L’Ucraina, la guerra e la boxe. Il pugile Sergey Demchenko: “Da Sumy a Roma, lo sport mi ha salvato”

Mirco Ricci contro Sergey Demchenko - Foto profilo ufficiale FB

Della guerra del “dittatore Putin” inizialmente non vuole parlare. Poi lo sfogo. Tanta la rabbia, anche per chi come lui l’Ucraina l’ha lasciata anni fa. Sergey Demchenko, pugile campione dell’Unione Europea, nativo di Sumy ma romano d’adozione, l’ha lasciata nel 2001. L’Italia è casa sua, dopo averci “passato metà della vita”. Nella sua storia quattro sport: danza, lotta libera, kickboxing e l’amore di una vita, la boxe. Oggi, alla soglia dei 43 anni, non ne è ancora sazio. La cerca, inseguendo sfide sempre più difficili tra ostacoli logistici e la fatica dell’età che avanza. Nell’ultimo mese ha combattuto due volte. Ennesimi capitoli di una carriera che ha regalato tante gioie: i titoli dell’Unione Europea, la famiglia, l’aver girato il mondo con i guantoni, la fama da guerriero che non si tira mai indietro. Oggi però prevale la preoccupazione per l’Ucraina. La Regione di Sumy tra il 31 luglio e il 1° agosto è stata l’obiettivo di “più di 50 attacchi” in sole 24 ore, secondo il governatore Dmytro Zhyvytsky. Sempre a Sumy si sono verificati i primi episodi di diserzione dei soldati di Putin, stremati, in una regione che rappresenta un corridoio verso Kiev. E che è ancora oggi sotto il controllo ucraino.

A Sumy i bombardamenti non si fermano

Mio fratello è ancora bloccato lì, abita fuori città e fino a poco tempo fa vedeva i carri armati passare. Una bomba è esplosa vicino a casa sua, ha lasciato una voragine. Vivono in cantina, lui con i tre figli, il più grande di 12. Mia madre è anziana, dorme per terra, ha tolto il vetro dalle finestre e l’ha sostituito con lo scotch. Un po’ per far sembrare che la casa sia disabitata. Ma anche per una questione di sicurezza. Così se esplode una bomba, le schegge non fanno danni. Ma si può vivere in cantina nel 2022? E non voglio pensare all’inverno.

Una città di confine a tutti gli effetti. La città russa di Belgorod è a due ore di macchina

Il rapporto tra ucraini e russi era bellissimo, siamo sempre stati fratelli. Poi il dittatore ha fatto litigare due popoli, i ragazzi di 18 anni stanno andando a morire per lui. È una cosa che non si può immaginare. Putin vuole entrare nella storia, ma vuole entrarci nel modo peggiore. Oggi però a Sumy i russi non sono ancora riusciti a passare.

Usyk ha lasciato l’esercito e il 20 agosto tornerà sul ring per la rivincita contro Joshua. Ha un significato speciale?

La politica non entra sul ring. Se anche avesse combattuto contro un russo, non avrei visto odio. È solo un incontro di boxe tra due grandi pugili. Usyk è favorito, è in un momento di grande autostima. E il talento è enorme. Può battere Joshua anche per ko. Ma non c’è un significato politico, è solo sport.

E lo sport che significato ha avuto nella tua vita?

Mi ha salvato. Quando i miei coetanei andavano ad ubriacarsi o drogarsi, io andavo in palestra. Ho fatto anche danza popolare in Ucraina, nel 1994 andai in America per un festival e per la prima volta vidi un McDonalds. Poi lotta libera e kickboxing. E la boxe, certo.

Perché sei entrato in una palestra di pugilato?

Per autodifesa. Sono nato in un periodo difficile, c’era tanta delinquenza. Avevo 12-13 anni, dovevo difendermi ovunque. Andavo a scuola in un quartiere diverso da quello in cui abitavo, questo non era accettato. Dopo scuola mi aspettavano per picchiarmi. E anche a casa c’era pressione, perché dovevo difendermi, non dovevo scappare. La boxe mi ha aiutato, mi ha dato autostima sotto questo punto di vista.

Perché l’arrivo a Roma?

Da turista. Mi piaceva la storia romana, leggevo tantissimo e visitare Roma era un sogno. Era l’estate 2001, la Roma aveva vinto lo Scudetto, la città era tutta giallorossa. Sono nato lo stesso giorno di Totti, romanista lo sono ancora oggi e sul ring entro con l’inno di Venditti. Ma doveva essere solo una vacanza. Un giorno camminai tantissimo per visitare il centro storico ed ero esausto.

Poi?

Mi addormentai su una panchina e mi rubarono tutto: passaporto, carta d’identità. Andai in ambasciata ma non avevo nulla. Non potevano sapere se ero russo, ucraino. Mia madre fu costretta in Ucraina ad avviare le pratiche per farmi avere i nuovi documenti. A Roma ho lavorato in discoteca come buttafuori. Poi ho conosciuto la mia futura moglie. Mi sono sposato, ho fatto un figlio. E Roma non l’ho più lasciata. Era destino, col senno del poi quel ladro è stata una fortuna.

Da lì parte la carriera. Nel 2016 vinci la cintura dell’Unione Europea

Per quell’incontro mi allenai in una palestra in cui non c’erano sacchi. Mi chiamarono tre settimane prima del match.

Senza un maestro?

No. Mi sono sempre allenato da solo, ho un garage, è come una palestra. Avere un allenatore è la cosa più importante. Se avessi avuto un grande maestro, i manager avrebbero fatto la fila. In passato mi sono allenato con maestri di pre pugilistica, ma è un’altra cosa. A volte penso che avrei voluto allenarmi con un professore di fisica. Quello è la boxe, è fisica. E il ko è come un biliardo: un colpo non deve essere solo forte, la palla non deve schizzare fuori dal tavolo. Il colpo forte deve essere preciso. Quel che conta è un colpo preciso, eseguito in modo corretto.

Hai combattuto in Francia, Germania, Finlandia, Marocco. 

Bello ovunque. Ho combattuto sempre in trasferta. Ho dovuto sfidare pugili di casa e dovevo sempre vincere per ko. Non sono mai stato protetto. In Francia vinsi contro Zoulikha e conquistai di nuovo la cintura dell’UE.

Un giorno sarai all’angolo nei panni di maestro?

È come se lo stessi già facendo (ride ndr). Non voglio autodefinirmi bravo. Ma riesco a spiegarmi molto bene, per tanti anni ho commesso degli errori e oggi li riconosco. Non so se riuscirò a stare dall’altra parte. Ma ho studiato scienze motorie, oggi ho il patentino come insegnante. Per ora mi alleno con mio figlio, lui fa calcio ma è anche molto portato per la boxe. Ma non voglio che faccia il pugile, dopo quello che ho passato e sofferto io. Deve studiare: ti puoi perdere un telefono, ma non un cervello.

Sul ring quando ti rivedremo?

Sto cercando un avversario, sono pronto e mi sono preparato a lungo. Spero di poter rientrare entro l’anno. Non sono mai scappato dal ring, ho sempre cercato un match più difficile del precedente. Non ho niente da perdere alla mia età.

About the Author /

Romano, nato in una calda estate del 1995 mentre la capitale iniziava a scoprire Francesco Totti e Alessandro Nesta. Cresciuto tra la terra e i sassi dei campetti della periferia romana e appassionato di scrittura. Ma tra il pallone e la penna ho scelto un compromesso: scrivere di calcio