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Calcio

Auguri Diego, il genio che ha reso il calcio una questione tra cielo e terra

Diego Maradona

​Oggi, 30 ottobre 2026, Diego Armando Maradona avrebbe compiuto sessantasei anni.

Un mito che appartiene ormai all’immortalità laica, scolpito nella pietra dei ricordi e nell’anima di chiunque abbia avuto il privilegio di vederlo accarezzare un pallone.

A Napoli, dove il tempo non ha mai cancellato il suo passaggio, si celebra il Dios del calcio.

La storia, però, voglio raccontarla a modo mio, da tifoso, da chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare, esultare e piangere di gioia.

È il racconto di un ragazzo venuto dall’Argentina che noi napoletani abbiamo accolto, protetto e fatto diventare figlio, fratello e uomo della nostra terra. Capace di ribaltare la geografia del pallone e di portare una città intera sul tetto d’Italia e d’Europa

​La grandezza assoluta, numeri e poesia

​Raccontare Diego significa inoltrarsi nel territorio irraggiungibile del Genio puro. Ha vinto tutto quello che si poteva vincere sui campi in cui contava davvero.

Due Scudetti con il Napoli. il primo una vera e propria rivoluzione sociale prima che sportiva, la Coppa UEFA e, soprattutto, quel Mondiale del 1986 vinto quasi da solo con la maglia dell’Argentina. Una rassegna impreziosita dalla doppietta all’Inghilterra nei quarti.

Due gol diametralmente opposti, due facce della stessa medaglia, specchio di una vita vissuta tra il bianco e il nero. Da una parte il gol del secolo, dall’altra la Mano de Dios, il gol più controverso della storia del calcio

Napoli e Diego, cronaca di un riscatto sociale trasfigurato in mito

​Il legame tra Diego Armando Maradona e Napoli non è mai stato una semplice questione di ingaggio calcistico o di successi sportivi. È stato, ed è tuttora, un fenomeno antropologico e sociologico unico nella storia dello sport moderno.

Quando il 5 luglio 1984 cinquantamila persone riempirono lo stadio San Paolo, ed io c’ero, spendendo ben 2.000 lire, solo per vederlo palleggiare al centro del San Paolo di quella che sarebbe diventata la sua casa, il tempio, non stavano accogliendo un campione, stavano accogliendo un messia, l’uomo del destino, che avrebbe portato Napoli, per la prima volta in alto. Quello stadio che ha preso il suo nome.

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La periferia d’Italia e il riscatto identitario

Negli anni Ottanta, Napoli viveva una fase di profonda marginalizzazione e sofferenza sociale. Era la città ferita dal terremoto dell’Irpinia del 1980, stretta nella morsa della disoccupazione, dell’emergenza abitativa e di una narrazione mediatica nazionale quasi sempre impietosa, intrisa di pregiudizi e stereotipi denigratori, vedi la domanda provocatoria del giornalista francese sulla provenienza camorristica del denaro utilizzato per l’acquisto di Diego.

Maradona arrivava esattamente dalle baraccopoli di Lanús, dal fango e dal riscatto. I napoletani riconobbero in lui non il fuoriclasse algido e irraggiungibile, ma un simile, un fratello maggiore che portava sul corpo e nell’anima i segni della lotta per emergere.

Scegliendo Napoli rifiutando i miliardi e le comodità dei grandi club del Nord Italia o delle corazzate estere, Diego compì un atto politico prima ancora che sportivo. Scelse di stare con gli ultimi, di farsi carico del peso e dell’orgoglio di un popolo intero.

Quella stessa scelta portò lo stadio San Paolo a tifare per l’Argentina nella semifinale del Mondiale 1990, quello delle notti magiche, ma anche di quella notte tragica per l’Italia, di un verdetto crudele, in cui una città intera scelse di seguire il proprio leader.

Vincere a Napoli significava compiere l’impossibile. Significava sconfiggere lo strapotere economico e morale delle potenze calcistiche del Settentrione, Juventus, Milan, Inter. Quando il Napoli cucì sul petto il suo primo storico Scudetto nel 1987 e il secondo nel 1990, la vittoria assunse le sembianze di una rivoluzione sociale.

Sui muri deMaradona anniversarioi Quartieri Spagnoli e nei vicoli della città comparvero striscioni ironici e fulminanti, capaci di riassumere perfettamente il sentimento collettivo. Come quel celebre cartello apparso fuori dal cimitero di Poggioreale: “Non sapete cosa vi siete persi”. Una dichiarazione d’amore eterna, urlata anche attraverso il coro iconico che infiammava le domeniche: “Oh mamma, mamma, mamma, sai perché mi batte il corazón? Ho visto Maradona, ho visto Maradona, o mamma, innamorato son”.

Il campo da calcio si trasformò in una cattedrale laica dove la gerarchia del Paese veniva ribaltata; per la prima volta, chi era sempre stato ai margini poteva guardare tutti dall’alto in basso, non attraverso la politica o l’economia, ma attraverso la supremazia della bellezza e del genio.

Questa identificazione totale fu al tempo stesso una salvezza e una condanna. Napoli non ha mai amato Maradona a metà ma lo lo ha divorato e custodito, lo ha eletto a simbolo vivente della propria identità culturale, fatta di eccessi, calore viscerale, generosità smisurata e tragica fragilità.

Quel “se” che pesa come un trofeo mancato

​ImagesEppure, a rendere la parabola di Maradona così profondamente umana, per certi versi struggente, c’è l’altra faccia della medaglia. Il demone delle dipendenze, la morsa della cocaina e una vita vissuta perennemente fuori dagli schemi hanno inevitabilmente reso la sua carriera per certi versi monca.

​Quante volte lo si è detto, ripetendo quella vecchia battuta che accompagna i grandi ribelli della storia dello sport: “Se Maradona avesse avuto la testa di Platini, avrebbe vinto di più”.  È il classico interrogativo da bar dello port e le redazioni di tutto il mondo. Se Diego avesse avuto la dedizione geometrica e rigorosa del fuoriclasse francese, probabilmente la sua bacheca e i suoi record sarebbero stati inattaccabili per qualsiasi generazione futura.

Tante di queste storie si possono leggere nel Libro “Maradò. Un viaggio emozionale nella Napoli di Maradona”, dove Anna Copertino e tanti personaggi, noti e meno noti, raccontano Diego come non lo si è mai raccontato.

​Ma la verità, forse, è che Maradona non poteva avere la testa di un altro. Quel suo essere smisurato, fragile, eccessivo, perennemente in bilico tra il paradiso e l’inferno, è lo stesso identico fuoco che lo rendeva immensamente geniale in campo.

La sua fragilità era il rovescio della medaglia della sua divinità calcistica. Togliete i eccessi, e forse avreste tolto anche quella ferocia agonistica e quella sensibilità viscerale che gli permettevano di inventare giocate impossibili per chiunque altro.

Oggi, a sessantasei anni dalla sua nascita terrena, non resta che celebrare l’artista imperfetto. Perché anche con una carriera frenata dai suoi stessi demoni, ciò che Diego ha fatto resta inarrivabile.

Italy maradonaDiego era Napoli e Napoli era Diego, entrambi capaci di toccare vette celesti e sprofondare in abissi dolorosi, entrambi perennemente giudicati con severità doppia dal resto del mondo per ogni passo falso. Ed è proprio per questo che, anche dopo la sua scomparsa, il legame non si è interrotto.

Per me, per i tifosi e per Napoli il calcio è ancora e sarà sempre Diego, in ogni occasione che sia una partita, che sia una finale o si vinca lo scudetto i cori, l’esultanza comprendono sempre Diego, come se avesse giocato quella partita o quel campionato

Non si tratta di semplice nostalgia sportiva, ma della conservazione laica di un mito fondativo.

Il giorno in cui un ragazzo venuto da un altro mondo ha preso per mano una città intera e l’ha convinta che, almeno per una volta, Davide poteva battere Golia.

Buon compleanno, Pibe de Oro.

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