Fischi a Donnarumma: un diritto del tifoso. Folle il paragone col razzismo

Gianluigi Donnarumma Gianluigi Donnarumma - Foto Antonio Fraioli

Prediche, prediche e ancora prediche. In Italia vi è talmente tanto bisogno di giudicare gli altri che si dà fiato alla bocca (o alla penna) senza prima riflettere. Lo si fa per il sol gusto di predicare e sentenziare, ormai da tempo immemore vero e proprio sport nazionale.

Gianluigi Donnarumma è stato fischiato, a San Siro, durante la sfida di Nations League tra Italia e Spagna. La motivazione di tale contestazione, antipatica ma assai comprensibile, non è di certo riconducibile alla scelta di lasciare il Milan, come ha ritenuto di dover sottolineare chi ha fatto passare tale protesta al pari di un coro razzista o di un inno nazionale sommerso dai fischi. Se fosse stato così, campioni come Shevchenko, Kakà e tanti altri passati per Milanello e poi ceduti nel calciomercato, avrebbero ricevuto negli anni il medesimo trattamento. E invece, guarda caso, è successo solamente all’ex portiere rossonero. Perché?

Analizzare le motivazioni di tale protesta è importante. Gianluigi Donnarumma non viene contestato per aver lasciato il Milan (una scelta professionale ed economica più che comprensibile), ma per la maniera in cui lo ha fatto. Il fu ‘Gigio’, cresciuto e valorizzato negli dall’AC Milan, ha prima rinnovato un contratto a cifre faraoniche (6 milioni netti all’anno, oltre al milione ‘regalato’ al fratello Antonio, in rosa come terzo portiere. Di fatto 14 milioni lordi per le casse del Milan per ogni stagione) per poi, tramite il suo agente Mino Raiola, scegliere di andare a scadenza 2021 senza permettere alla società che lo ha accompagnato nella sua eccezionale crescita (i miglioramenti giunti grazie al lavoro di Nelson Dida rappresentano solamente l’ultimo supporto decisivo per il recente salto di qualità) di ricevere un singolo euro. Un danno economico enorme, arrivato dopo aver addirittura rifiutato un confronto con Paolo Maldini (!) in quel di Milanello a poche settimane dal termine della scorsa stagione. “Parlate con Mino”, la risposta. Inqualificabile.

La coppia Donnarumma-Raiola rappresenta ciò che sta mandando in crisi l’attuale sistema calcio. Il cartellino, di fatto, non è più di proprietà di una società bensì di un procuratore. Portare un giocatore a scadenza permette all’agente di guadagnare personalmente, grazie alle commissioni, conducendo milioni di euro fuori dal mondo del pallone. Una crisi irreversibile che in pochi, oggi, stanno provando a risolvere/combattere; proprio il Milan in questi ultimi due anni si sta facendo baluardo, non senza ricevere aspre critiche, di tale battaglia.

Cosa si aspettava il tifoso del Milan? Non che Donnarumma rimanesse in rossonero, ma che, semplicemente, con un briciolo di riconoscenza, portasse nella casse della società un corrispettivo adeguato al valore del calciatore.

Non è insolito, per fortuna, leggere dichiarazioni di calciatori che, vicini alla scadenza del contratto dicano: “voglio andare via, ma non voglio creare un danno alla mia società”. L’ultimo è stato un certo Mbappè. Gianluigi Donnarumma, di tutto ciò, non si è mai preoccupato. Se ne è lavato le mani. Non ha mai nemmeno spiegato il perché di tale comportamento.

E arriviamo così ai fischi di San Siro che, e questa è una certezza, sono giunti per la maggior parte da tifosi del Milan ma non solo. Non a caso Donnarumma era stato fischiato, seppur in maniera meno pesante, anche allo Stadio Olimpico durante Euro 2020.

I fischi di San Siro sono stati tanto antipatici (per usare un termine utilizzato, in maniera precisa e puntuale, da Paolo Condò) quanto inevitabili. Un sentimento tradito non può passare sotto traccia, che sia Milan-Psg (che potrebbe anche non giocarsi per 15 anni…), una partita dell’Italia o il derby del cuore. E quel sentimento tradito è venuto fuori prepotentemente (forse ancor di più dopo la campagna mediatica anti-fischi dei giorni precedenti), sincero e forte. Antipatico? Si. Controproducente? Forse in minima parte. Vergognoso? No. Mai. Fischiare è un diritto del tifoso di calcio che come tale ha diritto di manifestare dissenso. Senza insulti (quelli di uno striscione di alcune settimane fa furono vergognosi e inqualificabili), ovviamente.

Quello che invece è vergognoso è paragonare tale dissenso con il fischiare un inno nazionale avversario o, addirittura, con i cori razzisti. Anzi, tali prediche (per tornare al concetto iniziale) sminuiscono totalmente quella lotta al razzismo che, nei campi di Serie A, andrebbe combattuta leggermente meglio (eufemismo). Vlahovic docet.

 

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Nato a Roma il 9 aprile del 1982, cresco nel mito di Pete Sampras e Marco Van Basten. Dopo 12 anni di radiocronache sono passato alle telecronache per Supertennis TV. Direttore di Sportface e di Spaziotennis.com, amo i Giochi Olimpici e ricordo ogni momento del lavoro svolto a Londra 2012. Seguo lo sport 25 ore su 24, ma è sempre meglio che lavorare.