Sci alpino: storie di incidenti spettacolari senza conseguenze

SuperCombinata Vancouver 2010 - Foto Jon Wick - CC BY 2.0

Tutto è bene quel che finisce bene. No, non è la recensione della commedia shakespeariana dei primi anni del XVII secolo, è invece un urlo strozzato in gola che poco dopo si trasforma in un grosso sospiro di sollievo. Perché se sei uno sciatore hai perfettamente l’idea e la convinzione che ogni gara può riservare delle insidie. Ma quando abbassi la mascherina è meglio non pensarci: paura, questa sconosciuta.

Alzi invece la mano chi non ha avuto paura a vivere in diretta determinati incidenti o anche a rivederli sullo schermo di un pc o di un tablet perché hanno fatto il giro del mondo. Non troppi giorni fa, a Madonna di Campiglio è avvenuto un episodio senza precedenti, ma soprattutto, fortunatamente, senza conseguenze: Marcel Hirscher, austriaco classe 1989, è giunto neanche a metà della seconda manche di slalom speciale quando alle sue spalle qualcosa precipita ad alta velocità e va in mille pezzi. Tutti sobbalzano sul divano, Hirscher è invece ignaro di quanto è appena successo e di quanto ha rischiato di farsi male sul serio: un drone si è appena schiantato poco dietro di lui. Poteva essere un dramma e invece è stato “semplicemente” un video che ha percorso l’intero globo in pochi minuti e ha lasciato tutti in quella classica espressione che si colloca a metà tra stupore e incredulità. La federazione internazionale di sci dopo questo episodio ha messo al bando i droni utilizzati per le riprese televisive. Il minimo dopo quanto accaduto.

Riavvolgiamo il nastro per spingerci sino al 13 febbraio del 1998; è il giorno della discesa libera maschile all’Olimpiade giapponese di Nagano. C’è un uomo austriaco di oltre novanta chili che è soprannominato “Herminator”. Il suo modo di sciare è diverso dagli altri e questa Olimpiade viene al momento giusto: ventisei anni e tanta voglia di vincere dappertutto. Ma dopo circa diciotto secondi della sua performance, Hermann Maier cade, ma non è una caduta normale: si stacca dal suolo, sbatte il casco a terra e si infrange sulle protezioni abbattendole e spazzandole via con un volo che termina molti metri più in là, in mezzo alla neve fresca. Si temono danni incalcolabili ed invece lui si rialza come nulla fosse, come se davvero forte del suo soprannome abbia spazzato via tutto quello che gli capitasse davanti senza nemmeno scalfirlo. Herminator è caduto, ma non è stato abbattuto. Ci vuole ben altro. Tre giorni dopo, nonostante tutti i dolori conseguenti alla rovinosa caduta, si presenta al cancelletto di partenza del superG. Gli avversari vengono tutti annichiliti e lui si prende la medaglia d’oro. E non finisce qui, perché dopo un paio di giorni l’austriaco fa suo anche il gigante. Una caduta rovinosa senza conseguenze se non due medaglie d’oro. Da quell’Olimpiade, Hermann Maier è diventato leggenda.

Un altro episodio a lieto fine riguarda il gigante croato Ivica Kostelic, che nel 2011 si stava allenando sulla neve di Hintertux. Il croato perde l’appoggio e cade di peso con un impatto davvero spaventoso. Il campione di Zagabria viene subito immobilizzato e portato d’urgenza in ospedale dove si è dovuto attendere l’esito della risonanza magnetica: niente di rotto, solo una forte contusione. Vedendo l’impatto il tutto ha dell’incredibile. Ma per abbattere Ivica Kostelic ci vuole ben altro.

Nel 1995 c’è un’altra storia riguardante un incidente divenuto famosissimo, che però fa venire i brividi. Sia per l’incidente, ma anche per il luogo dell’incidente: a Kitzbuhel, sulla Streif. Il protagonista di questa storia è un italiano, si chiama Pietro Vitalini e il suo botto è diventato parte della Storia. Dopo la terribile curva della Hausbergkante l’azzurro prende il volo, finisce oltre le reti e soprattutto finisce a testa in giù nella neve fresca e si ferma dopo una lunga serie di capitomboli. Non riesce a respirare, la situazione sembra critica. Ma ad un certo punto, come per miracolo, Vitalini riesce ad espellere tutta la neve che gli ostruiva le vie respiratorie. Si rialza e qualche ora più tardi nella seconda prova della discesa libera arrivò quinto. Miracolato, coraggioso e forse un po’ incosciente.

Con la nostra macchina del tempo facciamo un salto in avanti di quindici anni e ci trasferiamo in Canada, precisamente a Vancouver dove sono in corso di svolgimento i Giochi Olimpici invernali 2010. La svedese Anja Paerson, classe 1981, sta per terminare la prova di discesa libera quando nell‘ultimo salto prima del traguardo si sbilancia e l’impatto a terra è pauroso. Oltre sessanta metri di salto, la preoccupazione sui volti dei suoi allenatori e di tutti gli sportivi in quei momenti sintonizzati a vedere la gara. Le prime indiscrezioni parlano di rottura della tibia. Ma a questo punto accade una di quelle cose per cui vale la pena innamorarsi dello sport. La svedese ha subito una fortissima contusione, ma non ha niente di rotto. Il giorno dopo è l’ora della supercombinata e la Paerson vuole esserci: “cadiamo, ma ci rialziamo subito.” Lei ha fatto più in fretta del previsto perché a quella gara ci vuole essere, vuole tornare sul luogo del delitto: “ero molto preoccupata mentalmente, ma volevo provare a gareggiare per rifare nuovamente quel salto. Per cancellare tutte le memorie negative.” E ci è riuscita decisamente bene, con un lieto fine incredibile: la svedese non solo gareggia, ma vince anche la medaglia di bronzo. Insomma, tutto è bene quel che finisce bene, ricordate no?