L’Atalanta che dà fastidio: il mito del doping e la ‘favola Leicester’

Gian Piero Gasperini, Atalanta - Foto Antonio Fraioli

Contraddizioni, falsità e gelosia. Dietro a quanto di miracoloso sta facendo l’Atalanta in questi anni, c’è una faccia scura, quella rappresentata da coloro che di favole calcistiche – e anche umane – proprio non ne vogliono sentir parlare. Di che cosa stiamo parlando? Di certo non di un fenomeno isolato, bensì di qualcosa che nel corso degli ultimi mesi ha avuto sempre più conferme nell’arma a doppio taglio rappresentata dai social. Guarda caso in linea alla crescita esponenziale di rendimento della squadra di Gasperini. E quello che si mette sotto ‘inchiesta’ non sono i comportamenti del tecnico nerazzurro, cui foga e carattere istintivo lo hanno portato più volte fuori dalle righe oggettive di buona condotta. Dal colpo basso a Massimo Ienca nel tunnel del Ferraris alle note dichiarazioni sui sintomi da coronavirus che hanno fatto scatenare l’ira del Valencia. Ma questo capitolo non rientra in alcun modo nell’odio ingiustificato che talvolta viene rivolto verso la Dea, colpevole di essere una delle più grandi outsider del calcio moderno.

2 maggio 2016. Il Leicester compie forse la più sorprendente impresa che lo sport recente ricordi, alzando al cielo la Premier League. La figura di Claudio Ranieri, il principale traghettatore di un miracolo senza precedenti, suscitava tra i confini tricolore un senso di ammirazione forte e incontrastato verso quella storia, come se in fondo avesse vinto anche un pizzico d’Italia. “Ma potrebbe mai accadere in Italia?”, ci si domandava sognando una favola che ricalcasse quella di Vardy e compagni. Che un giorno possa verificarsi è impossibile negarlo, ma lo si vuole davvero? Quel sentimento dov’è finito? Qui non si chiede di tifare la sorpresa di turno al posto della squadra del cuore, sia chiaro. Tuttavia è innegabile che si creerebbe – e si sta già creando – una montagna di alibi costruita su una cultura calcistica ricca di abominazione gratuita.

Si associa il doping all’Atalanta, che con lo scudetto (ancora) non ha nulla a che fare, figuriamoci con uno scudetto sul petto. Quell’Atalanta che da quattro stagioni, compresa quella in corso ormai in via di definizione, conquista un posto in Europa. Sottolinearne il gioco e il miglioramento degli effettivi sarebbe ripetitivo e ridondante. Ma davvero ci possono essere dubbi su un possibile illecito? Altrimenti si decide che una squadra partita da zero darebbe solamente fastidio ai vertici. La Dea ha rubato la poltrona ad alcune storiche big del nostro calcio, che si spera possano tornare il prima possibile a competere come un tempo. Il calcio italiano ha bisogno di tutti, anche di quelle favole che all’estero ci affascinano e che in Italia tendono a farci esprimere in inutili luoghi comuni.

In conclusione, veramente l’Atalanta corre il triplo come si dice? Le statistiche ufficiali della Serie A sembrano smentire questa voce. Nella classifica dei km percorsi questa stagione, la squadra di Gasperini è solamente al nono posto, con circa quattro km di media in meno rispetto all’Inter di Antonio Conte. La forma smagliante dei nerazzurri di Bergamo è ineludibile, ma ai numeri rappresenta solamente una sorte di ponte tra la prima e l’ultima nella speciale graduatoria atletica. C’è anche chi ha messo sul banco punti interrogativi in merito a scatti e progressioni fuori dal normale. Quindi andiamo nel dettaglio e constatiamo che il primo atalantino per km percorsi è Remo Freuler, il quale ha davanti a sé altri 35 giocatori, con una media di 10.686 km a partita. L’Atalanta vola a suon di gol e qualificazioni europee, sempre più immune a critiche che non trovano conferma.