NBA 2019/2020: la presentazione del roster dei Detroit Pistons

I Detroit Pistons si presentano alla nuova stagione con un roster molto simile all’anno scorso. È importante notare però che sono ad oggi una squadra meglio assemblata e con più frecce nel suo arco rispetto a quella dell’anno scorso. Negli anni recenti hanno sempre mostrato problemi nella continuità di gioco e risultato: la stagione passata non ha riservato eccezioni. Basti pensare che nelle prime 20 gare i Pistons sembravano poter davvero ambire ad essere una potenza della Eastern Conference: 13 le vittorie, inclusa quella inaspettata contro i Golden State Warriors, sicuramente il momento più alto della stagione.

LA PRESENTAZIONE DI TUTTE LE ALTRE SQUADRE

RECORD 2018/2019: 41-41, eliminati 4-0 al primo round dei playoffs dai Milwaukee Bucks.

ARRIVI: Derrick Rose (free agent), Markieff Morris (free agent), Tony Snell (trade), Sekou Doumbouya (draft).

PARTENZE: Ish Smith, Jon Leuer, Wayne Ellington.

PROBABILE QUINTETTO 2019/2020: Jackson, Brown, Snell, Griffin, Drummond.

PANCHINA 2019/2020: Rose, Frazier, Kennard, Galloway, Thomas, Doumbouya, Mykhailiuk, Morris, Maker, Wood.

Nella striscia di gare successive, però, i Pistons si sono assestati ad un record di 22-29, precipitando fino al decimo posto.
Fortunatamente, l’ultimo tratto di montagne russe è stato in discesa. Un Blake Griffin malconcio (nonché assente nelle prime due partite) e una differenza sia tecnica che motivazionale abissale, hanno determinato poi l’uscita con uno sweep in una delle serie più a senso unico della storia contro i Bucks. Proprio nel breve cameo ai playoffs sono emerse in maniera evidente le problematiche nella squadra allenata da Casey: scarsa produzione offensiva, incapacità di sostenere un pace così basso (terzultimi nella lega), una difesa incostante e vistosi cali mentali.

Quando i Pistons annunciarono il nuovo coach in Dwane Casey, forte del premio del Coach of the Year ma anche del secondo sweep di fila contro i Cavs (in quel massacro storico definito giornalisticamente come LeBronto), le aspettative nella Motor City erano un filo più ottimistiche del solito. La speranza era riuscire a superare quel circolo vizioso in cui si era aggrovigliata la pallacanestro di Van Gundy: la ricerca ossessiva del pick and roll centrale Jackson-Drummond, pur accompagnata dalla crescita di Tobias Harris prima e Blake Griffin poi come creatori palla in mano, non aveva sortito i risultati sperati. Lo “zoccolo duro” in quintetto (Reggie Jackson, Blake Griffin e Andre Drummond) rimane invariato: abbiamo quindi due novità nelle posizioni di 2 e 3, ovvero Bruce Brown e Tony Snell. Brown è una guardia ben piazzata fisicamente, che pur non avendo disputato una stagione d’esordio esaltante, può risultare funzionale nel contesto tattico giusto. Si è presentato molto bene nella Summer League, mostrando ottime letture sia come portatore di palla (leader della SL di Las Vegas con 8.3 assist a partita), che come tagliante dal lato debole. In maniera simile, Snell risulta un altro profilo che ben si incastra nella pallacanestro di Casey, che ha già allenato giocatori molto simili (tiratori con buoni istinti difensivi). Il suo inserimento in attacco è naturale ed è facile immaginare un’ottima asse di passaggio con Blake Griffin, un po’ come a Milwaukee con Giannis.

Va da sé che, in un quintetto del genere, la maggior parte del carico offensivo passi dalle mani di Griffin, che con Casey è la point forward della squadra e creatore primario di gioco. La stagione appena passata può essere a ragione considerata la sua migliore nella carriera. Il dato più impressionante rimane comunque la capacità di segnare con un’efficienza offensiva elevatissima pur tentando ben 522 triple (189 quelle a segno), dopo averne realizzate appena 144 in sette anni e mezzo con la maglia dei Clippers. Sicuramente sarà dovere del coach diminuire il carico offensivo, quando possibile, dalle spalle di Blake, magari diminuendo il numero di possessi in post (l’anno scorso ben 8.4 a partita, quinto nella lega), in modo da averlo con maggiore freschezza nella post-season.

Dalla panchina il quintetto verrà “orchestrato” da Derrick Rose, reduce da una buona stagione a livello realizzativo (la sua migliore dal punto di vista della TS%). Sostituire Ish Smith, che ha avuto un ruolo chiave negli ultimi anni, non sarà facile: il suo apporto era determinante soprattutto nei quarti quarti, in cui riusciva col suo stile di gioco sincopato a portare brio allo statico attacco targato Pistons. Ciononostante Casey si è detto estremamente impressionato da D-Rose e lo considera un notevole passo in avanti. In ogni caso, ricordando la storia recente di Rose (e tenendo a mente le appena 27 partite saltate in 3 anni da parte di Ish), come assicurazione si è deciso di investire anche su Tim Frazier, che da terza PG può rappresentare veramente un lusso.

A completare il quintetto delle riserve ci sarà il brio e la lucidità di Luke Kennard, l’energia di Thon Maker, lo scoring di Markieff Morris e l’imprevedibilità di Langston Galloway. Kennard in particolar modo offre bilanciamento e punti alla second unit, ed effettivamente il suo skill set, che oltre all’ottimo tiro da fuori (40.3% nelle prime due stagioni) prevede buone letture da ball handler, sarebbe tappato qualora partisse da titolare. Anche lui è risultato più che positivo nella metà campo avversaria, specie nei momenti decisivi della partita. Più problematico invece è il suo rendimento dall’altro lato del parquet, dove istinti non eccezionali e mezzi atletici inferiori alla media lo rendono spesso e volentieri bersaglio degli attacchi avversari.

Jackson e Drummond non sono ancora riusciti, nonostante il loro status di team leader, a esprimersi costantemente ad alti livelli all’interno della singola partita e dell’intera stagione: non è raro vederli all’interno della stessa partita, a distanza di un quarto, bloccarsi (o, viceversa, sbloccarsi) in maniera preoccupante. Molto spesso iniziano a prendere decisioni offensive e difensive deleterie, quel tipo di giocate che nei momenti chiave finisce per costarti la partita. Questo è vero soprattutto per Reggie, che utilizza ogni momento a suo avviso buono per imporre il proprio volere sugli avversari, con risultati discutibili. Non bisogna dimenticare inoltre che è all’ultimo anno di contratto, e difficilmente riuscirà in free agency a firmare a cifre simili e con ambizioni da titolare in squadre che puntano ai PO, sebbene sia dichiaratamente questa la sua volontà. Un’altra chiave della stagione in quel di Motor City, per quanto possa risultare banale dirlo, è la salute fisica. Due giocatori chiave come Griffin e Rose sono universalmente riconosciuti per la loro soggezione agli infortuni. Come se non bastasse anche Jackson nelle ultime stagioni, tranne proprio quella passata, ha mostrato una certa inclinazione a tal proposito, saltando all’incirca una partita ogni quattro da quando a Detroit.

La posizione dei Pistons in classifica potrà variare parecchio. C’è da dire che la Eastern Conference sembra più che abbordabile per quanto riguarda un posto nella griglia playoffs: i Pacers sulla carta si sono indeboliti, così come Raptors e per certi versi anche i Celtics. Derrick Rose al Media Day ha dichiarato che, come la vittoria dei Toronto Raptors insegna, tutto è possibile, e che nel suo palmarès manca solo un titolo. Non serve tuttavia un genio per capire che si tratta di semplici frasi di circostanza, per motivare un ambiente da troppo tempo in un limbo di mediocrità. Nel migliore dei casi i Pistons raggiungono il 50%, o lo superano di poco (42-40, un 43-39 sarebbe già un pelo al di sopra delle aspettative), puntando alla sesta piazza. Casey riesce a dotare i suoi di un gioco più veloce, con ottimo contributo dalla panca: Detroit riesce a fare il primo upset dei Playoffs 2020, uscendo al secondo turno per 0-4.
Nel peggiore arrancano sulle 34-35 vittorie finendo intorno alla decima posizione a Est, dando una mazzata definitiva al progetto attuale: si dovrà quindi ricostruire una squadra nel minor tempo possibile intorno al contrattone di Griffin, la “futuribilità” di Brown, Kennard e, chissà, magari anche Drummond.