Formula 1, Hamilton: “Muhammad Ali è il mio re. Lotterò per una F1 più inclusiva”

Lewis Hamilton - Foto Instagram
Ali, da quando ero ragazzo, è il mio re: come atleta, attivista, per la grandezza dell’uomo e della sua voce, era il più intelligente e quindi riusciva a farsi sentire. Nessuno è stato come lui. Poi Serena Williams, una delle più grandi persone e sportive che io abbia ammirato, un fenomeno. Questi svettano, ma ci metterei anche Tiger Woods. Hanno la pelle come la mia, e questo ha inciso”. Sono queste le parole con cui Lewis Hamilton impatta una lunga intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport.
“Tra le cose che si notano da bambino c’è che le action figures, i modellini, i supereroi, sono tutti bianchi – continua il britannico -. Superman era il mio preferito ma dicevo ‘non è uguale a me’, quindi nella mia mente non c’erano persone di colore che potessero diventare supereroi. Invece un ragazzino deve essere in grado di immaginare di avere poteri illimitati, di cambiare il mondo. Se ti limitano psicologicamente così, hai bisogno di eroi e allora lo sport aiuta. Loro sono stati i miei supereroi“. Di seguito le sue dichiarazioni complete.
SU UNA F1 PIU’ INCLUSIVA – “Mi sono guardato intorno, mi sono chiesto perché il nostro sport avesse questo problema. Non ero soddisfatto della risposta, sembra che nessuno ne conosca il motivo. Serve partire dai dati per scoprire che barriere ci sono all’ingresso. Perché i ragazzini neri, ad esempio, non scelgano di studiare certe materie per finire poi in università e di conseguenza a lavorare in F.1. Ho messo insieme una commissione, che da 9 mesi sta lavorando con tanta gente impegnata, analisi, incontri su Zoom, conversazioni e discussioni, idee. Per luglio dovremmo essere pronti con qualche risultato solido e informazioni concrete. Che metterò a disposizione della Mercedes, degli altri team e della Fia. La F.1 è la punta dell’iceberg, il suo esempio può ricadere sui kart e sullo sport di base. È un processo lungo, richiede tempo, ma adesso la gente si è fatta l’idea che un cambiamento serve”.
SUL SUO CONTRIBUTO DOPO IL RITIRO“Se resterò coinvolto nel circus anche dopo il ritiro? Potrei, e credo di volerlo. Ma è difficile per me pensare a quando non correrò. Crescendo ho imparato che cambiare le cose quando ci sei dentro è più facile e riesce meglio rispetto a quando lo vuoi fare da fuori. La F.1 mi ha offerto una piattaforma per raggiungere un sacco di gente, informare, mandare messaggi positivi, incoraggiare le persone, spingere. A un certo punto anch’io mi dovrò fermare, ma la missione per rendere il motorsport più inclusivo non uscirà mai dalla mia mente, è qualcosa per cui vorrò sempre lottare. Non bastano certo uno o due anni, il problema dev’essere attaccato dal basso, la vera chiave è la fase dell’istruzione, guardare ai giovanissimi e incoraggiarli per avere poi più meccanici, ingegneri, donne e di tutti i colori, nei GP”.
SULLA 15ESIMA STAGIONE IN F1“Sono lo stesso degli inizi, solo con più esperienza: gli alti e bassi, le cicatrici che rendono la tua pelle più dura, è un adattamento continuo. Gli ultimi 15 anni mi hanno insegnato più di tutti quelli precedenti, su come navigare nel mondo, costruire e migliorare le relazioni umane e professionali. È stato un viaggio incredibile. Non è cambiare: resti la stessa persona, ma cresci”.
SUL RAPPORTO CON LA MERCEDES“Credo sia una relazione senza precedenti perché quando sono arrivato ho detto subito: ‘Io sono fatto così, non sono strano o particolare, ma mi piace questo, mi rende felice e, oltre a vincere dei campionati per voi, vorrei coltivarlo’. Mi hanno dato spazio per crescere, si è rivelato l’ambiente migliore della F.1 per farlo. E il mio stile di vita non ha fatto mancare niente: abbiamo vinto moltissimo, siamo il team più forte, pieno di sponsor, abbiamo il seguito più grande sui social, e tutto è nato dalla collaborazione che è fondamentale: significa tirar fuori e mettere in comune le idee migliori, mai da soli, provando strade diverse. Il successo è sotto gli occhi di tutti, ma viene da molto lontano”.