Le grandi d’Europa che temono il nuovo che avanza: con la Superlega vince la paura di sbagliare

La dirigenza della Juventus con il presidente Andrea Agnelli - Foto Sportface

Nasce la Superlega, muore (forse) il calcio che conoscevamo fin qui. Ma soprattutto, si conferma la cecità dei grandi del calcio e la difficoltà di accettare di poter sbagliare valutazioni, progetti, annate. E’ questo il vero significato di una lega ristretta a dodici fondatrici con qualche invito annuale: una competizione che diventa una comfort zone, senza retrocessioni, senza l’assillo di una qualificazione, senza l’obbligo di sapersi riconfermare anno dopo anno. Una Superlega dei super potenti che hanno paura dei loro stessi eventuali fallimenti. Un torneo che non richiede la capacità di autocritica, che come un videogioco qualsiasi permette ogni anno di salvare anche quando il progetto è game over e di ripartire facendo tabula rasa di eventuali errori.

Gli errori, nello sport, di solito si pagano: un nastro può decidere una finale di Wimbledon e condannare Federer contro Djokovic, un infortunio può condizionare le Olimpiadi. Così come un errore arbitrale o un tiro deviato, o piuttosto per non allontanarci dalla realtà aver puntato sull’allenatore sbagliato perché inesperto, possono costare la partecipazione alle coppe nel mondo del pallone. Almeno, questo è quello che succede in un calcio normale, in cui anche l’Atalanta o il Leicester di turno possono sovvertire i pronostici. E in cui è il merito, unito anche al blasone, in una mediazione che c’è sempre stata e che in fin dei conti è assolutamente accettabile, a stabilire alcuni parametri tra i più importanti.

Con la Superlega, i padroni delle squadre più forti d’Europa, e dunque con il maggior numero di tifosi, vogliono far passare un messaggio che va in pieno contrasto con quello che per centocinquant’anni è stato il calcio: vincono i soldi, ma vince anche il merito. E Davide può superare Golia. I dodici Golia vogliono invece imitare l’NBA: il prossimo passo è giocare sul parquet, cinque contro cinque. L’NBA c’è già, non ne serve un’altra. Servirebbe piuttosto una riflessione seria su un possibile cambio di format, ma non alzate d’ingegno che creano ancora più scompiglio nel calcio europeo e mondiale. In piena pandemia di Covid-19, a perderci sarebbero solo i tifosi. E i tifosi, si sa, alla fine hanno sempre l’ultima parola.