Ciclismo, quindici anni senza Marco Pantani: il Pirata però vive ancora

Marco Pantani - Foto Aldo Bolzan CC BY-SA 3.0

Quando penso a Marco Pantani, penso solo a una parola: eroe. Proprio così, quell’eroe arguto e ardito che ha sempre cercato di compiere quelle imprese che all’apparenza potevano essere impossibili. Per tutti tranne che per lui. Finchè le forze – quelle fisiche ma soprattutto quelle mentali – glielo hanno consentito. Marco Pantani è un personaggio che ha fatto della forza d’animo e del coraggio le sue doti principali, prima ancora di sfoderare una potenza di gambe e un cuore che gli hanno consentito di andare oltre i suoi veri e propri limiti fisici. Fino dall’età di 22 anni, quando dovette affrontare la sfida del Giro d’Italia baby con i gradi di favorito, come quasi mai gli è accaduto in carriera. Alla fine Marco – che non era ancora diventato il Pirata – ce la fece ed ebbe così la possibilità di compiere il grande passo nel ciclismo dei grandi.

Quel cuore e quelle gambe che gli consentirono di fare il primo salto di qualità nel 1994, forse la sua stagione più felice e fortunata se escludiamo quella gloriosa di quattro anni dopo. Le prime apparizioni nella grandi corse a tappe fecero in modo che Marco Pantani, la cui chioma tutto sommato folta iniziava a fare spazio a una stempiatura sempre più profonda, iniziasse a farsi notare dal grande pubblico dopo aver fatto riempire i taccuini degli esperti e dei giornalisti delle due ruote. I primi scatti, le prime vittorie al Giro d’Italia, con quel pizzico di sfacciataggine nei confronti del suo capitano di allora alla Carrera, Claudio Chiappucci. Poi al Tour de France il ritorno della sfida con Miguel Indurain, il navarro che avrebbe vinto ancora ma dopo aver battagliato con lo scalatore di Cesenatico, il quale non vinse una tappa ma bissò il secondo posto al Giro con un prestigioso terzo posto.

Poi vennero due trionfi al Tour del 1995, una medaglia di bronzo ai Mondiali nello stesso anno ma anche gli incidenti, in primis quello della Milano-Torino che strappò Marco al ciclismo mondiale per oltre un anno. Prima del ritorno nel 1997 in quello che avrebbe dovuto essere il suo habitat naturale per molti anni a venire, la Grande Boucle. La vittoria all’Alpe d’Huez con quell’urlo liberatorio, una imprecazione urlata in mondovisione con la quale il Pirata diceva “rieccomi qua, sono tornato, ora sono problemi vostri”. E i problemi per tutti si sarebbero visti un anno fa, in quel magico 1998 in cui Marco lasciò solo le briciole a tutti. Il primo trionfo al Giro d’Italia al termine di un duello a suon di scatti e di supremazia psicologica con Pavel Tonkov, poi l’apoteosi del Tour de France.

Un Tour al quale Marco non avrebbe dovuto partecipare. Era stato troppo il dispendio di energie fisiche e soprattutto mentali in quelle tre settimane e mezzo di Giro per poter pensare di fare una Grande Boucle da protagonista. Poi la notizia della morte di Luciano Pezzi, l’uomo che più di tutti lo protesse fin dai tempi della Carrera e poi della Mercatone Uno. Da qui la decisione: si va in Francia. Per finire con la maglia gialla addosso, con il suo pizzetto e i capelli dei compagni tutti dipinti di giallo e con un Felice Gimondi emozionato nell’alzare il suo braccio sul podio di Parigi. Poi il tracollo, il trionfo al Giro 1999 rovinato da un questione che con il ciclismo non ha nulla a che spartire, prima della discesa agli inferni. Il tentativo di risalita con un 2000 in netto crescendo, ma la gioia ben presto avrebbe lasciato all’amarezza, al disappunto, all’incapacità di scacciare i fantasmi, rimasti attorno a lui anche per la presenza di persone sbagliate nella sua vita.

Oggi Marco Pantani, se la sorte e soprattutto le persone a lui più vicine glielo avessero concesso, sarebbe un signore di 49 anni che avrebbe potuto raccontare delle sue tre o quattro maglie rosa e delle altrettante maglie gialle, con tanto di corse strabilianti vinte in giro per il mondo. Magari avrebbe parlato di tanti duelli con Lance Armstrong, avrebbe potuto dare consigli a corridori dal futuro assicurato come Vincenzo Nibali, avrebbe potuto parlare ai giovani su come si lotta e si sconfigge il doping nel ciclismo e nello sport in generale. Invece, tutti noi parliamo di Marco Pantani come di un campione che ha vinto molto meno di quanto avrebbe potuto, anche perchè qualcuno (o più di uno) non glielo ha consentito. E parliamo di Marco Pantani come di un uomo morto il 14 febbraio di 15 anni fa, che è la cosa più dolorosa di tutte.