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NBA, Gallinari: “Voto agli Hawks? Sufficienza, gli infortuni hanno influito molto”

Danilo Gallinari - Profilo FB Fip

Non è stato facile per Danilo Gallinari integrarsi con gli Atlanta Hawks: gli infortuni hanno infatti impedito all’azzurro di giocare 12 delle sue prime 14 partite con la franchigia della Georgia. Atlanta, complici anche altri giocatori infortunati, è soltanto 11esima all’interno della Eastern Conference, con un ruolino di marcia di 13 vittorie 17 sconfitte. Il Gallo ha voluto commentare ai microfoni di Sky Sport la situazione che sta vivendo la sua squadra, partendo da una possibile valutazione della squadra:Arriviamo alla sufficienza ma c’è tanto da fare: il nostro inizio è stato davvero così-così. Gli infortuni hanno influito molto, perché non abbiamo mai potuto giocare assieme. Anche quando piano piano recupereremo tutti i giocatori che sono fuori ora, poi, non torneranno assieme e quindi gli equilibri saranno da costruire e ricostruire mille volte. Detto questo, abbiamo abbastanza per poter vincere partite che invece abbiamo perso”. Di seguito le sue dichiarazioni complete.

SULLE SCONFITTE CONTRO NY, CHARLOTTE E CLEVELAND“Come me le spiego? Un po’ di fatica all’inizio — con un gruppo nuovo come il nostro — si fa sempre, era successo anche l’anno scorso a Oklahoma City con i Thunder ma poi eravamo stati in grado di risalire la classifica. C’è tempo per farlo anche qui, sia chiaro, però dobbiamo tornare in fretta a vincere: infortuni e chimica mancante sono i nostri problemi più grandi al momento”.

SUGLI INFORTUNI DI RONDO, BOGDANOVIC, DUNN E HUNTER “Le difficoltà probabilmente arrivano proprio dal non poter avere quel gruppo di giocatori sui quali la società ha puntato nell’ultima offseason. Diventa difficile anche dare una valutazione a questo gruppo però resto convinto — come dicevo prima — che abbiamo comunque abbastanza per vincere”.

SULLE DIFFICOLTA’ – A questo gruppo manca chimica, non è ancora arrivata ma mi aspetto che arrivi, col tempo e con il lavoro in palestra anche se con questo calendario ci alleniamo davvero pochissimo per cui diventa ancora più difficile. Dobbiamo usare le partite per migliorarci, è necessario che in ogni gara — che sia una vittoria o una sconfitta — si inizia a vedere un passo in avanti. Oggi quello che manca è proprio questo, la chimica — soprattutto offensivamente ma anche difensivamente”.

SU UNA POSSIBILE CULTURA PERDENTE DEI GIOVANI – “È proprio questo il motivo per cui noi veterani siamo importanti — arrivo a dire fondamentali — per questo gruppo. Un mio compagno di squadra a New York diceva che perdere può diventare una malattia: quando un gruppo perde così tanto per così tanti anni serve qualcuno o qualcosa che cambi la mentalità e la cultura di squadra. È quello che dall’inizio stiamo cercando di portare in questo spogliatoio, ma non è facile, ci vuole tempo. Ci stiamo lavorando, ma non si cambia dal giorno alla notte”. 

SULLA SUA STAGIONE – “Di rientro dall’infortunio inizialmente sono stato limitato a 15 minuti di impiego, poi 20, quindi 25 e ora 30. Adesso però fisicamente mi sento bene, la caviglia è a posto e presto non dovrei più avere nessun tipo di restrizione sul mio minutaggio”.

SULLA PARTENZA DALLA PANCHINA – “Se è una novità? Sì, per me è un ruolo nuovo ovviamente, a cui mi sto abituando perché è una situazione completamente diversa dal solito. Dal punto di vista dell’approccio e della preparazione alla partita non cambia nulla, ma il ruolo che mi viene chiesto è completamente diverso. Penso di dover ancora migliorare e di dovermici abituare, ma fa parte del piano e della strategia di questo gruppo: pian piano ce la farò. Devo trovare un’intesa sia con la second unit che entra in campo con me, sia con i titolari al loro rientro, se mi viene chiesto di restare in campo: e sono due gruppi completamente diverse che al momento hanno anche due chimiche assolutamente diverse”.

SULLE DIFFERENZE TRA YOUNG E PAUL – “Sono due giocatori completamente diversi, sia a livello tecnico e tattico che per l’esperienza che portano in campo, che è fondamentale. Con Trae guardiamo molti video assieme, il confronto è continuo, ci parliamo molto per cercare di migliorare la nostra intesa”.

SU 76ERS E JAZZIN TESTA – “Non sono sorpreso che siano al vertice: sono prime ma anche se fossero state seconde o terze questo è il loro livello, la posizione a cui mi aspettavo di trovarle. Ora sono addirittura in testa e ci sta, può essere, siamo anche all’inizio della stagione, ma sono comunque squadre di quel calibro lì, costruite per vincere e squadre che fanno bene da tanti anni — soprattutto Utah — sfruttando un sistema ormai rodato. Conosco molto bene sia Doc Rivers, che mi ha allenato [ai Clippers, ndr] che Quin Snyder, con cui ho avuto modo spesso di parlare ed è un allenatore che ha avuto tante esperienze diverse in panchina, compreso quella europea [assistente di Ettore Messina a Mosca, ndr]: sono due ottimi coach, entrambe le loro squadre molto ben allenate. Sixers e Jazz stanno facendo molto bene ma me lo aspettavo,: in questo momento — se i primi hanno anche una individualità pazzesca come quella di Joel Embiid, che sta facendo una stagione incredibile — la miglior pallacanestro di sistema è quella di Utah”.

SULL’ALL-STAR GAME – “Capisco sia la posizione della NBA, che ha voluto questo All-Star Game, che quella di alcuni giocatori che hanno sostenuto che sarebbe stato meglio evitare, viste le circostanze straordinarie dovute alla pandemia. Dare un’opinione sinceramente è difficile”.

SU UN POSSIBILE INVITO PER LA GARA DA 3 PUNTI – “Inviti finora non ne sono arrivati, anche perché quando non sei nei primi cinque NBA per percentuali dall’arco credo sia difficile che arrivino, ma è chiaro che per me sarebbe super avere un’altra opportunità di misurarmi con la gara del tiro da tre. L’ho fatta una volta, nel 2010, ma mi piacerebbe riprovarci: parteciperei molto volentieri”.

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