C’era una volta il Napoli, caos in casa partenopea: ecco cos’è cambiato

Lorenzo Insigne e Kalidou Koulibaly, FOTO DELL'OLIVO

Era il 22 aprile 2018, quando il Napoli sbancava per la prima volta l’Allianz Stadium, la casa della Juventus, con l’incornata vincente di Kalidou Koulibaly, un gol di testa che regalava un sogno al popolo partenopeo. Un sogno che mancava dai tempi di Maradona, dopo che 17 anni prima la società azzurra era arrivata al fallimento, ma che grazie al suo presidente, Aurelio De Laurentiis, vulcanico dal punto di vista mediatico quanto efficiente dal punto di vista dirigenziale, che li aveva portati dalla Serie C1 al sogno concreto dello scudetto nel 2018, grazie ad investimenti mirati, una programmazione di alto livello e l’affidamento della gestione tecnica ai volti giusti per mirare ai vertici del calcio italiano, dall’efficienza di Mazzarri, alla natura aziendalista di Benitez, fino al coraggio ed innovazione di Sarri.

Un sogno distrutto dalla disfatta di Firenze della settimana successiva, nonostante il bottino clamoroso di ben 91 punti, ma pur sempre un sogno che il Napoli aveva restituito ai suoi tifosi. Un sognoa mancava da quasi 30 anni, sfumato per poco e che stava per essere raggiunto contro una Juventus apparentemente invincibile da otto anni a questa parte, offrendo uno spettacolo calcistico di altissimo livello, in giornate che difficilmente verranno dimenticate dai tifosi partenopei.

Fa impressione pensare a quelle notti magiche, cariche di speranza per la città di Napoli, se poi si volge lo sguardo alla situazione attuale nella quale naviga la squadra attuale, con una situazione di campionato per nulla ottime (soli 19 punti nelle prime 12 partite di campionato e un misero settimo posto). Ad aggiungersi ai risultati deludenti, si aggiungono le ruggini di spogliatoio createsi in seguito alla decisione di Aurelio De Laurentiis, senza il consenso di Ancelotti, di obbligare la squadra al ritiro, creando un caos mediatico che tutt’ora sembra non spegnersi. Un caos che ha mostrato il Patron partenopeo in vesti quasi egoiste, come a dimostrazione di un presidente che nel tentativo di scaricare le colpe amministrative decide di lavarsene pilatescamente le mani.

Ma perché si è arrivati a questa situazione? Perché il Napoli non è più la squadra esplosiva e spumeggiante che regalava uno spettacolo unico alla guida di Maurizio Sarri? Cos’è successo a questo Napoli? Una logica molto “italica” (e talvolta fallace di fronte ai fallimenti collettivi da distribuire tra società, allenatore e giocatori) scaricherebbe le principali responsabilità a Carlo Ancelotti, reo, secondo molti tifosi napoletani, di non essere all’altezza della squadra che allena e che secondo loro potrebbe rendere molto meglio della situazione attuale. Un occhio molto più attento, però, farebbe subito emergere i problemi che negli ultimi anni il Napoli ha dovuto affrontare, in seguito ad operazioni di mercato infruttuose, che hanno portato a Napoli elementi di grande valore tecnico come Fabian Ruiz, ma che hanno anche involuto il collettivo.

Innanzitutto, appare evidente la mancanza di una prima punta, in seguito alla cessione di Gonzalo Higuain alla Juventus, alla vertiginosa cifra di 90 milioni che il “buon” De Laurentiis non poteva di certo rifiutare. Una cessione che però non ha però spronato il Napoli a trovare l’adeguato sostituto, in quanto Milik, per quanto raffinatissimo dal punto di vista tecnico, non ricopre lo stesso ruolo del Pipita, in quanto, per caratteristiche, movimenti e tipologia di gol facenti parte del suo DNA calcistico, è una seconda punta. L’assenza di prima punta non si è dimostrata un peso per il Napoli, che nelle stagioni 2016-2017 e 2017-2018, alla guida del calcio di Sarri, era riuscito a raggiungere risultati sensazionali con Mertens adattato nel ringraziarla ruolo di falso nueve. Ma è l’approdo di Carlo Ancelotti, abituato da sempre a giocare con la prima punta pura (Inzaghi alla Juventus e al Milan, Drogba al Chelsea, Ibrahimovic al Paris Saint Germain, Benzema al Real Madrid e Lewandowski al Bayern Monaco gli interpreti più illustri), ad aver ribaltato questa prospettiva, e nemmeno l’acquisto a zero di Llorente è riuscito a sistemare un problema che appare evidente, in quanto il basco non ha i novanta minuti nelle gambe e a lungo termine non può dare garanzie definitive di affidabilità. Infatti, nonostante Milik segni con una buona continuità, non ha né il cinismo dell’Higuain dei 36 gol del 2015-2016, né la personalità ruggente di Cavani per interpretare al meglio il ruolo come i suoi predecessori, che a differenza sua nascono come prime punte e ciò è apparso abbastanza eloquente in alcune occasioni divorate in malo modo dal polacco (vedasi l’eliminazione contro l’Arsenal in Europa League nella passata stagione). Ma i problemi del Napoli non si fermano di certo nel reparto offensivo, in quanto anche il centrocampo presenta alcune mancanze davvero significative.

Jorginho ne è l’esempio lampante: infatti, vendere il vertice basso naturalizzato italiano a 65 milioni di euro, nell’estate del 2018, è stato un beneficio per le casse della società, ma non sostituirlo si è dimostrato un errore capitale per la costruzione del gioco, in quanto ha privato il Napoli di un regista basso davanti alla difesa, obbligando di fatto Marek Hamsik, instancabile e intramontabile capitano degli azzurri, ad agire molto spesso da mediano. Hamsik si è ritrovato quindi, negli ultimi mesi al Napoli, a diventare il punto di riferimento del Napoli a centrocampo. A dimostrazione di questa tesi è Inter vs Napoli del 26 dicembre 2018, partita manifesto delle battute finali dello slovacco nel capoluogo campano, in quanto la sua sostituzione per infortunio ha consentito a Brozovic, fino a quel momento inoperoso, di dilagare nella ripresa dopo aver faticato nel primo tempo a causa della marcatura di Hamsik. Senza Jorginho, dunque, manca la costruzione dal basso, manca quel vertice basso che consentirebbe al Napoli di uscire più facilmente dalla sua area di rigore, nonché di impostare al meglio la manovra offensiva e la qualità del palleggio.

Un ulteriore errore è stato commesso soprattutto nel mercato invernale, cedendo Hamsik alla società cinese del Dalian Yifang, a mercato ormai concluso, senza alcuna possibilità di poterlo sostituire, portando ad un ulteriore restringimento numerico degli uomini disponibili a centrocampo. Tale operazione si è rivelata un errore fatale, non soltanto nell’immediato, a causa della perdita di un regista che ha fatto perdere irrimediabilmente il Napoli nella qualità della costruzione della manovra dalla linea mediana, ma che ha anche privato la squadra del suo Leader, del collante principale dello spogliatoio. Ciò ha portato all’assegnazione della fascia da capitano sulle spalle di Lorenzo Insigne, dotato decisamente di meno carisma dello slovacco, tanto da ritrovarsi molte volte contestato dalla sua stessa tifoseria per la mancanza di personalità. Nonostante gli evidenti disordini di rosa e di spogliatoio, il Napoli è riuscito comunque a blindare il suo secondo posto, anche a causa del divario ancora evidente tra lui e squadre come Atalanta e Inter (arrivate rispettivamente terza e quarta in classifica), con un ottimo bottino da 85 punti, ma la sensazione lasciata dalla squadra era evidenziata dalle evidenti difficoltà mostrate in occasione di sfide come il doppio confronto con la Fiorentina (squadra quasi retrocessa), con un doppio 0 a 0 frutto di una manovra offensiva indebolita rispetto alla precedente stagione. Oltretutto, è emersa una sensazione di minore capacità di controllare determinate partite, abilità che era uno dei fiori all’occhiello del Napoli di Sarri.

La situazione a centrocampo, però, non è migliorata nella scorsa estate, anzi, è andata peggiorando, a causa della cessione di Rog, che ha portato ad un ulteriore impoverimento numerico delle risorse a centrocampo (nonostante l’acquisto di Elmas), con di fatto quattro interpreti a coprire quel ruolo (Allan, Fabian Ruiz, Zielinski ed Elmas a giocarsi il posto da titolare), con la necessità di giocare con il centrocampo a 2 a causa della mancanza di copertura sufficiente per il centrocampo a 3, dovuta ad operazioni di mercato rivelatesi infruttuose.

Infine, a completare il quadro di un mercato non particolarmente brillante per i partenopei, è l’investimento per Manolas per sostituire il partente Raul Albiol, dopo sei anni di matrimonio partenopeo che avevano visto il centrale spagnolo come autentico leader difensivo della squadra campana. L’investimento per Manolas si è dimostrato poco efficiente per il Napoli, non tanto in termini di valore del giocatore (uno dei migliori difensori della Serie A), quanto in termini di compatibilità con Koulibaly al centro della difesa, a causa dell’eccessiva somiglianza tra i due (entrambi veloci, entrambi molto fisici, entrambi inadatti per fare i registi difensivi), in una situazione in cui i difensori centrali inevitabilmente arrivano a calpestarsi vicendevolmente i piedi. Una situazione che ha portato il Napoli a grandi difficoltà ad uscire in modo pulito dalla propria area di rigore (già evidente nella scorsa stagione a causa della mancanza di Jorginho), sottoponendo spesso Meret ad un tiro al bersaglio ai suoi danni e costringendolo, in varie occasioni, ad interventi davvero prodigiosi per salvare le sorti del Napoli. Inoltre, ad una situazione già di per sé compromessa, si aggiunge il rendimento davvero pessimo di Koulibaly, spesso protagonista in negativo con errori davvero grossolani, come l’autogol clamoroso contro la Juventus che ha causato la sconfitta del Napoli a Torino.

A rendere ancora più eloquenti le difficoltà della stagione del Napoli sono i risultati e il gioco espresso: infatti, dall’arrivo di Ancelotti, le statistiche offensive, soprattutto in termini di efficienza, sono peggiorate in maniera abbastanza inequivocabile, a dimostrazione di una squadra che molto spesso tende a specchiarsi su se stessa, risultando molto spesso inconcludente ed imprecisa sotto porta. Nella stagione 2017-2018, alla guida di Sarri, il Napoli, al netto di 177 tiri (109 dei quali nello specchio della porta avversaria), aveva segnato ben 32 volte (equivalente al 18,07 % come efficienza dei tiri), con un bottino da 31 punti nelle prime 11 partite (media del 2,81 punti a partita!). Invece con Ancelotti il trend di punti e di efficienza si è ribaltato nelle ultime due stagioni, con un climax discendente che ha portato il Napoli a tirare per ben 162 volte nello specchio della porta nelle prime 12 partite di campionato di questa stagione (media da 13,5 tiri a partita), segnando appena 21 gol (meno del 13 % di efficienza dei tiri). Inoltre la media punti è drasticamente calata, in quanto il campionato attuale dei partenopei parla di un settimo posto, con 15 gol subiti (ben 7 in più della stagione dei 91 punti di Sarri) e 18 punti (14 in meno della già citata stagione 2017-2018). Numeri abbastanza allarmanti per una squadra che nell’efficienza offensiva e nella solidità difensiva aveva il suo punto di forza, a dimostrazione di un allenatore che, seppur grande per merito di una carriera difficilmente eguagliabile nei suoi trionfi, non si è mai smosso da un 4-4-2. Infatti, tale modulo inevitabilmente ha finito per svalutare Lozano (più adatto al 4-2-3-1 o il 4-3-3), rendendo spesso sterile una manovra già difficile da orchestrare a causa di un centrocampo povero di materia prima (quattro di ruolo contati) e di creatività (a causa della mancanza di un regista).

Ancelotti, inoltre, al netto delle difficoltà da lui stesso create, ha dovuto fare i conti una squadra che risulta irrimediabilmente a fine ciclo: Callejon, dopo sei lunghi ed interminabili anni che l’hanno visto sacrificarsi in modo encomiabile per la causa partenopea dal punto di vista fisico e tattico, sta perdendo colpi già dalla precedente stagione; Mertens, seppur ancora ricco di colpi di classe, non può più dare garanzie eterne di continuità; ed infine Insigne, ormai da tempo, fatica a trovare una continuità che lo farebbe ritrovare in un periodo per lui non facile, non soltanto per il rendimento in campo, ma anche per le critiche a lui rivolte in quanto, per molti, inadatto ad indossare la fascia del Napoli che da Hamsik è passata per le sue spalle.

In conclusione, un Napoli che in questo momento appare timoroso, divorato da un turbine violento, societario, di organico e di gestione dentro e fuori dal campo, a causa dei pessimi investimenti delle ultime sessioni di mercato, che ne hanno limitato considerevolmente la rosa; a causa di Ancelotti che spesso avrebbe potuto gestire al meglio determinate situazioni; a causa di un ambiente ormai logoro dal trascorrere degli anni e che sembra aver concluso un ciclo straordinario che, seppur non ricchissimo di trionfi, aveva restituito al popolo napoletano un sogno che da quasi 30 anni sembrava una lontana utopia.

C’era una volta il Napoli.