NBA 2019/2020: la presentazione del roster degli Utah Jazz

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Chiusa la regular season con un record di 50-32, i playoffs degli Utah Jazz sono durati solamente un turno a causa della sconfitta contro gli Houston Rockets per 4-1. Durante le 82 partite di regular season i Jazz sono stati 14esimi per punti segnati per 100 possessi (Offensive Rating), secondi per punti subiti per 100 possessi (Defensive Rating) e quarti per differenziale su 100 possessi (Net Rating). Ai PO, però, i limiti offensivi son venuti a galla: nessuno è stato in grado di creare vantaggi con costanza. Perfetta esemplificazione di un supporting cast che si è rivelato decisamente poco adatto alle caratteristiche di Rudy Gobert e Donovan Mitchell: spesso giocatori secondari e di scarso talento offensivo hanno dovuto prendere conclusioni fuori dal proprio repertorio. Il nuovo GM Justin Zanik ha quindi deciso di rivoluzionare il roster degli ultimi due anni.

LA PRESENTAZIONE DI TUTTE LE ALTRE SQUADRE

RECORD 2018/2019: 50-32, eliminati 4-1 al primo round dei playoffs dagli Houston Rockets.

ARRIVI: Mike Conley (trade), Bojan Bogdanovic (free agent), Ed Davis (free agent), Emmanuel Mudiay (free agent), Jeff Green (free agent).

PARTENZE: Grayson Allen, Kyle Korver, Jae Crowder, Ricky Rubio, Derrick Favors, Raul Neto.

PROBABILE QUINTETTO 2019/2020: Conley, Mitchell, O’Neale, Bogdanovic, Gobert.

PANCHINA 2019/2020: Mudiay, Exum, Wright-Foreman, Williams-Goss, Ingles, Green, Niang, Davis, Bradley.

Quin Snyder ha po’ di nodi da sciogliere: la partenza di Derrick Favors costringe a cambiare piano, ovvero affiancare a Gobert non più un centro adattato, bensì un quattro tattico. Joe Ingles sembra essere il primo candidato per un ruolo da leader della second unit grazie alle sue interessanti qualità di secondary ball-handler. Quest’ultima situazione di gioco potrebbe portare lo staff a inserire nello starting five un falso titolare come Jeff Green e Royce O’Neale, destinato poi a sedersi in panchina quando ci sarà da chiudere gli incontri. L’ex quinta scelta assoluta sembra essere il candidato più credibile: è reduce da una delle sue migliori stagioni a Washington, conclusa con una TS% molto elevata (60.8%) e un onesto 35% dalla lunga distanza. Attenzione però a Royce O’Neale: il giocatore è già stato provato in qualche occasione nella passata stagione in quel ruolo e non è lontano dall’avere gli attributi fisici per occupare quello slot in campo (198cm la sua altezza), oltre a possedere un’attitudine difensiva perfetta per stare in campo tanti minuti nel sistema Snyder.

Una cosa comunque è certa: gli Utah Jazz avranno in campo giocatori in grado di dare spacing adeguato per tutti i 48 minuti in partita. Quando lo hanno fatto nella passata stagione, ossia facendo giocare uno stretch four al posto di Favors al fianco di Gobert, l’attacco ha registrato 5 punti in più per 100 possessi. Tante bocche di fuoco sul perimetro e un centro a dominare sotto canestro. Così si presenteranno gli Utah Jazz ai nastri di partenza della nuova regular season, quest’anno più che mai. Nessuno si è nascosto: i Jazz hanno in testa il titolo, dato che la prossima stagione si prospetta più equilibrata che mai. L’obiettivo alla portata della franchigia è sicuramente quello di conquistare il fattore campo, dopo due stagioni di fila chiuse al quinto posto in regular season, e poi cercare di passare quanto meno il primo turno.

I cambi più impattanti a roster sono gli avvicendamenti tra Favors e Bogdanovic nella posizione di power forward, e tra Rubio e Conley nella posizione di playmaker. L’utilizzo in posizione di quattro tattico del croato aprirà delle strade mai viste a Salt Lake City: basti provare a pensare al pick and roll con Gobert rollante. Conley, Mitchell, Ingles e Bogdanovic l’anno scorso son rientrati tutti tra i primi 80 in percentile in termini di punti per possesso come palleggiatore in questa specifica azione. La soluzione del P&R ha funzionato a corrente alterna a causa dell’eccessivo numero di palle perse prodotte dalla squadra: proprio in questo fondamentale si dovrebbe vedere un’altra forte discontinuità rispetto all’anno scorso grazie all’arrivo di Mike Conley. Il playmaker dei Jazz ha chiuso la passata stagione 90esimo in percentile in termini di TOV%, mentre Rubio si è attestato 16esimo. L’ex Grizzlies, inoltre, è un tiratore decisamente più affidabile dello spagnolo (0.569 di TS%, contro il 0.520 di Rubio), ed è meno restio a prendersi le triple (0.380 di 3PT Attempt rate contro 0.348).

La vera chiave di svolta della squadra è legata ai possibili miglioramenti di Donovan Mitchell. Sarà necessario da parte sua un passo in avanti in termini di decision-making e di efficienza. Il suo gioco dalla media è già di buon livello: riuscisse a sviluppare un floater per poter essere anche solo nella media nelle conclusioni nel pitturato al di fuori del semicerchio (la cosiddetta restricted area), gli si aprirebbero nuove opportunità anche per stanare i centri che presidiano il canestro avversario. E’ statisticamente uno dei giocatori peggiori in termini di efficienza offensiva dell’intera lega, nonostante fosse nella media in termini di TOV%. Molti di questi problemi sono anche tipici dell’età piuttosto giovane di Mitchell. Dopo una splendida annata da rookie, però, deve dimostrare di essere in grado di limare i punti deboli che gli scout avversari si sono annotati su di lui, riprendendo i miglioramenti effettuati durante la sola stagione 2017/2018.

Ed Davis non sarà in grado di facilitare l’attacco della second unit, ma spesso e volentieri si creerà da solo i canestri tramite rimbalzi offensivi. Difensivamente si presenta come un pessimo intimidatore e di sicuro come un giocatore non velocissimo con i piedi se portato lontano dal canestro. Jeff Green potrebbe essere utile nei momenti in cui la squadra necessiterà fisicità e/o atletismo nel reparto ali (si vedano le due squadre losangeline). È reduce dalla sua miglior stagione in termini di efficienza e potrebbe rappresentare un’opzione come centro in un ipotetico quintetto small ball. Emmanuel Mudiay presenta un decision making sospetto, anche se l’anno scorso per la prima volta in carriera è riuscito ad avere una TS% leggermente sopra la media, miglioramento netto per un giocatore che è stato costantemente tra i peggiori della lega: una classica scommessa al minimo salariale.

Attaccare difese che effettuano cambi sistematici è un problema che accompagna gli Utah Jazz da quando Quin Snyder è salito al timone. Quando Utah affronta una squadra che cambia su tutto come gli Warriors o i Rockets, l’attacco tende a stagnarsi perché non si riesce a creare superiorità numerica nel 1on1, costringendo l’esterno di turno a improbabili tiri in isolamento. Questo problema potrebbe facilmente risolversi grazie agli arrivi di Conley e Bogdanovic, due creatori che possono far nascere vantaggi fondamentali per migliorare il flow nella metà campo offensiva. Attenzione anche a Dante Exum, che solamente con il suo primo passo esplosivo può battere un uomo senza l’ausilio di un blocco.

Ad oggi il modo di giocare dei Jazz è incentrato su Gobert, che da solo garantisce una difesa di livello assoluto, ma con dei limiti che puntualmente escono a galla nelle serie di PO in cui la sua lentezza di piedi viene esposta dai vari Harden, Curry e Lillard. Se Mitchell, coadiuvato dagli innesti estivi, sarà in grado di creare un attacco sostenibile ai PO e Gobert fosse in grado di normalizzare i suoi numeri (99 Off Rtg e 114.3 di Def Rtg per lui contro Houston), allora Utah potrebbe diventare una seria contender. Chiudere la RS con il terzo/quarto defensive rating e il sesto/ottavo offensive rating darebbe sicuramente fiducia al gruppo, garantendo un seed piuttosto alto e una chance per andare oltre le 55 vittorie.
Il Worst-Case scenario è rappresentato dal trovare subito gli Warriors, con Thompson in rampa di lancio per i PO, e uscire al primo turno. A livello di singoli, la speranza si chiama Donovan Mitchell, chiamato a un passo avanti al suo terzo anno: Spida deve continuare il suo percorso per diventare un All-NBA, e se questo non avvenisse probabilmente rappresenterebbe la peggior notizia possibile per i Jazz.