Europa League: per le italiane un peso, per le altre un’occasione

Maurizio Sarri - Napoli

Un anno fa gongolavamo per il passaggio agli ottavi di finale di Europa League di ben cinque rappresentanti del nostro calcio. Poco importava se Roma e Napoli erano “retrocesse” dalla Champions, perché quello che contava era dare un segnale forte al calcio internazionale. La finale di Champions conquistata dalla Juventus (prima italiana dopo l’Inter del 2010) e la semifinale di Europa League raggiunta da Fiorentina e Napoli avevano sicuramente ridato speranze a un movimento caduto “in disgrazia” dopo le imprese degli anni ‘90 e 2000, quando Milan, Juventus e Inter dominavano la scena continentale insieme a Lazio e Parma.

La stagione in corso, purtroppo, ci ha destati dal sogno, riportandoci ad una realtà triste e piuttosto complessa da spiegare. L’andata degli ottavi di Champions ha praticamente escluso la Roma, sconfitta a domicilio per 2-0 dal Real Madrid di Zidane, e addensa pesanti nubi sul prosieguo del cammino dei vice-campioni bianconeri, attesi a Monaco di Baviera da una scalata difficile ma non impossibile contro il Bayern di Guardiola. In Europa League, l’unica superstite dei sedicesimi di finale è la Lazio, mentre hanno dovuto abbandonare ogni velleità di successo Napoli e Fiorentina, eliminate rispettivamente da Villarreal e Tottenham. Certo, l’urna di Nyon poteva essere più benevola nei confronti della seconda e terza forza della Serie A, ma vale lo stesso a parti invertite. Quello che emerge ogni volta, però, è la differenza di mentalità, organizzazione, competitività e condizione fisica tra le nostre squadre e quelle di pari livello dei maggiori campionati esteri. Nel caso del Napoli questi aspetti non sono affiorati del tutto, perché i partenopei sono stati abbastanza sfortunati nell’arco dei 180’, sprecando tanto e subendo una rete casuale nel match del San Paolo. Ma la malasorte spesso cela dei limiti nella mentalità, e il fatto stesso di sciupare molte occasioni (o di subire una rete al primo tiro in porta) è un difetto che va corretto il prima possibile, se si vuole accelerare il processo di crescita e diventare grandi. “No alle distrazioni, sì al cinismo”: dovrebbe essere il manifesto da appendere a Castel Volturno, per non ripetere gli stessi errori in futuro, perché “dominare” e non vincere lascia in bocca il retrogusto più amaro. A questo, poi, si può aggiungere l’ennesima prova di maturità fallita da Higuain, incapace di trascinare i compagni nelle sfide più importanti. Per quanto riguarda i viola, invece, è evidente la distanza con il Tottenham, formazione in grande ascesa e in grado di praticare un calcio a tratti spettacolare, con calciatori giovani e “moderni”, tutti funzionali al sistema di gioco proposto da Pochettino. Nella sfida di White Hart Lane, la squadra di Paulo Sousa (osannata giustamente in questi mesi per la qualità espressa) è stata surclassata da una rivale concettualmente simile ma diversa per forma e sostanza. La superiorità degli inglesi (soprattutto a centrocampo), sul piano fisico e tecnico, è stata schiacciante nonostante assenze importanti come quella di Kane, uno dei centravanti più forti al mondo in prospettiva.

Probabilmente sono prevalse le maggiori motivazioni di Tottenham e Villarreal, che in campionato non hanno nulla da perdere (gli Spurs si giocano il titolo quasi a sorpresa, mentre il Sottomarino Giallo deve difendere la preziosa quarta piazza ed è a soli sei punti dall’Atletico secondo) e non hanno le pressioni presenti in Italia, dove ormai tutti, a partire da dirigenti e allenatori, guardano all’impegno infrasettimanale con malcelato disgusto. La sola idea di scendere in campo tre volte in sette giorni mette ansia e diventa un fardello pesante con cui convivere, in particolare quando nei tornei nazionali vengono impiegati sempre gli stessi giocatori e gli altri componenti della rosa non vengono coinvolti nel modo giusto o, peggio, non vengono ritenuti all’altezza. Così, come conseguenza più estrema, si finisce per snobbare un torneo diventato bellissimo col passare degli anni, invece di ritenerlo uno strumento di crescita e prendere esempio da club come Siviglia e Atletico Madrid. Per questo è condivisibile la scelta di chi, nell’attuazione più o meno massiccia del turnover, utilizza l’Europa League come vetrina per i giovani, come fanno da anni inglesi, tedeschi, spagnoli, francesi e portoghesi, senza mai perdere la propria identità. Il Napoli ieri sera (e non solo) ha schierato due soli italiani, così come la Fiorentina, con un numero totale di under 21 prossimo allo zero (solo Hysaj e Bernardeschi) laddove quasi tutte le avversarie ne integrano almeno un paio a stagione, ottenendo ottimi risultati. La ricetta è a portata di mano, ed è più semplice di quanto possa sembrare: in campo europeo la tattica è fondamentale, così come l’esperienza, ma c’è bisogno ancor di più di coraggio, spensieratezza e un pizzico di follia. E di idee, l’elemento senza il quale nessun ingranaggio può muoversi.

Ranking Uefa, per l’Italia il terzo posto è (quasi) impossibile

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Ansioso. Paziente, da sempre malato di sport, in particolare nuoto, tennis, calcio e basket. Ascolto, osservo e rifletto, ma parlo poco. Cazzaro Lucano, figlio orgoglioso del Sud, milanista inside. Ho due grandi idoli: Steve McManaman e Jack Sparrow. Adoro le lacrime strappa-storie, la buona birra, i libri, la musica e i film d’animazione Disney. E scrivere. Anzi, raccontare.