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Pugilato

Faraoni a Sportface: “Pronto per il titolo Pesi Medi, ma basta pensare al pugile come Verdone che fa il coatto”

Francesco Faraoni

Avete presente tutti i film che avete visto sul pugilato? Dimenticateli. No, Rocky no, quello teniamolo, perché certi cliché in fondo ci rassicurano. Eraclito diceva “Tutto scorre“, e sapere che qualcosa non cambia invece ci dà un’ancora in questo mare. Ecco a proposito di “Panta Rei“, Francesco Faraoni si muove tra citazioni filosofiche, Data Analysis e arene gremite di pubblico con la stessa disinvoltura. La nostra redazione l’ha incontrato quando mancano ormai 2 settimane al match contro Giovanni Rossetti per il Titolo Italiano Pesi Medi.

Buon pomeriggio intanto Francesco, grazie per aver accettato il nostro invito.
Buon pomeriggio e grazie a voi per l’invito, ne sono onorato. Per quanto riguarda il 4 luglio sto aspettando con grande enfasi questa questa data perché mi sto preparando da tempo, è da sin da quando ero piccolo che sognavo un evento del genere nella mia Roma. Quindi sono stato accontentato e non vedo l’ora veramente di calcare il ring il 4 luglio“.

Come ti stai preparando verso questo impegno importante?
Mi sto preparando molto bene e infatti sono contento che tutta la preparazione sia andata alla grande. Sono andato anche in Lettonia ad allenarmi, sono stati 2 mesi molto intensi e proficui“.

Come si coniuga l’attività di Data Analyst con quella di pugile professionista? Quale dei due aspetti influenza maggiormente l’altro?
Intanto una piccola parentesi. Io mi sono laureato in Statistica. All’epoca, quando decisi di intraprendere questo percorso, le persone mi diedero del folle, del pazzo, perché statistica è una facoltà tosta, sono in 1500 in Italia che si laureano, io all’epoca ero carabiniere, ero col gruppo sportivo dei carabinieri come pugile, quindi mi allenavo anche 2 volte al giorno, ero in Nazionale ad un giro per il mondo, era impossibile laurearsi, invece ci sono riuscito. E se ci sono riuscito io che non sono né Tesla né Einstein, ma solo perché ho molta volontà, ci possiamo riuscire tutti. Per risponderti alla tua domanda è difficile scegliere, però penso che il pugilato mi abbia incanalato perché sono entrato in palestra all’età di dieci anni e mezzo undici e quindi mi ha forgiato anche nella determinazione nella nella mentalità”.

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A proposito di studio e di dati, cosa ci puoi dire del tuo avversario?
È un ottimo avversario molto tecnico, molto pulito, con esperienza, quindi è un avversario un grande avversario per il titolo italiano quindi di tutto rispetto che e rispetto molto quindi sarà sicuramente un grande uno straordinario match. Quando uno ha la tecnica dalla parte propria, comunque ha degli elementi che lo contraddistinguono sia nei movimenti che nei colpi“.

Francesco Faraoni

Visto che ci hai detto cosa ti ha spinto a un certo punto a intraprendere la carriera degli studi, dicci cosa invece ti ha fatto salire sul ring.
All’inizio sono salito semplicemente per curiosità. Ero curioso di intraprendere questo sport. Poi io dico sempre questo è uno sport viscerale, quindi o ti cattura o non ti cattura. Lì ho capito che era la mia strada, la mia vocazione, il fatto di potermi mettere in gioco totalmente e mi ha contraddistinto perché poi io lo dico sempre, sul ring non ci sono maschere. Ti metti a nudo, metaforicamente parlando, perché lì si vede come affronti le difficoltà, come affronti i bisogni, come rispondi nei momenti di difficoltà, come ti poni con l’avversario più debole, quando fai sparring con un ragazzo più o meno esperto. Quindi diciamo si vedono tutte le sfaccettature del tuo carattere. Quindi io lo dico sempre vuoi conoscere una persona, non invitarla a cena, falla salire sul ring. A farmi salire sul ring fu mio padre, nel lontano 2005 e disse proprio sia a Italo che a Gigi, i miei due maestri, ‘vi affido mio figlio’ e quindi da lì in poi è rimasta diciamo un’unione paterna con entrambi i maestri sono ventun anni che li conosco e quindi c’è un legame simbiotico molto molto forte.

Tua madre era favorevole invece al fatto che facessi pugilato?
Mio padre come abbiamo detto mi ci ha portato, quindi era favorevole ed era contento. Mia madre era un po’ più diciamo ‘oppositiva’ rispetto a ciò, si chiedeva il perché della scelta di questo sport, con tutti gli sport che ci sono proprio la boxe (ride, ndr) ma devo dire la verità negli ultimi anni lo ripete di meno, magari durante i match ha sempre l’ansia, ma ha capito che questo sport comunque ti dà una una disciplina, ti dà un modus vivendi che è difficile trovare in altre discipline, ti mette davvero alla stregua di tutto ciò che sono le emozioni umane. Ad esempio col cibo tu hai fame, ma in quel momento non puoi mangiare perché sei a dieta, sei stanco ma ti continui ad allenare quindi ti porta veramente alla stregua di tutti i tuoi bisogni primari, come direbbe Maslow, e tu li devi cercare di di attraversare e di non subirli“.

Veniamo al passaggio dal dilettantismo al professionismo. Quali sono le differenze che ti aspettavi di trovare e quelle che invece non ti aspettavi di trovare.
Allora io questo passaggio l’ho voluto fare perché ho sempre sognato, sin da piccolo vedendo i film di Rocky il professionismo, e quindi ero arrivato a un bivio: ero in Nazionale, ero nei carabinieri, però sentivo che la mia vocazione mi portava ad altro. Volevo provare il professionismo, quindi ho lasciato tutto alle spalle e ho voltato pagina e quindi ho deciso di intraprendere la carriera professionistica. Mi voglio divertire fino in fondo e voglio dire, ci ho provato, altrimenti è come se avessi completato solo a metà l’opera. Perché il pugilato olimpico è un altro sport, è come dire tennis e ping pong. Nella boxe professionistica ci sono più round e il guantone è più piccolo, quindi questo vuol dire che quando colpisci devi stare più attento perché basta un colpo per risolvere il match. Il pugilato professionistico è un po’ più duro però mette in mostra quello che sai fare se hai la determinazione e la volontà tu puoi uscire fuori“.

Prima citavi Rocky e parlavamo pure un po’ degli stereotipi. Qual è ancora oggi lo stereotipo che ti dà più fastidio sul pugile?
Guarda lo stereotipo che io proprio faccio fatica ancora oggi ad accettare è classificare il pugile come la persona ignorante, maleducata, guascona, che risponde male. E quindi mi sorprende quando vado in giro e la gente per strada mi chiede se faccio il pugile perché non sembro il tipo, perché di solito sono cafoni, sono coatti, sono maleducati. Ora non ti dico che non è vero mai, c’è ancora chi arriva dalla fame o situazioni difficili, ma è diverso, è cambiato, adesso ci sono un sacco di laureati che hanno una loro formazione, che hanno un loro percorso. Basta pensare al pugile come colui che cammina, col plantare ‘alle dieci e dieci’, che c’ha la camminata come in un film di Verdone. Lo dico sempre cambia il tempo, tutto scorre. Eraclito ci diceva tutto cambia e poi rimaniamo ancorati ancora al vecchio stereotipo del pugile coatto che scende tirando cazzotti se gli suoni con la macchina al semaforo“.

Visto che hai citato Eraclito ed il suo “Panta Rei”, cosa faresti per cambiare il pugilato oggi? Se pensi che ci sia qualcosa da cambiare.
Guarda, io cambierei il linguaggio, il modo di comunicare, perché molto spesso si cade un po’ nel trash talking, questo modo un po’ provocatorio di sfidare gli altri pugili di creare un po’ la risonanza mediatica però da dove parte questo linguaggio? Dall’America? Non abbiamo lo stesso contesto culturale, allora perché imitarlo? Lì nasce da una cultura, noi ne abbiamo un’altra, non possiamo copiare certi atteggiamenti perché poi porta semplicemente a riconfermare le solite etichette no del pugile maleducato, arrogante e guascone. Invece no, uno può essere educato e poi riempire palazzetti. Secondo me lo stereotipo del macchiamo è un grande sinonimo di insicurezza e di fragilità. E vorrei che si facesse più attenzione a determinati comportamenti e comunicazione, perché poi è dietro un linguaggio che si crea la cultura, dietro la cultura poi si crea un modus vivendi“.

Francesco Faraoni

Qual è lo sportivo che ti ha influenzato di più nella vita?
Seguo anche altri sport, però penso Mohammed Alì abbia sancito un’era, perché oltre a essere stato un fuoriclasse, ha rifiutato la guerra in Vietnam dicendo ‘nessun vietnamita mi ha mai insultato per il mio colore della pelle’, lì capisci che dietro c’è l’uomo, ma c’è l’uomo rispetto proprio all’atto della responsabilità. Il fatto di prendere una posizione anche sfavorevole, scomoda, perché lui era campione del mondo, per tre anni gli hanno tolto il titolo, non gli hanno permesso di combattere. Quindi è stato un esempio a livello umano di come dietro il pugile ci sia l’uomo“.

Pensi che lo sportivo debba avere un ruolo anche nella società? O meglio che debba indirizzare il suo impegno i un certo modo una volta raggiunta la possibilità di farlo?
Io penso che viviamo in un mondo interconnesso, quindi è impossibile separare o mettere in compartimenti stagni una persona rispetto ad altri contesti. Questo non vuol dire che un pugile, un atleta debba prendere parte per forza alla vita politica. Però è inevitabile che se una persona ha un determinato riscontro, è guardato in vari in vari ambiti, in vari contesti, quindi la sua parola riguarda alla fine anche altri ambiti e contesti rispetti a quelli suoi. I processi imitativi sono famosi anche in psicologia, uno deve seguire la propria linea ma con responsabilità“.

Cosa diresti al Francesco di vent’anni fa?
Al Francesco di vent’anni fa direi di buttarsi di più, di farsi meno problemi. La troppa riflessività può diventare un limite, tutto ciò che è estremo diventa patologico, molto spesso mi bloccavo per paura di fare.  Invece col tempo ho capito bisogna agire di più“.

Invece dal Francesco del futuro cosa vorresti ascoltare?
Vorrei che mi dicesse che è pieno, che è felice, che non guarda al passato con il livore, che dicesse ‘ho fatto tutto quello che devo fare’, che mi dicesse che è appagato“.

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