De Coubertin, infatti, con un colpo da maestro, era riuscito a inserire all’ordine del giorno la sua proposta, che venne finalmente accettata. Il 23 giugno, a conclusione del Congresso, fu istituito il Comitato Internazionale dei Giochi Olimpici, con il compito di organizzare la prima Olimpiade dell’era moderna. Nel primo bollettino ufficiale, redatto dallo stesso De Coubertin, compaiono i nomi dei membri del neonato CIO (tredici in tutto, tra cui l’italiano Ferdinando Lucchesi-Palli), presieduti dal greco Demetrius Vikelas. L’idea iniziale era di assegnare la manifestazione a Parigi, nel 1900, in contemporanea con l’Esposizione universale. La paura che il pubblico perdesse interesse per l’evento, però, portò De Coubertin ad anticipare i tempi e a designare Atene come città ospitante.

I Giochi Olimpici di Atene 1896. “Dichiaro aperti i primi Giochi olimpici internazionali di Atene. Lunga vita alla Nazione, lunga vita al popolo greco!”. Con queste parole, lunedì 6 aprile 1896, Re Giorgio I di Grecia sancì l’inizio di una nuova era per lo sport mondiale, davanti agli 80.000 spettatori presenti nello stadio Panathinaiko, messo a nuovo e restaurato una seconda volta grazie alla donazione del filantropo George Averoff. La scelta della data per la cerimonia di apertura non fu casuale: il 6 aprile, infatti, era il giorno in cui si celebrava l’anniversario dell’indipendenza greca. Un’orchestra di nove bande e centocinquanta coristi eseguì l’inno (diventato ufficiale solo nel 1958), scritto dal poeta Kostis Palamas e composto da Spyridon Carlo AiroldiSamaras. Alla prima Olimpiade parteciparono tredici Nazioni (Grecia, Australia, Austria, Bulgaria, Cile, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, Svezia, Svizzera, Stati Uniti e Ungheria) e 285 atleti, la maggior parte di casa. L’Italia non ebbe rappresentanti, anche se è nota la vicenda di Carlo Airoldi, corridore nato a Origgio nel 1869. Airoldi tentò di prendere parte alla maratona con scarsa fortuna: la sua richiesta d’iscrizione fu respinta dal CIO, che lo considerò un professionista a causa di un premio ricevuto per la partecipazione alla Torino-Marsiglia-Barcellona dell’anno prima. Una beffa davvero atroce per un ragazzo giunto ad Atene da Milano dopo un viaggio a piedi di ventisei giorni e 1330 km. Alcune fonti storiche riportano anche la presenza di Giuseppe Rivabella, nato ad Alessandria e specialista nel tiro a segno. Secondo il giornalista greco Vladis Gavrilidis, Rivabella fu addirittura ammesso alla gara di Carabina militare, dove non riuscì a entrare nel lotto dei dodici finalisti. Gli atleti si cimentarono in nove discipline (inizialmente dovevano essere 11, come sancito dal bollettino n.3 del CIO, ma le gare di vela e canottaggio furono annullate a causa delle avverse condizioni climatiche) e 43 competizioni totali. I vincitori furono premiati con una medaglia d’argento e una corona d’olivo, mentre i secondi ricevettero una medaglia di bronzo e un ramo d’alloro. La distribuzione delle tre medaglie tradizionali (oro, argento e bronzo) fu introdotta solo da Londra 1908.

James ConnollyAtletica – Il primo campione della storia delle Olimpiadi moderne fu l’americano James Brendan Connolly, studente di Harvard, che trionfò nel salto triplo con la misura di 13,71. Connolly non era uno specialista (eccelleva nel salto in alto, dove fu battuto dal connazionale Clark) e partecipò alla finale solo perché la squadra statunitense non aveva concorrenti da schierare. Il favorito francese Alexandre Tuffère si fermò a 12.70, quasi ridicolizzato dal rivale, che lasciò cadere il suo berretto in un punto distante da quello in cui era atterrato Tuffère e planò esattamente sopra, tra lo stupore generale. Gli americani dominarono quasi tutte le 12 gare (tranne 800 e 1500, vinti dall’australiano Flack, e la maratona), ma fu un altro francese, Albin Lermusiaux, ad attirare le attenzioni degli addetti ai lavori, correndo i 100, gli 800, i 1500 e la maratona indossando dei guanti bianchi in pelle, “in onore del re”.

Ciclismo – Il velodromo di Neo Phaliron, costruito grazie all’aiuto di George Averoff, ospitò cinque delle sei gare su due ruote. Oltre ai tre ori conquistati da Paul Masson, la Francia gioì anche per il successo di Léon Flameng e per il suo bellissimo gesto di fair-play. Nella 100 km, il corridore transalpino si fermò sportivamente per attendere il suo avversario, il greco Georgios Kolettis, rimasto bloccato a causa di un guasto alla bicicletta. Risolto il problema, i due ripartirono insieme e Flameng tagliò il traguardo con ben 11 giri di vantaggio. La Grecia si rifece grazie Aristeidis Konstantinidis, che vinse l’unica corsa su strada (87 km), battendo anche la sfortuna: cambiò ben tre bici e distaccò il tedesco Goedrich di oltre 20’.

Ginnastica – Otto gare nel segno della Germania. Il mattatore fu Hermann Weingärtner, a medaglia ben cinque volte (tre successi, di cui due di squadra). Parteciparono anche Alfred e Felix Flatow, che portarono a casa cinque medaglie. Di origine ebrea, fuggirono dalla Germania nel 1935, ma furono catturati in Olanda e morirono nel campo di concentramento di Theresienstadt nel 1942. Nel concorso delle parallele a squadre era presente anche Dimitrios Loundras, di soli 10 anni, il più giovane partecipante nella storia delle Olimpiadi.

Lotta – Il ginnasta tedesco Carl Schuhmann (campione nel volteggio) fu l’unico atleta a vincere una medaglia d’oro in due discipline diverse. Il combattimento finale contro il greco Tsitas, in programma il 10 aprile, venne interrotto dopo 40’ dal principe ereditario Costantino, ansioso di rientrare a casa prima che facesse buio. Il giorno dopo Schuhmann schienò l’avversario impiegando un quarto d’ora.

Nuoto – La storia del diciottenne ungherese Arnold Guttmann, due ori nelle gelide acque della baia di Zea, è singolare. Guttmann, infatti, è conosciuto come Alfrèd Hajòs, nome che scelse per praticare l’attività sportiva dopo la morte del padre, annegato nel Danubio. Studente di architettura all’Università di Budapest, faticò per ottenere il permesso di partecipare ai Giochi. Vinse i 100 e 1200 stile libero, meritandosi il soprannome di “delfino ungherese”, nonostante il cognome significasse “marinaio”.

Scherma – Nell’impianto dello Zappeion si distinsero soprattutto i fiorettisti francesi e gli sciabolatori greci. Nelle fasi eliminatorie fu ancora protagonista il principe Costantino: costrinse involontariamente i giudici a far ricominciare il duello dell’austriaco Schmal (specialista nel ciclismo, disciplina in cui vinse la 12 ore su pista) perché era arrivato in ritardo e non aveva assistito alle prime fasi. Schmal si innervosì e perse l’opportunità di passare il turno.

Sollevamento Pesi – Lo scozzese Launceston Elliot e il danese Viggo Jensen furono gli assoluti protagonisti delle due gare. Nel sollevamento a due mani, la delegazione britannica polemizzò con la decisione di Re Giorgio I che, vista la situazione di parità tra i due, assegnò la vittoria allo scandinavo per aver dimostrato maggiore tecnica. Elliot si riscattò nel sollevamento a una mano, poi si cimentò anche nella lotta greco-romana, dove fu battuto da Schuhmann contro ogni pronostico.

Tennis – Veni, vidi, vici. Potrebbe riassumersi così l’incredibile esperienza olimpica dell’irlandese John Pius Boland. Arrivato in Grecia per assistere ai Giochi su invito di uno degli organizzatori, si ritrovò catapultato sui campi del Tennis Club (iscritto, pare, a sua insaputa) e vinse sia nel torneo singolare, sia nel doppio, in coppia con il tedesco Friedrich Traun.

Tiro a Segno – Al poligono di Kallithea, come detto, probabilmente gareggiò anche un atleta italiano, Giuseppe Rivabella. Il tiro a segno fu l’unica disciplina in cui i greci (trascinati dalle performance di Ioannis Fragkoudis e Georgios Orfanidis) dimostrarono di essere realmente competitivi, rubando la scena ai fratelli americani John e Sumner Paine e alle loro armi di ultima generazione.

Spyridon LouisLa Maratona – Il mito di Filippide, l’emerodromo che corse da Maratona ad Atene per annunciare la vittoria sui persiani nel 490. a.C., colpì il filologo della Sorbona Michel Bréal, amico di De Coubertin. Si decise, così, di commemorare quell’impresa epica, dedicandole una corsa da disputare sullo stesso percorso attraversato da Filippide, lungo 40 km. Dei diciassette atleti alla partenza, ben 13 erano greci, a testimonianza dell’importante significato della gara per tutto il popolo ellenico e della grande voglia di vincerla. Il pubblico del Panathinaiko non rimase deluso, perché a entrare per primo nello stadio, acclamato da una folla di 100000 persone, fu Spyridon Louis, un pastore proveniente dal villaggio di Maroussi. Louis entrò nella leggenda coprendo il percorso in 2h58’50” e da quel momento diventò un eroe nazionale. Poco più di un secolo dopo, lo stesso onore sarebbe toccato al nostro Stefano Baldini, il secondo “Dio di Maratona” della storia.

Il 15 aprile 1896, re Giorgio I pronunciò per la prima volta la formula di chiusura: “Dichiaro chiusi i Giochi della I Olimpiade”. I Giochi fecero breccia nel cuore dei greci, al punto che la loro delegazione propose di rendere Atene sede permanente della manifestazione. De Coubertin, però, aveva già deciso il contrario, designando Parigi come seconda città ospitante. Terminava così il primo capitolo di un libro infinito e ricco di storie, scritto dagli uomini e dalle loro straordinarie gesta umane e sportive.

About the Author /

Ansioso. Paziente, da sempre malato di sport, in particolare nuoto, tennis, calcio e basket. Ascolto, osservo e rifletto, ma parlo poco. Cazzaro Lucano, figlio orgoglioso del Sud, milanista inside. Ho due grandi idoli: Steve McManaman e Jack Sparrow. Adoro le lacrime strappa-storie, la buona birra, i libri, la musica e i film d’animazione Disney. E scrivere. Anzi, raccontare.