NBA 2019/2020: la presentazione del roster dei Phoenix Suns

Devin Booker - Phoenix Suns - Official Facebook Page

L’Arizona è rimasto, anche cestisticamente parlando, un triste deserto: i Phoenix Suns hanno mancato i playoffs per la nona stagione di fila, terminando ultimi a Ovest e fallendo per la quarta volta di fila il raggiungimento di almeno 25 vittorie. Questa cultura perdente ha fatto ormai le radici: radici che minacciano il legame della città con la pallacanestro o la giovinezza di Devin Booker, o semmai entrambi. I Suns hanno continuato a deludere le aspettative, divenendo una facile preda per ogni squadra in cerca di una vittoria. L’esito finale è costato la panchina a Igor Kokoskov dopo appena una stagione: è la terza volta in altrettanti anni che un coach non riesce ad andare oltre la singola stagione di permanenza (Earl Watson, Jay Triano). Ciò ha causato un cambiamento delle carte in tavola anche nel front office: Jeff Bower è divenuto vice-presidente e James Jones è stato promosso a GM.

LA PRESENTAZIONE DI TUTTE LE ALTRE SQUADRE

RECORD 2018/2019: 19-63, fallita la qualificazione ai playoffs.

ARRIVI: Cameron Johnson (Draft), Ricky Rubio (free agency), Dario Saric (trade), Ty Jerome (Draft).

PARTENZE: T.J. Warren, Josh Jackson, Dragan Bender, Richaun Holmes.

PROBABILE QUINTETTO 2019/2020: Rubio, Booker, Oubre Jr., Saric, Ayton.

PANCHINA 2019/2020: Jerome, T. Johnson, Carter, Okobo, Bridges, C. Johnson, Diallo, Kaminsky, Baynes.

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Non si può escludere che ci siano stati segnali di luce: Booker ha marciato a 26.6 ppg e, dal punto di visto dello scoring, è sulla stessa via dei migliori all-stars di tutti i tempi dal punto offensivo. Ha messo assieme cinque quarantelli nel mese finale, includendo due prestazioni consecutive da 50 e 59 punti. In tre delle quattro stagioni disputate Booker ha totalizzato almeno 22 punti di media, sebbene il suo tiro da tre (32.6 % con 6.5 tentativi a partita) abbia subito la scorsa stagione una regressione, soprattutto perché costretto a giocare da uno e, quindi, fuori posizione. T.J. Warren si è dimostrato, per alcune notti, un capace co-star. DeAndre Ayton, prima scelta al Draft 2018, si è rivelato una doppia-doppia che cammina: la sua difesa, tuttavia, è ancora un cantiere aperto. Kelly Oubre Jr. è arrivato tramite trade per Trevor Ariza, ala veterana che aveva firmato un annuale coi Suns: l’ex Wizards potrebbe rivelarsi un’opzione top per la rotazione. Tuttavia questi sono tutti scarsi esempi di prosperità: il core è ugualmente quello dell’anno scorso, ossia caratterizzato da sofferenza difensiva, zero ritmo in attacco, zero disciplina, mancanza di identità e, infine, da mancanza di fiducia.

Con un nuovo team management e un nuovo coach i Suns hanno utilizzato l’estate 2019 per prendere le distanze dal passato: nel migliore dei casi il risultato è stato interessante, nel peggiore dei casi alcune delle decisioni hanno dato tanto a da pensare. Facciamo l’esempio della firma di Ricky Rubio: una mossa ben accetta verso un giocatore che finalmente permetterà a Booker di giocare “off the ball” e nel suo ruolo naturale; tuttavia è un debole tiratore ed è sulla via del tramonto, credenziali che non possono sicuramente valere un triennale da 51 milioni di dollari che comunque lo spagnolo incassa e porta a casa.

I Suns hanno cancellato dai loro radar Josh Jackson, unanimemente un errore al Draft (scelto alla quattro nel 2017 davanti a De’Aaron Fox, il quale avrebbe donato a Phoenix un giovane backcourt con pochi eguali): lo swingman è stato sacrificato ai Grizzlies insieme a De’Anthony Melton e un paio di picks del secondo round per poter pulire il salary cap, utilizzandolo poi per firmare Rubio. Negli ultimi anni, escludendo Ayton e Booker, i Suns hanno letteralmente fallito sul piano delle scelte: Jackson, Dragan Bender, Alex Len, Marquese Chriss e tanti altri ne sono l’esempio lampante.

In seguito i Suns hanno tagliato i ponti con Warren, una delle poche scelte al primo round che il front office non ha sbagliato. Essenzialmente è stata una mossa per depurare il salary cup: nessuno voleva pagare 35 milioni di dollari per i rimanenti tre anni di contratto che comunque, francamente, erano tutto tranne che un cattivo affare. Warren era il secondo leading scorer del roster ma i Suns hanno preferito allontanare la sua difesa inconsistente per allargare il salary cap e firmare per due anni Oubre.

Alla notte del Draft la franchigia ha deciso di rinunciare alla pick numero 6, donandola ai Minnesota Timberwolves, al fine di ottenere Dario Saric e la pick numero 11: la lotteria ha portato Cameron Johnson, l’unico senior pescato all’interno della lotteria; uno shooter verstile che si è sviluppato soprattutto negli ultimi anni di college e che si è messso in mostra soprattutto per i 26 punti segnati contro Duke. Le altre mosse sono state relativamente importanti: Frank Kaminsky è arrivato dopo aver fallito con Charlotte, mentre arrivano nell’Arizona anche i robusti Jevon Carter e Aron Baynes. Tutti e tre dovrebbero rientrare nelle rotazioni e forse, nei casi di Kaminsky e Carter, i Suns potrebbero anche ricevere un ottimo feedback per quanto riguarda l’investimento fatto.

In tutto questo, Bower e Jones non sono di certo rimasti a guardare: un approccio propositivo è ciò che aveva più senso impiegare in favore di una franchigia che è letteralmente caduta da un dirupo. Rimanere troppo quieti avrebbe mandato un messaggio sbagliato ai fin troppo pazienti tifosi, i quali hanno cominciato a diminuire. Tante mosse, ma saranno state quelle giuste? Johnson, secondo molti esperti, doveva essere pescato con una scelta decisamente più bassa, Rubio è approdato a un prezzo non poco salato e i Suns hanno tre giocatori nella stessa posizione che hanno da poco scollinato i 20 anni di età (Oubre, Johnson e Mikal Bridges). Sembra essere tornati a qualche anno fa, quando i Suns continuavano a partecipare alla lotteria e continuavano a pescare playmakers.

Probabilmente la mossa più sottovalutata dell’offseason è stata quella inerente l’assunzione del coach: Monty Williams arriva ricoperto di stima, soprattutto in seguito al solido lavoro fatto dal 2013 al 2015 a New Orleans dove il suo licenziamento è stato controverso. Ha preso poi una pausa dal coaching a causa di un incidente stradale che ha coinvolto sua moglie prima di ricominciare la sua carriera come assistente dei Sixers sotto Brett Brown. Williams, come Brown, discende dall’albero genealogico di Gregg Popovich e sembra non vedere l’ora di poter rimettersi in pista: il suo entusiasmo e il suo approccio professionale saranno benvenuti a Phoenix, dove caos e instabilità hanno dominato nelle ultime stagioni.

I Suns avevano bisogno di un intervento in questa offseason e, tutto sommato, l’hanno attuato. Front office e coaching si sono mischiati, così come una serie di mosse che porterà all’interno della scacchiera della rotazione nuove facce e nuove speranze: l’inizio di un nuovo piano. Durerà questo più di quelli passati?

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