Serie A

Niente più “bravo, ma”, arriva la consacrazione: lo scudetto del Milan è il capolavoro di Stefano Pioli

Stefano Pioli - Foto Antonio Fraioli

“Buon allenatore, ma non è da big”. “Inizia bene, poi però lo cacciano sempre”. “Se non ha mai vinto ci sarà un motivo”. Quante volte abbiamo sentito frasi di questo tipo riferite a Stefano Pioli? Magari con un fondo di verità, spesso fattuale descrizione delle stagioni vissute in giro per l’Italia. Chievo, Bologna, Lazio, Inter, Fiorentina le ultime avventure, tutte iniziate bene ma culminate con un addio e con un calo di rendimento. Ma Pioli non si è mai arreso e ha ottenuto un’altra grande chiamata al Milan, ormai due anni e mezzo fa, prima del Covid. E in questo lasso di tempo, è riuscito a costruire un piccolo capolavoro. Portare una squadra incompleta, non affermata, ma sicuramente affamata tanto quanto il suo allenatore fino alla vittoria di uno scudetto all’ultima giornata, come non succedeva da dodici anni, festeggiando “in faccia” ai cugini dell’Inter, beffati in un finale convulso di campionato.

Ed è una vittoria meritata, perché è la vittoria della continuità, di chi ha avuto i momenti no ma ne è riuscito a uscire prima delle altre. In controtendenza con quanto accaduto prima, in rossonero iniziò malissimo e dopo un mese e mezzo l’esonero era già a un passo dopo il rovinoso 5-0 con l’Atalanta. Da lì in avanti, però, una lenta crescita, quindi alla ripresa del campionato a giugno, giocando ogni tre giorni, un meraviglioso filotto di vittorie con cui si è guadagnato la riconferma. L’anno scorso improvvisamente il suo lavoro ha portato una squadra costruita per il quarto posto a sognare a lungo lo scudetto, cedendo soltanto nella fase finale in cui era tornata a rischio anche la Champions. Tornata a giocare dal Diavolo quest’anno, anche se in un girone sfortunatissimo. Nel frattempo, però, in campionato il gruppo, senza grandi solisti visto che Ibrahimovic è stato spesso infortunato, è riuscito a fare un ulteriore salto di qualità, soprattutto a livello mentale. Alcune difficoltà non sono mancate, ma Pioli non ha mai perso il controllo della situazione.

Sempre concentrato sull’obiettivo, senza nascondersi, sfruttando tutte le occasioni fornite dagli scivoloni del Milan. Tanto da ritrovarsi all’ultima giornata con il lusso di poter giocare per due risultati su tre a Reggio Emilia e vincere uno scudetto che sembrava impossibile. Tra l’altro, in quello stadio in cui due anni fa iniziò tutto: dopo aver vinto col Sassuolo, scacciò via l’ombra di Rangnick e ottenne la riconferma. Due anni dopo, arriva lo scudetto. E’ una bella storia, quella del brutto anatroccolo che è diventato uno splendido cigno. O, più probabilmente, forse lo era già, ma nessuno se ne era accorto. Adesso non si parlerà più di Pioli soltanto come persona per bene, allenatore capace ma non da big, aggiustatore ma senza qualità. Adesso è anche un vincente. Ed entra nella storia del Milan.

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