Finali Davis Cup 2019, diario da Madrid: day 3

Matteo Berrettini, Finali Coppa Davis 2019 - Foto Ray Giubilo Matteo Berrettini, Finali Coppa Davis 2019 - Foto Ray Giubilo

Dopo quella di critiche, iniziata lunedì, ieri sulla Caja Magica è caduta la pioggia vera. Un cielo grigio più del contorno dei campi ha fatto da quinta a una giornata campale, terminata a notte fonda con la triste notizia (per noi) dell’eliminazione dell’Italia. Ogni giorno che passa mette a nudo le inevitabili lacune di questo nuovo format che avrà bisogno di correttivi per riproporsi negli anni a venire – a proposito, il contratto tra la Kosmos e la ITF è di 25 anni e quindi sarà meglio per tutti fare in modo che le cose funzionino al meglio – e trasformare una manifestazione che presenta enormi potenzialità.

I principali nodi da sciogliere – affrontati anche da Novak Djokovic in conferenza stampa – riguardano la collocazione di queste finali nel fitto calendario tennistico e l’armonizzazione delle stesse, laddove armonizzare significa anche provare a conciliare il più possibile le esigenze di tutti. Sul periodo dell’anno in cui le Davis Cup Finals si possono disputare, lo stesso numero 2 del mondo, con grande tranquillità, ha auspicato il mese di settembre, subito dopo gli US Open. Come molti di voi sapranno, da tre anni a questa parte in quei giorni si gioca la Laver Cup, creatura ibrida patrocinata dal giocatore più amato (forse) del pianeta che ha potuto permettersi di proiettare il tennis nel futuro non avendo un passato su cui riflettere e quindi introducendo regole – una su tutte, il super tie-break dopo i primi due set – che gli attuali tanti difensori del vecchio format della Davis aborrirebbero a priori.

Dunque, far giocare le finali di Davis Cup in settembre vorrebbe dire duellare con la Laver Cup, recentemente legittimata dall’Associazione dei Tennisti Professionisti che l’ha collocata nel suo calendario e ne ha reso ufficiali a livello statistico l’esito dei singoli incontri. E qui veniamo alla vecchia, vecchissima storia delle lotte intestine tra i diversi istituti del tennis per contestualizzare le quali occorrerebbe assai più spazio e tempo e probabilmente vi spingerebbe – se già non l’avete fatto – ad abbandonare la lettura di questo pezzo. In ogni modo, l’eventualità che le Davis Cup Finals si possano disputare in settembre (anche sacrificando qualche ATP 250, già adesso fortemente penalizzato dalla contemporaneità della Laver Cup, come succederà dal prossimo gennaio con l’ATP Cup che ha soppresso di fatto i tornei di preparazione agli Australian Open) aprirebbe consistenti squarci di sereno. Innanzitutto perché a quel punto sarebbe più semplice individuare località in grado di ospitare l’evento anche nella stessa Europa, dato che si potrebbe giocare all’aperto praticamente ovunque e quindi si avrebbero maggiori disponibilità di campi.

In secondo luogo, restringendo di poco il campo di partecipazione, si ovvierebbe quasi del tutto alle storture di questo formato che – per alcuni aspetti – non ha efficaci difese contro alcune delle critiche sollevate in questi giorni. Sempre Djokovic ieri suggeriva una fase preliminare a eliminazione diretta (in aprile?) tra le migliori sedici nazionali del mondo e la partecipazione delle rimanenti otto alle Finals. Potrebbe andare, ma a mio avviso si potrebbero mantenere le Best-16 (e non 18, magari togliendo le due wild-card) per le finali spalmando il tutto su quattro campi e nove giorni. Come? Si inizia il sabato di una settimana e si chiude la domenica di quella successiva: quattro gruppi da quattro squadre, un incontro al giorno su ciascuno dei campi e nel secondo week-end – dal venerdì – eliminazione diretta partendo dai quarti di finale con le prime due di ogni gruppo qualificate. La cervellotica assegnazione degli ultimi due posti disponibili attualmente per i quarti – che premieranno le migliori due tra le sei seconde – unito alla iattura dei gironi a tre squadre, fin troppo propedeutici agli amanti dei biscotti, e alla compressione dell’evento in spazi e tempi limitati ha creato e ribadito situazioni sgradevoli che fin dalla prossima edizione dovranno sparire. Non ha senso per nessuno dei protagonisti di queste Finals (organizzatori, giocatori, addetti ai lavori e spettatori) mandare in campo i giocatori alle 2 di notte anche se questo, paradossalmente, avviene perché l’evoluzione degli incontri sui diversi campi crea ciò che chiunque dei suddetti tra parentesi si auspica, ovvero spettacolo ed emozioni a non finire. Il tie-break da record del terzo set (20-18) nel doppio di Germania-Argentina o il distillato di colpi di scena nel campo 3 – trasformato in un piccolo Wembley dai tifosi #BackTheBrits – dove Murray si è battuto come un leone per recuperare una situazione a dir poco complicata contro l’olandese Griekspoor, non possono e non devono essere in alcun modo inquinati dall’angoscia derivata dallo scorrere inevitabile dei minuti e dall’evidenza che l’incontro successivo finirà alle prime luci del mattino seguente.

Sono certo che Piquè e compagnia non leggeranno queste righe ma mi auguro che ugualmente abbiano il buon senso, dalla prossima edizione, di fare tesoro degli errori per limitarli al massimo. E tra questi mettiamoci pure le due sgradevoli vicende legate alle scelte di Canada e Australia di speculare sul doppio a qualificazione conquistata, influenzando potenzialmente il delicato meccanismo del passaggio ai quarti di finale, mentre altrove Nadal (il numero 1 del mondo, non uno qualsiasi) stava in campo fino a mezzanotte in un doppio inutile per onorare fino in fondo l’impegno. Pur con tutte le giustificazioni del caso, alcune delle quali derivate sempre dalle falle del format, la scelta di non scendere in campo (Canada) o farlo per un solo game (Australia) rappresenta uno sfregio alla competizione e una mancanza di rispetto verso chi ha pagato il biglietto. Con cinque convocati obbligatori per squadra e, perché no?, introducendo il concetto di sostituzione (durante il match) per il doppio si potrebbe anche prevedere un punto di penalizzazione per chi dà forfait prima di iniziare il terzo match. Poi, se qualcuno vuole scendere in campo e perdere senza impegnarsi poco o nulla si potrà fare ma, avendo visto ieri il giapponese Uchiyama lasciare letteralmente – nel tentativo di recupero – sul ruvido cemento del Santana centimetri di pelle in un match ormai ininfluente per la nazionale asiatica, sono certo che lo spirito sportivo finirebbe per prevalere.

Avrei dovuto raccontarvi anche del tennis giocato e invece mi sono fatto prendere la mano da una sorta di mania di onnipotenza organizzativa, perdendo di sicuro la retta via. Proverò a rimediare in due righe: ci sono tre squadre già nei quarti e due di loro (Canada e Australia) si affronteranno oggi in una sfida suggestiva. L’altra è la Spagna, che attende una delle due migliori seconde. Nonostante un Fognini capace di superare le sue stesse paure e quindi il gigantesco Opelka, alla fine l’Italia ha perso con gli Stati Uniti ma il nostro era il gruppo più competitivo e non possiamo che applaudire l’abnegazione e l’impegno messo in mostra da tutto il team azzurro. Per finire, il plauso va esteso all’Olanda e ai suoi tifosi: dopo la doppia impresa di Haase in singolare, Koolhof e Rojer, in doppio, hanno giocato come se non ci fosse un domani per tenere viva una fiammella in realtà già spenta. La Davis e il suo spirito esistono ancora, state tranquilli; giocare per la nazione è diverso e va oltre qualsiasi format. A domani.