Editoriali

Roland Garros: “Workin’ on a dream”

Roland Garros - Foto Roberto Dell'Olivo

“I’m working on a dream and I know it will be mine someday”. Il torneo di qualificazione del Roland Garros è, per molti, un sogno al quale si lavora per anni. Per altri è il coronamento di una crescita esponenziale. O ancora l’ultimo grande acuto di una grande carriera. E allora le parole di Bruce Springsteen in “Workin’ on a dream” rappresentano la colonna sonora perfetta per le lacrime di Salvatore Caruso, per il sorriso di Paolini e Bolelli, senza dimenticare la braccia al cielo di Stefano Travaglia. Le emozioni suscitate da questo torneo, che è solamente il preludio al Roland Garros vero e proprio, sono spesso sottovalutate. Lo Chatrier e il Lenglen rappresentano l’Eden tennistico, ma è bene fare attenzione a chi è lì fuori che lotta di fronte alle porte del paradiso. Lacrime di gioia, ma anche disperazione per un’occasione mancata. Rabbia, sfiducia, ma anche consapevolezza e felicità. Camminando per i campi del Roland Garros, incrociano lo sguardo con giocatori e giocatrici, si può vedere nitidamente tutto ciò.

È qui che nascono le storie, umane ancor prima che tennistiche. È questo che cerchiamo di raccontarvi, anteponendo le emozioni alla tecnica e alla tattica, che spiegano ma non dicono davvero tutto. Vivere i match accanto ai coach è, per questo, ancor più stimolante. Capire come riescano a risollevare un giocatore o a dargli quella fiducia che sembra sparire all’improvviso, è parte fondante del mestiere di giornalista. Che deve capire, se possibile empatizzare, per poi trasmettere a chi legge. Le qualificazioni di Parigi hanno raccontato decine di storie. Abbiamo provato a farvi vivere Parigi insieme a noi. Domenica inizia il main draw. Sarà bellissimo, ma sarà pur sempre il paradiso del tennis. Il purgatorio, da tanti punti di vista, racconta emozioni e sensazioni impagabili. Per chi gioca. Per chi osserva. Per chiunque si trovi lì, tra il campo 6 e il campo 15 del Roland Garros.

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